John Ashbery e Mary Ellen Bute

Do you see anything like this when seeing sound ”

Mary Ellen Bute

FILMETTO ANNI ’40

L’ombra della veneziana sulla parete dipinta,
ombre di sanseveria e cactus, animali di gesso,
inquadrano la tragica melancolia dello sguardo che acceso
fissa il nulla, un buco simile ai buchi neri nello spazio.
In reggiseno e mutandine raggiunge leggera la finestra:
zip! S’alza la tenda. Un fragile teatrino di strada si palesa
con ostie di pedoni che sanno dove andare.
La tenda scende lenta, lente si schiudono le lamelle.

Perché deve sempre andare a finire così?
Un podio con donna che legge, con il parapiglia dei capelli
e il non-detto di lei che ci riattira a lei, con lei
nel silenzio che la notte di per sé non può spiegare.
Silenzio della biblioteca, del telefono con il suo blocco-note,
ma nemmeno questi li abbiamo dovuti reinventare:
se ne sono andati nella trama di un racconto,
nella parte sull’“ arte” – sapere quali dettagli di rilievo lasciar fuori
e il modo in cui si costruisce un personaggio.
Cose troppo reali
per porvi troppo pensiero e quindi artificiali, eppure ormai sparse a coprire la pagina.
L’interno con l’esterno che diventa parte di te
nel vedere che non hai mai smesso di ridere in faccia alla morte,
lo sfondo di tralci scuri sul contorno della veranda.

*

MENTRE TORNAVI DALLA TERRA SANTA

dell’ovest dello stato di New York
stavano bene le tombe rivestite di isolante
c’era una nota di panico nell’aria di fine agosto
perché il vecchio s’era pisciato nei pantaloni di nuovo
c’era un voltare le spalle al bagliore del tardo pomeriggio
quasi si potesse accantonarlo esprimendo un desiderio
era nulla di ciò presente
e come poteva essere questa
la soluzione magica a quello in cui ti trovi
qualsiasi cosa ti abbia costretto immobile
così e così tanto a lungo durante la stagione buia
fino a ora che le donne escono in blu marino
e i lombrichi escono dall’humus per morire
è la fine di qualsiasi stagione

tu lì che leggevi tanto diligente
seduto e non volevi che ti si disturbasse
mentre tornavi da quella terra santa
che altri segnali della dipendenza del mondo
erano su di te
che segnali fissi ai crocevia
che letargia sugli ampi viali
dove tutto si dice in un sussurro
che tono di voce tra le siepi
che tono sotto i meli
la terra enumerata si distende disperdendosi
e la tua casa è costruita nel domani
ma certo non prima della disamina
di ciò che è giusto e che accadrà
non prima del censimento
e dell’elencazione scritta dei nomi

ricorda che sei libero di errare senza meta
come da altre epoche altre scene che stavano avvenendo
la storia di qualcuno arrivato troppo tardi
il tempo ora è maturo e l’adagio
esce dall’uovo e le stagioni s’avvicendano e fremono
è infine come se quella cosa di mostruoso interesse
stesse accadendo in cielo
ma il sole tramonta e ti impedisce di vederla

dalla notte affiora il ricordo
le sue foglie come uccelli che si posano all’unisono sotto un albero
raccolto e scosso di nuovo
messo giù in rabbia fiacca
sapendo come lo sa il cervello che ciò non si può mai inverare
non qui non ieri nel passato
solo nella lacuna dell’oggi che colma se stessa
mentre il vuoto è suddiviso
nell’idea di che ora sia
quando quell’ora è già passato

*

POESIA TRIPARTITA

1. Amore

” Una volta mi sono lasciato fare un pompino da un tipo.
In un certo qual modo, ho preso le distanze da quell’esperienza.
Adesso, anni dopo, ci penso
in modo equanime. Non c’è mai stato desiderio di replica,
e nemmeno complessi. Probabile che in circostanze appropriate
potrebbe succedere ancora, ma non so,
ho altro a cui pensare,
cose più importanti. Chi va a letto con cosa
non è importante. I sentimenti sono importanti.
Per lo più penso ai sentimenti, mi riempiono la vita
come il vento, come nuvole che capitombolano
in un cielo pieno di nuvole, nuvole su nuvole.”

Sterpi senza nome corrono su un campo
che l’anno scorso non ha drenato e
non sta drenando quest’anno e così non giungono alla meta
come onde alla fine di un lago,
ciascuna con un sospiro sommesso,
sei sicuro sia questo ciò che il puro giorno
con la sua luce permanente intende?
Ci sono talmente tanti mestieri diversi:
basta sceglierne uno, o una piccola parte di uno.
I giorni saranno azzurro-tristi altrove con la loro risolutezza.
Si deve tenere in mente una cosa.
Non è necessario sapere cosa sia quella cosa.
Ogni cosa è palpabile, nessuna è conosciuta.
Il giorno frigge, con fine consapevolezza,
ombre, increspature d’acqua, sottobosco, vecchie auto.

