A. Camus e Boris Eldagsen

Assurdo. Ristabilire morale attraverso il Tu.

 

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Boris Eldagsen, dalla serie Poem: How to disappear completely

Gennaio 1936

Di quel giardino dall’altra parte della finestra non vedo che i muri. E le fronde attraverso le quali filtra la luce. Più in alto altre fronde, più in alto ancora il sole. E di tutta quell’esultanza dell’aria che si sente all’esterno, di tutta quella gioia che si diffonde nel mondo, scorgo soltanto ombre di foglie che danzano sulle tende bianche. Più cinque raggi di sole che riversano pazientemente nella stanza un biondo profumo d’erbe secche. Una brezza, e le ombre sulla tenda si animano. Ma basta che una nube copra e poi scopra il sole, ed ecco che dalla penombra sgorga il giallo splendente di quel vaso di mimose. È sufficiente l’apparire di questa unica luce a inondarmi di una gioia confusa e inebriante.
Prigioniero della caverna, eccomi solo di fronte all’ombra del mondo. Pomeriggio di gennaio. Ma il freddo rimane dietro, nell’aria. Ovunque una sottile pellicola di sole che si spezzerebbe sotto un’unghia, ma che riveste ogni cosa di un eterno sorriso. Chi sono e che posso fare – se non entrare in quel gioco di fronde e di luci? Essere questo raggio di sole in cui si consuma la mia sigaretta, questa dolcezza, questa passione discreta che respira nell’aria. Se cerco di raggiungere me stesso, è proprio in fondo a questa luce. E se tento di comprendere e di gustare questo sapore delicato che svela il segreto del mondo, sono ancora io ciò che trovo in fondo all’universo. Io, cioè questa immensa emozione che mi libera dall’ambiente. Fra poco altre cose, e gli uomini, torneranno ad afferrarmi. Ma lasciatemi ritagliare questo minuto dalla stoffa del tempo, come altri lascerebbero un fiore fra le pagine per racchiudervi una passeggiata in cui li ha sfiorati l’amore. Anch’io passeggio, ma è un dio colui che mi accarezza. La vita è breve e perdere il proprio tempo è peccato. Io il mio tempo lo perdo continuamente, e gli altri mi credono estremamente attivo. Oggi, però, è una sosta, e il mio cuore muove incontro a se stesso.
Se ancora mi sento soffocare da un senso di angoscia, esso consiste nel sentire che questo attimo impalpabile mi scivola fra le dita come le perle del mercurio. Lasciate dunque che quelli che lo desiderano si distacchino dal mondo. Io non mi lamento, perché mi guardo nascere. E in questo mondo sono felice perché di questo mondo è il mio regno: una nube che passa e un istante che si spegne. La morte di me per me stesso. Il libro si apre su una pagina amata. Come è scipita oggi di fronte al libro del mondo! È vero che ho sofferto, non è vero che soffro; e questa sofferenza mi inebria perché è questo sole e queste ombre, questo caldo e questo freddo che si sente in lontananza, nel fondo stesso dell’aria. Potrò chiedermi se qualcosa muore e se gli uomini soffrono, perché tutto è scritto su questa finestra dove il cielo riversa la sua pienezza. Posso dire, e fra poco lo dirò, che ciò che conta è essere umani, semplici. E invece no: ciò che conta è essere veri, e automaticamente ne consegue tutto il resto, l’umanità e la semplicità. E quando sono più vero e più trasparente di quando sono il mondo?
Un attimo di silenzio adorabile. Gli uomini tacciono, ma s’innalza il canto del mondo e io, incatenato in fondo alla caverna, vengo esaudito ancor prima di aver desiderato. Ecco l’eternità e io la speravo. Ora posso parlare. Non so cosa potrei augurarmi di più di questa continua presenza di me stesso a me stesso. Non è di essere felice che ora mi auguro, ma soltanto di essere cosciente. Ci si crede distaccati dal mondo, ma basta che un ulivo svetti nella polvere dorata, bastano certe spiagge abbaglianti nel sole del mattino per sentire sciogliersi in sé questa resistenza. È proprio questo che mi accade. Prendo coscienza delle potenzialità di cui sono responsabile. Ogni minuto della vita ha in sé un valore miracoloso e un volto eternamente giovane.

 

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Boris Eldagsen, dalla serie Poem: How to disappear completely

