Non voglio nulla da qui
Io lascerei tutto qui, le valli, le colline, i sentieri e le ghiandaie in giardino, io lascerei qui baracca e burattini, il cielo e la terra, la primavera e l’autunno, lascerei le strade che conducono fuori città, le nottate in cucina, l’ultimo sguardo d’amore e tutte le terrificanti direzioni verso le città, lascerei il denso tramonto che scende sul paesaggio, lascerei il peso, la speranza, l’incanto e la calma, lascerei qui ciò che ho amato e ciò che sento vicino, ogni cosa che mi ha commosso, che mi ha scosso, che mi ha affascinato ed elevato, lascerei il nobile, il benevolo, il piacevole e il dannatamente bello, lascerei qui tutti i germogli appena sbocciati, tutte le nascite e tutte le esistenze, lascerei qui la magia, il mistero, lo stordimento delle distanze, delle inesauribilità, e delle eternità: perché lascerei indietro questa terra e queste stelle, perché con me non porterei via nulla da qui, perché ho guardato dentro ciò che sta per arrivare, e non voglio nulla da qui.

Vagabondaggio da fermi
Bisogna andarsene da qui, perché questo non è un posto dove si possa stare, né un posto dove valga la pena di rimanere, perché questo è un posto da cui bisogna fuggire via, bisogna sottrarsi al peso di questa sua cappa insopportabile, fredda, triste, desolata e mortale, bisogna prendere la valigia, prima di tutto è necessario prendere la valigia, due valigie dovrebbero bastare, poi bisogna metterci dentro tutto, chiuderle facendo scattare le serrature, quindi correre dal calzolaio a far risuolare le scarpe, a farle risuolare per bene, risuolarle ancora e ancora, per cui, ecco, prima di tutto servono degli scarponi, un buon paio di scarponi, due valigie e un buon paio di scarponi, queste sono le cose che servono, dopo di che si può partire, a patto di conoscere – perché questa è la primissima cosa – la propria esatta posizione, bisogna cioè avere un buon senso pratico per partire, un’abilità in tutto e per tutto pratica, non basta essere guidati solo da un’ispirazione, non basta una qualche vaga coordinata sentimentale nascosta nel profondo del cuore per determinare il punto in cui ora ci troviamo, in base al quale poter scegliere la direzione giusta, ci serve piuttosto un senso particolare, ci serve una specie di dispositivo di orientamento da tenere in mano, un dispositivo per stabilire che siamo qui ed esattamente qui, in questo preciso punto dello spazio, un punto che si dà il caso corrisponda a un luogo quanto mai opprimente, insopportabile, freddo, triste, desolato e mortale, un luogo dal quale bisogna andare via, un luogo che non è un luogo dove una persona possa essere in grado di stare, dove possa essere in grado di rimanere, perché una persona che si trovi in questo punto paludoso e spaventoso e buio dello spazio non è in grado di fare proprio un bel nulla, a parte dire: bisogna andare via, bisogna andarsene subito, bisogna avviarsi immediatamente e senza pensarci oltre, andare via senza mai guardarsi indietro, limitandosi a camminare con gli occhi fissi davanti a sé, seguendo la direzione stabilita in precedenza, la direzione giusta, naturalmente, una direzione che, tutto sommato, non sembra poi così terribilmente difficile da stabilire, tranne nel caso in cui questo senso pratico, questo speciale sesto senso con cui siamo riusciti a individuare le coordinate del punto compreso nello spazio fra triste e mortale, tutto a un tratto non ci avverta di qualcosa, perché “normalmente” la faccenda si svolge così: si stabilisce che da questo determinato punto noi dobbiamo andare o di qua o di là, ossia che la direzione giusta risulta essere o questa o quell’altra, solo che ci sono dei casi, dei cosiddetti casi “non normali”, in cui questo nostro senso, questo nostro sapere pratico, con buona ragione molto apprezzato, afferma che sì, la direzione che abbiamo scelto è giusta, quindi eccoci qui, questa direzione va bene, proseguiamo pure, ma – dichiara altresì questo nostro senso – va bene anche la direzione opposta, ed è in questi casi che subentra lo stato del vagabondaggio da fermi, perché in questi casi ci sarà questa certa persona, con in mano le sue due valigie pesanti e ai piedi il suo paio di scarponi ben risuolati, che potrebbe andare sia a destra, senza per questo sbagliare direzione, sia a sinistra, e non si sbaglierebbe comunque nemmeno un po’, e cioè questo nostro senso interiore si troverebbe a giudicare giuste ben due direzioni, due direzioni diametralmente opposte l’una all’altra, entrambe giuste alla stessa maniera, e la sua valutazione sarebbe del tutto legittima, poiché l’indicazione di queste due direzioni diametralmente opposte l’una all’altra avviene per opera del senso pratico nel quadro di riferimento del desiderio, ossia il “vai a destra” ha lo stesso identico valore del “vai a sinistra”, poiché entrambe le direzioni puntano verso i territori più lontani dei nostri desideri, nei luoghi più lontani da questo punto qui, perché il punto da raggiungere