La coscienza è per te ciò che è conosciuto,
l’inconoscibile giunge a essere conosciuto.
Le cose familiari paiono distantissime.

2. Coraggio

In camicia a scacchi romboidali
mettersi all’opera così:
un mattino moscio
non lontano da casa (casa
è un modesto appartamentino
posseduto e gestito dal comune),
i rottami del viaggio in media
inferiori all’atteso,
odore di acque affioranti,
abbeveratoi, pozzi particolari.
Tutto si riavvolge a ritroso
in tempo per il momento torcente della sera:
avremmo potuto fare tanto,
abbiamo fatto tanto.
Malerbe come grattacieli sulla volta azzurra del firmamento:
dove finirà? Cos’è questo? Chi sono queste persone?
Io sono me stesso o una pianta che parla?

3. Adoro il mare

Non c’è promessa ma sovrabbondanza
d’intimità nel modo in cui la terra ingiallita s’incunea in sé.
Questa zona non piace a molti
e con qualche ragione: le case vanno restaurate,
le auto davanti casa sono troppo nuove.
Le pendici circostanti sognano, immemori.
Vi sono piccole radure, allegre, calde,
tra piante di poco conto.
Il mio sogno si ottunde:
al risveglio stamattina ho notato dapprima
che tu non c’eri,
poi piano piano mi sono pungolato a rientrare nel sogno:
questi treni, gente, spiagge, giri in macchina felici perché la loro varietà
è superata ma pur sempre presente, là fuori non so dove,
nel giardinetto di fianco a casa, forse.

L’edera fa da arazzo a un’intera parete.
Il tempo è più buio
per rapide ragioni dentro a tutto, per ciò che gli importa ora.
Potremmo ancora andare a letto insieme ma ciò non
ripristinerebbe il profitto di questi perigliosi sogni di mare,
tutto quel frangersi, quella cecità, quel sangue
che ci fa pensare ad altri giorni lungo il mare
nonostante permanga, come la cecità del pieno sole.

*

LA TOMBA DI STUART MERRILL

È la prima soir di marzo
hanno portato via le piante.

Martha Hoople voleva una grande ortensia gnossienne
che profumasse ovunque di Jicky per
le amiche del bridge: lo scantinato non bastava
a reggere tutta quella sfrenatezza.

I petit fours se ne sono andati.

Quindi s’alzò il Sindaco per il discorso:
il nuovo conservatorismo vi sta
seduto accanto.
Dopo che l’autobus scivolò via oltre Place Pereire
captai il riflesso del cappuccio copri-lente: i lillà
non conteranno granché, diceva.

Altrimenti a Parigi perché non hai mai troppo apprezzato i miei toccasana prediletti.
Una volta ho accennato a un palliativo per le emorroidi
che non volevi provare, e nemmeno ammettere di averne provati altri.
Adesso viviamo senza o piuttosto tiriamo avanti l’uno senza
l’altro. Ciascuno di noi
vive nell’enigma
che non chiamiamo vivere
chiuso e aperto insieme.
La conoscenza può mai far danno?
E un mandato? Penso
che mi rimetterò alla clemenza della corte.

Stanno riportando le piante
una a una
negli interstizi del paradiso, della terra e dell’oggi.

“Ora sono molto attratto dal suo stile. Lei pare possedere nella sua opera un’aria di assoluta libertà d’espressione e di immaginismo, in qualche modo interessante e sconcertante insieme. Dopo aver letto una sua poesia, provo sempre la tentazione di leggerla e rileggerla. Pare che la mia inesperienza mi ostacoli nel capire i suoi significati.

“Mi piacerebbe davvero capire cosa fa per conferire quella ‘carica magnetica’ alla sua poesia, alla quale il lettore interessato, comunque in qualche misura perplesso, ritorna per averne una più limpida comprensione.”

I canoni crollano
uno a uno compreso le célèbre di Pachelbel
il movimento conclusivo della sonata per violino e pianoforte di Franck.
E che ne dite di un nuovo genere di conservatorismo ermetico
e del patire crisi d’astinenza dallo stesso?

Diamoci una mossa
ma, e il passato?
Perché s’accresce solo grazie a frammenti.
Ogni sera usciamo a passeggio per vedere
come vanno i lavori del tempio.
Interessa in modo specifico osservare come
un pezzo viene aggiunto al precedente.
Per lo meno non è orrendo come
trovarsi all’ospedale e capire fino in fondo cosa vuol dire starci.
Così si è tentati di non annoverare questa pagina
tra i frammenti delle nostre vite
proprio mentre il suo significato sta per coagularsi
nell’aria che ci circonda:

“Padre!” “Figliolo!” “Padre, credevo ti avessimo smarrito
sui pianori azzurri e giallo cupo dell’Egeo:
ma adesso pare tu sia tornato per davvero.”
“Solo per un po’, figliolo, solo per un po’.”
Adesso possiamo entrare.

da Autoritratto entro uno specchio convesso –
John Ashbery