ma che voce è questa? – M. Blanchot

… – In effetti tutto comincia, per così dire, come nell’Iliade, con una invocazione alla Musa, con un appello alla voce, col desiderio di affidarsi a quella parola del fuori che parla da ogni parte. Tra l’essere, appena vivente ed anche non vivente, ridotto al suo ansimare a livello del fango, e la voce anonima, si stabiliscono dei rapporti che, nella loro risibile irrilevanza, sono più importanti delle peripezie e dei fasti della storia. Prima di tutto l’ansito copre la voce; e dunque il respiro, pegno di vita, deve placarsi perché sia della vita, perché l’essere possa dire sento la mia vita. E lo dice sempre con una certa felicità; pare che quella di udire sia l’ultima passione, anche se interrompe la vita, o forse proprio perché la interrompe.

Udire, solo udire: la mia vita una voce fuori qua-qua da tutte le parti delle parole dei frammenti poi poi altre parole altri frammenti le stesse mal dette mal sentite poi niente per un tempo enorme poi in me nel sotterraneo biancore d’ossa frammenti dieci secondi quindici secondi mal uditi mal mormorati mal uniti mal annotati la mia vita intera balbettio spellata sei volte.

– Ma che voce è questa?
-Ecco una domanda che non bisogna fare, giacché la voce è già presente nell’intelligenza della domanda posta su di essa. È una voce antica, più antica di ogni passato; ad ognuno pare che parli intimamente delle figure lontani che sono le sue: così all’inizio si affermano ancora due o tre immagini dell’infanzia e dell’adolescenza che, in quel racconto dove non c’è quasi niente da vedere, hanno una forza di seduzione pari a quella delle rare parole corrispondenti a qualcosa di rappresentabile e capaci di evocarlo ancora, il sacco, le scatole, il fango, Il buio. Abbiamo uno strano bisogno di vedere e di far vedere che sopravvive quasi a tutto.
– Ma che voce è questa?
– Alla fine c’è una specie di ipotesi: potrebbe essere la voce di tutti, la parola impersonale, vagante, continua, simultanea, successiva, nella quale ciascuno di noi, sotto la falsa identità che si attribuisce, ritaglia o proietta la parte che gli spetta, rumore trasmissibile all’infinito nei due sensi, processione che, non fermandosi, lascia una certa possibilità di comunicazione: eccolo dunque questo passo dei nostri finalmente ci siamo eccolo che si ascolta da se stesso e tendendo l’orecchio al nostro mormorio lo tende in realtà ad una storia di sua invenzione mal ispirata mal detta ed ogni volta così vecchia così dimenticata che può sembrare conforme a quella che gli mormoriamo al fango
E questa vita al buio il fango le sue gioie pene viaggi e abbandoni tale che una sola voce continuamente spezzata ora metà di noi ora l’altra metà la esaliamo quando la smettiamo di ansimare ad un dipresso quella che aveva formulato
e di cui a detta di alcune sue cifre ogni venti o quarant’anni circa senza stancarsi ricorda a noi abbandonati Ie grandi linee
– È la parola biblica: di generazione in generazione si srotola, si estende. E invece ora non sia il dovere di prolungarla, ma piuttosto di porvi fine, e tornare dal moto alla quiete. Proprio per questo motivo il recitante si chiede: non esiste una formulazione capace nello stesso tempo di sopprimerlo del tutto e di aprirgli la via di quella quiete o almeno di rendermi l’unico responsabile di questo inqualificabile mormorio di cui perciò questi sono proprio gli ultimi frammenti
[…]
– E c’è anche la singolare reminiscenza di un mondo che siamo costretti a chiamare spirituale, l’interminabile tempo senza sonno in cui già Maldoror (che il racconto di Beckett evoca sovente) trovava l’equivalente della dannazione, l’eternità che è un inferno anche quando porta il nome di cielo: preghiera per niente al sonno io non ho ancora il diritto io non l’ho ancora meritato preghiera per la preghiera quando tutto viene meno quando io penso alle anime al tormento al vero tormento alle vere anime che non hanno mai diritto al sonno si parla del sonno ho pregato per loro una volta secondo una vecchia veduta è ingiallita
– Ricordo di cose dell’infanzia durante il viaggio della prima parte, che forse è quello della nascita o anteriore alla nascita, nella migrazione infinitamente lenta che è l’Odissea di quest’epopea, [..] ma come è detto in questo caso i termini sono un po’ eccessivi, quasi tutti un po’ eccessivi lo dico come l’intendo. Ed è vero, la parola stridente dell’humour, la parodia si attenua; Il pittoresco gratta invano contro l’assurdo. Si direbbe si direbbe che la parola si cambi in un dolce fantasma di parola, talvolta quasi placato.
– E’ la calma?
– Forse la calma, ma mai sufficientemente calma. Ci sono naturalmente dei momenti di tregua, quelli ricordati nei “testi per nulla”, più tristi di tutti gli altri. “Si, sono stato mio padre e mio figlio, mi sono posto delle domande e ho risposto meglio che ho potuto, mi sono fatto ripetere, una sera dopo l’altra, la stessa storia che sapevo a memoria senza potervi credere, oppure camminavamo, tenendoci per mano, silenziosi, sprofondati nel nostro mondo, ognuno nel suo, le mani dimenticate l’una nell’altra. È così che ho resistito fino ad ora. E ancora stasera pare che vada bene, sono nelle mie braccia, mi tengo nelle mie braccia, senza molta tenerezza ma fedelmente, fedelmente. Dormiamo, come sotto questa lampada lontana, mescolati a forza di parlare, di ascoltare, di penare, di giocare.”
– Allora qualche volta la voce tace?
– “La voce, la vecchia voce che si affievolisce, al fine potrebbe anche tacere e non sarebbe vero, come non è vero che parla, non può parlare, non può tacere. E ci sarebbe un giorno, in questo luogo dove non ci sono giorni e che non è un luogo, nato dall’impossibile voce il non fattibile essere, un inizio di giorno, come tutto sarebbe silenzioso, vuoto in nero, come adesso, come tra poco, quando tutto quando tutto sarà finito, tutto sarà stato detto, mormora lei”.
– Dunque bisogna aspettare ancora. E intanto che c’è da fare? Che facciamo?
– Ebbene, intanto chiacchieriamo.
– Già, chiacchieriamo ascoltando la voce. Ma che voce è questa?
– Non è qualcosa da sentire. Forse l’ultimo grido scritto, ciò che si iscrive nell’avvenire fuori dal libro, fuori del linguaggio.
– Ma che voce è questa?

..

da La conversazione infinita
di Maurice Blanchot

 

* in copertina
Canto VI (dalla serie 18 Canti)
di Barnett Newman