in una data direzione non sarà più determinato dal nostro sapere pratico o senso pratico, da questa nostra capacità pragmatica, ma solo ed esclusivamente dal nostro desiderio, dall’aspirazione di riuscire non solo ad allontanarci il più possibile dalla situazione attuale, ma anche, allo stesso tempo, di arrivare nel luogo più promettente, dove ci si possa riposare, calmare, perché è di questo che si tratta: della tranquillità, è questo ciò che quest’uomo cerca in quella agognata lontananza, una tregua da quella indicibile, opprimente, dolorosa, folle inquietudine che lo attanaglia ogni volta che pensa alla sua situazione attuale, al punto di partenza, alla terra infinitamente estranea in cui si trova adesso, e dalla quale deve andarsene, perché qui tutto è insopportabile e freddo e triste e desolato e mortale, ma dalla quale non riesce a staccarsi, e sin dal primo momento in cui ne diventa consapevole avverte via via un turbamento crescente, perché si rende conto, sino a rimanerne sconvolto, di essere sostanzialmente legato mani e piedi, e di essere legato mani e piedi proprio a causa di quel suo senso pratico, che altrimenti funziona alla perfezione, ma che ora punta in due direzioni opposte allo stesso tempo, dicendogli di partire senza esitazione, dicendogli che fa bene a volersene andare, solo che non è possibile avviarsi al contempo in due direzioni opposte, e come si potrebbe mai fare una cosa del genere, è appunto questa la domanda, e questa rimane la questione che lo trattiene e lo lega qui, e così egli se ne sta qui, rimane qui, come una nave sfasciata che si incaglia in una secca, se ne sta fermo e ingobbito sotto il peso delle sue pesanti valigie, sta fermo, non si muove, e così, da fermo, si avvia nel mondo, alla cieca, in una direzione qualsiasi, non ha più importanza quale, parte senza muovere un muscolo, e quando è ormai lontano e ha iniziato il suo vagabondaggio alla cieca nel mondo, mentre la sua figura in realtà immobile e ingobbita diventa quasi una statua scolpita nel luogo che non riesce ad abbandonare, la sua sostanza appare invece su ogni strada: viene avvistato di notte e di giorno, lo si riconosce in America e in Asia, lo si incrocia in Europa e in Africa, vaga per le montagne, vaga per le valli, vaga lungo i fiumi, cammina e cammina, e non smette mai di vagare in questo modo, nemmeno per una sola notte, dorme appena un’oretta ogni tanto, e anche allora lo fa come un animale, come un soldato, e non fa domande, e non si sofferma a guardare nessuno, e anche se gli chiedono: ma che cosa stai facendo, povero matto, ma dove stai andando con quello sguardo tormentato, ma siediti, riposati un po’, chiudi gli occhi, resta qui per la notte, quest’uomo non si siede e non si riposa, non chiude gli occhi, non rimane per la notte, perché non rimane a lungo da nessuna parte, perché dice, sempre se dice qualche cosa, che deve continuare ad andare, sempre, ed è evidente dal suo aspetto che sarebbe inutile fare altre domande, chiedergli dove se ne stia andando, dove voglia arrivare con questa sua marcia forzata, perché non lo svelerebbe a nessuno, perché lui stesso non saprebbe più quello che forse prima, quando se ne stava qui fermo con le sue due pesanti valigie in mano, sapeva: si è messo in cammino, è partito, ma senza avere in realtà una strada, e quindi non può averne una nemmeno durante il suo viaggio, sembra più che altro un patetico fantasma che nessuno teme, con cui nessuno cerca di spaventare i bambini, il cui nome non viene mormorato nelle chiese, sperando di scongiurare con le preghiere la sua apparizione in città, e che, anche quando si palesa in questo o quell’altro luogo, la gente si limita a mandare via con un cenno della mano, sospirando per la sua nuova apparizione, perché le sue apparizioni continuano, ora in America ora in Asia, ora ancora in Europa e ora di nuovo in Africa, e così comincia a dare l’impressione che giri in tondo per il mondo, come la lancetta di un orologio, e se anche all’inizio la sua presenza qui e là poteva risultare in qualche modo interessante, come può esserlo perfino quella dei fantasmi più patetici, quando arriva in un luogo per la seconda, o la terza, o la quarta volta, davvero è già tanto se viene salutato con un cenno della mano, davvero nessuno si cura più di lui, e così iniziano a scarseggiare anche le occasioni in cui qualcuno cerca di fargli domande o di offrirgli un posto a sedere, sempre più di rado gli mettono del cibo davanti, e anzi con il passare del tempo non viene nemmeno più accolto volentieri nelle case, perché chissà, si dicono le persone tra di loro, che cosa c’è dietro tutta questa faccenda, ma in realtà va da sé che si sono semplicemente stancate di lui, stancate per davvero, perché al contrario della lancetta di un orologio lui non indica nulla, non mostra nulla e non significa nulla, ma ciò che più di tutto infastidisce il mondo, sempre che ci sia ancora qualcosa capace di infastidire il mondo, è in prima e