15 settembre 1937

A Fiesole, nel chiostro di San Francesco, un cortiletto cinto da arcate e traboccante di fiori rossi di sole, di api gialle e nere. In un angolo un annaffiatoio verde. Ovunque un ronzio di mosche. Arso dal caldo, il piccolo giardino fuma dolcemente. Siedo per terra, penso ai quei francescani di cui poco fa ho visto le celle e di cui ora comprendo le fonti di ispirazione, e sento che, se hanno ragione, hanno ragione con me. Oltre il muro cui sono appoggiato c’è, lo so, la collina che scende verso la città, e tutta Firenze si offre con i suoi cipressi. E questo splendore della natura è la giustificazione di quegli uomini. Io pongo tutto il mio orgoglio nel credere che sia anche la mia, di tutti gli uomini della mia razza, i quali sanno che l’estremo della povertà si confonde sempre col lusso e la ricchezza del mondo. Se si spogliano, lo fanno per una vita più grande (non per un’altra). È il solo significato che posso attribuire al termine «denudamento». «Essere nudi» è espressione che conserva comunque un senso di libertà fisica, e questo accordo fra la mano e i fiori, questa intesa amorosa fra la terra e l’uomo scioltosi dall’umano… ah, come mi convertirei volentieri, se non fosse già la mia religione!
Oggi mi sento libero dal mio passato e da ciò che ho perduto. Voglio soltanto questa segregazione, questo spago chiuso, questo fervore lucido e paziente. E come si preme e si manipola il pane caldo, così voglio tenere fra le mani la mia vita, al modo di coloro che hanno saputo rinchiudere la loro tra fiori e colonne. Come, anche, quelle lunghe notti in treno in cui si può parlate con se stessi e prepararsi a vivere, soli col proprio io, e quell’ammirevole perseveranza nel riprendere certe idee, nel bloccare la loro fuga e nell’andare avanti ancora. Leccare la vita come zucchero d’orzo, plasmarla, affilarla, amarla insomma, come si cerca la parola, l’immagine, la frase definitiva, quella che conclude, che blocca, quella dalla quale si ripartirà e che costituirà d’ora innanzi tutto il colore del nostro sguardo. Qui posso davvero fermarmi, trovare finalmente il punto d’approdo di una vita sfrenata e senza respiro. Il mio sforzo consisterà appunto nel portare al limite estremo questa presenza di me stesso a me stesso, nel conservarla davanti a tutti gli aspetti della mia vita – anche a costo di quella solitudine che, ora lo so, mi è tanto difficile sopportare. Non cedere, tutto sta lì. Non consentire. Non tradire. In questo mi sarà d’aiuto la mia violenza e là dove essa mi conduce mi raggiungerà il mio amore, e con lui quella frenetica passione di vivere che è il sale delle mie giornate.
Ogni volta che si cede (che io cedo) alle proprie vanità, ogni volta che si pensa e si vive «per apparire», si tradisce. E ogni volta è sempre la gran disgrazia di voler apparire che mi ha rimpicciolito dinanzi al vero. Non è necessario offrirsi agli altri: solo a coloro che si amano. Perché in questo caso non ci si offre per apparire ma soltanto per dare. Veramente forte è colui che appare esclusivamente quando è necessario. Andare sino in fondo significa saper serbare il proprio segreto. Io ho sofferto ad essere solo, ma serbando il mio segreto ho sconfitto la sofferenza. E oggi non conosco gloria più grande del vivere solo e ignorato. Scrivere è la mia gioia profonda! Acconsentire al mondo e al godimento, ma solo nel «denudamento». Non sarei degno di ammirare la nudità dei paesaggi se non sapessi rimanere nudo davanti a me stesso. Per la prima volta il significato del termine «felicità» non mi sembra equivoco: è più o meno il contrario di ciò che abitualmente si intende quando si dice: «Sono felice».
Una certa continuità nella disperazione finisce per generare gioia. Gli stessi uomini che a San Francesco vivono davanti ai fiori rossi, tengono in cella un teschio per alimentare le proprie meditazioni. Firenze oltre la finestra e la morte sulla tavola. In quanto a me, se mi sento a una svolta della vita, non è per ciò che ho acquistato, ma per ciò che ho perduto. Sento in me forze estreme e profonde, ed è grazie a queste forze che devo vivere come intendo. Se questa giornata mi sorprende così lontano da tutto è perché non ho altra forza che di amare e ammirare. Vita dal volto di lacrime e di sole, vita senza il sale e la pietra rovente, vita quale io l’amo e l’intendo: mi sembra che accarezzandola convergeranno tutte le mie possibilità di disperazione e di amore. Questa giornata non è una pausa fra il sì e il no, ma è il sì ed è il no. Il no e la ribellione a tutto ciò che non è lacrime e sole. E sì alla vita in cui per la prima volta sento la promessa dell’avvenire. Si conclude in Italia un anno ardente e disordinato: con l’incertezza del futuro, ma con la libertà più assoluta nei confronti del passato e di me stesso. Questa è la mia povertà e la mia sola ricchezza. È come se ricominciassi da capo la partita, né più felice né più infelice, ma con la coscienza delle mie forze, il disprezzo delle mie vanità e questa lucida febbre che mi incita ad affrontare il mio destino.

dai Taccuini –
Albert Camus

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Boris Eldagsen, dalla serie “Poem: How to disappear completely”

Ho rinunciato al punto di vista morale. La morale porta all’astrazione e all’ingiustizia. È madre del fanatismo e dell’accecamento. Chi è virtuoso deve tagliare teste. Ma cosa dire di chi professa la morale, senza poter vivere al suo livello? Le teste cadono e lui legifera, infedele. La morale taglia in due, separa, scarnifica. Bisogna fuggirla, accettare di essere giudicati e smettere di giudicare, dire di sì, fare l’unità – e, nell’attesa, soffrire d’agonia.