ultima istanza il fatto che quest’uomo non vale nulla, cammina e cammina, ma senza avere alcun valore al mondo, ed è così che arriva il momento in cui egli si muove in questo mondo senza nemmeno essere notato, scompare letteralmente, come se la sua sostanza fosse evaporata, diviene nulla per il mondo, e cioè viene dimenticato, il che naturalmente non significa che egli sia davvero assente dalla realtà, perché è vero invece il contrario, continua a essere molto presente mentre continua a camminare, instancabile, cammina tra l’America e l’Asia, tra l’Africa e l’Europa, solo che il collegamento tra lui e il mondo si è come interrotto, ed essendo quindi lui dimenticato diventa anche invisibile, e a causa di ciò rimane definitivamente abbandonato a sé stesso, ed è allora che, in certe stazioni del suo vagabondaggio, inizia a notare che in questa storia esistono altre figure a lui somiglianti, di tanto in tanto incontra cioè persone che sono proprio come lui, come se si stesse guardando in uno specchio, e all’inizio si spaventa e si allontana in fretta da quella città o da quella zona, ma poi di tanto in tanto lascia indugiare lo sguardo su queste strane figure, comincia a esaminarle meglio, cercando le differenze tra la propria apparenza e la loro, e con il passare del tempo ne incontra sempre di più di questi strani vagabondi uguali a lui, e diventa sempre più chiaro che anche le valigie sono sempre uguali identiche, e la schiena ingobbita è sempre uguale identica, e la posizione di queste persone mentre reggono il peso delle loro valigie e il modo in cui arrancano lungo le strade, tutto in loro è uguale identico, non semplicemente simile, ma proprio uguale, compresi i loro scarponi, con le suole ben sistemate, perché lui nota anche questo, una volta che entra in una sala spaziosa per bere dell’acqua, osserva come anche le suole delle loro scarpe siano altrettanto ben rifatte, e allora si sente gelare il sangue nelle vene, perché si rende conto che quella sala intera è piena di persone uguali identiche a lui, e allora finisce subito di bere e in fretta e furia lascia quella città e si allontana da quella zona, e da quel momento in poi non mette mai più piede dove pensa di poter incontrare quei vagabondi, ed evita tutti i luoghi in cui percepisce la possibilità di imbattersi in uno di loro, e così rimane definitivamente e completamente solo, mentre il suo vagabondare perde la propria ossessiva casualità, anche se lui, instancabile, continua a muoversi, iniziando un periodo del tutto nuovo di questi suoi vagabondaggi, perché è sicuro che solo dopo questa sua decisione, di costringersi cioè in un labirinto, e di evitare, per quanto possibile, tutti quelli uguali identici a lui, solo a partire da allora sono cominciati i sogni, perché lui dormiva in luoghi del tutto casuali e in orari del tutto casuali, di un sonno leggero e per periodi brevi, ed è proprio durante uno di questi sonnellini leggeri che comincia a sognare, come mai prima di allora, e per la precisione non fa che ripetere sempre lo stesso identico sogno, sogna di arrivare alla fine dei suoi vagabondaggi, e di vedere una specie di grande orologio, o forse una ruota, o un’officina girevole, dopo il risveglio non riesce mai a decidere con certezza che cosa fosse, comunque sia arriva davanti a qualcosa di simile, o a una combinazione di cose simili, si avvicina ed entra dentro questo orologio, o ruota, oppure officina, si ferma al centro, e sopraffatto dall’indicibile fatica che lo ha accompagnato fino ad allora, cade a terra, crolla come se fosse stato colpito, come una torre che rovina su sé stessa, si sdraia su un fianco, e vuole finalmente dormire, come un animale esausto, allo stremo delle forze, e questo sogno si ripete ormai in ogni occasione, non appena poggia la testa in qualche angolino o su qualche branda di fortuna, rivive sempre lo stesso sogno, ancora e ancora, eppure avrebbe dovuto vedere qualcosa di completamente diverso, se solo avesse alzato lo sguardo, se solo una volta, durante tutti quei vagabondaggi che parevano durare da secoli, avesse girato verso l’alto la testa che tiene sempre abbassata, perché se lo avesse fatto avrebbe potuto accorgersi che era ancora lì, fermo con due valigie in mano, con gli scarponi ben risuolati ai piedi, ed è ancora adesso inchiodato a quel fazzoletto di terra sopra cui poggia i piedi, così saldamente ancorato da non avere la benché minima speranza di riuscire a muoversi da lì, perché è lì che deve restare fino alla fine dei tempi, vincolato allo stesso tempo a due diverse direzioni, entrambe giuste, deve rimanere lì fermo fino alla fine dei tempi, perché quel posto è la sua casa, è proprio lì che è nato, è lì che un giorno dovrà morire, è lì che dovrà rimanere, lì, a casa sua, nel luogo dove tutto è freddo e triste.
da Avanti va il mondo –
László Krasznahorkai
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* in copertina: No – Jasper Johns
** nel post: Bycicle– Günther Schützenhöfer
