Perché le cose finiscono sempre in disordine?

” Dove gli angeli esitano ”

Alice nel Paese delle Meraviglie, dal film di Jan Svankmaier

Figlia Papà, perché le cose finiscono sempre in disordine?
Padre Come? Le cose? In disordine?
F. Be’, la gente è sempre lì a mettere le cose a posto, ma nessuno si preoccupa di metterle in disordine. Sembra proprio che le cose si mettano in disordine da sole. E poi bisogna rimetterle a posto.
P. E le tue cose finiscono in disordine anche se tu non le tocchi?
F. No…. se nessuno le tocca, no. Ma se qualcuno le tocca, allora si mettono in disordine, e se non sono io è ancora peggio.
P. Già… ecco perché non voglio che tu tocchi le cose che sono sulla mia scrivania, perché il disordine diventa anche peggiore se le mie cose le tocca qualcuno che non sia io.
F. Ma perché le persone mettono sempre in disordine le cose degli altri, papà?
P. Be’ , un momento, non è così semplice. Prima di tutto, che cosa vuol dire disordine?
F. Vuol dire… che non riesco a trovare le cose, e così tutto sembra in disordine. Cioè, quando niente è al suo posto…
P. D’accordo, ma sei sicura di dare a ‘disordine’ il significato che gli darebbe una qualunque altra persona?
F. Ma sì, papà, sono sicura… perché io non sono una persona molto ordinata, e se lo dico io che le cose sono in disordine, sono sicura che chiunque altro sarebbe d’accordo.
P. Va bene… ma pensi che quando tu dici ‘a posto’ tu intenda la stessa cosa che intenderebbero gli altri? Se la mamma mette a posto le tue cose, sai dove ritrovarle?
F. Mah… a volte… perché, vedi, io so dove mette le cose quando fa ordine…
P. Sì, anch’io cerco di impedirle di fare ordine sulla mia scrivania. Sono convinto che la mamma e io non intendiamo la stessa cosa per ‘ordinato’.
F. Papà, e tu e io intendiamo la stessa cosa per ‘ordinato’?
P. Non credo, cara… non credo proprio.
F. Ma, papà, non è strano… Tutti vogliono dire la stessa cosa quando dicono ‘disordinato’ , ma pensano a cose diverse quando dicono ‘ordinato’, Però ‘ordinato’ è il contrario di ‘disordinato’, non è vero?
P. Qui si entra nel difficile. Ricominciamo d’accapo. Tu hai detto: « Perché le cose finiscono sempre in disordine ?». Ora abbiamo fatto qualche passo avanti, e cambiamo la domanda così: «Perché le cose finiscono in uno stato che Cathy chiama ‘non ordinato’?». Capisci perché voglio cambiare la domanda in questo modo?
F. Be’ , credo di sì… perché se ‘ordinato’ vuol dire per me una cosa speciale, allora certi ‘ordini’ delle altre persone mi sembrano disordini… anche se siamo d’accordo sulla maggior parte di quello che chiamiamo disordini…
P. Proprio così. Ora esaminiamo quello che tu chiami ordinato. Dov’è la tua scatola di colori quando è in un posto ordinato?
F. Qui, da questa parte dello scaffale.
P. Bene… e se fosse in qualche altro posto? F. No, quello non è il suo posto, e comunque dovrebbe stare diritta e non tutta storta come la metti tu.
P. Ah, nel posto giusto è diritta.
F. Si.
P. Be’, allora ci sono solo pochissimi posti che sono;’ordinati’ per la tua scatola di colori…
F. Solo un posto…
P. No… pochissimi posti, perché se la muovo un pochino, così, è ancora in ordine.
F. Va bene… ma proprio pochissimi posti.
P. D’accordo… pochissimi posti. E allora il tuo orsetto, e la tua bambola, e il mago di Oz, e il tuo maglione e le scarpe? È vero per ogni cosa, no? – che ci sono pochissimi posti che per quella cosa sono ‘ordinati’
F. Si, papà… ma il mago di Oz potrebbe stare in un punto qualsiasi di quello scaffale. E sai cosa, papà? Mi secca molto quando i miei libri si confondono con i tuoi coi libri della mamma.
P. Si, lo so (pausa)
F. Papà, non hai finito. Perché le mie cose finiscono sempre nel modo che io dico che non è ordinato?
P. Ma io ho finito… è solo perché ci sono più modi che tu chiami ‘disordinati’ che modi che tu chiami ‘ordinati’.
F. Ma questa non è una ragione…
P. Ma si, lo è. Ed è la vera, unica importantissima ragione.
F. Papà, smettila!
P. Ma non ti sto prendendo in giro. La ragione è questa, e tutta la scienza è appesa a questa ragione. Prendiamo un altro esempio. Se io metto un po’ di sabbia in fondo a questa tazzina, e sopra ci verso un po’ di zucchero, e poi giro con un cucchiaino, la sabbia e lo zucchero si mescolano no?
F. Si, papà, ma ti sembra giusto adesso metterti a parlare di ‘mescolare’, quando abbiamo cominciato con ‘disordinare’?
P. Ma credo proprio di si… perché si può pensare che ci sia qualcuno che pensa che sia più ordinato avere tutta la sabbia sopra e tutto lo zucchero sotto. E se vuoi dirò che sono io a pensarla così.
F. Uhm…
P. D’accordo… prendiamo un altro esempio. Al cinema a volte vedrai che c’è un mucchio di lettere dell’alfabeto tutte sparpagliate sullo schermo, tutte alla rinfusa, e qualcuna anche capovolta. E poi qualcosa comincia a scuoterle, le lettere cominciano a muoversi, e queste scosse continuano e le lettere vanno tutte insieme a comporre il titolo del film.
F. Si, si, l’ho visto, il titolo era A Capri.
P. Non importa qual’ era il titolo. Il punto è che tu abbia visto qualcosa che veniva scosso e agitato, ma invece di finire in un disordine più grande di prima, le lettere si componevano in bell’ordine, tutte in fila nel modo giusto, e formavano le parole… cioè costruivano qualcosa che moltissima gente sarebbe d’accordo nel giudicare sensato.
F. Si, papà, ma vedi…
P. No, non vedo niente; quello che voglio dire è che nel mondo reale le cose non vanno mai a quel modo. Quello succede solo al cinema
F. Ma papà…
P. Aspetta che finisca, questa volta… E al cinema ottengono quell’effetto facendo andare tutto all’indietro. Mettono le lettere tutte in fila, che facciano A Capri, poi mettono in moto la macchina da ripresa e cominciano a scuotere la tavola.
F. Ma, papà… lo sapevo e volevo proprio dirlo io a te… e poi quando proiettano il film lo fanno all’indietro. E devono filmarle capovolte… Perché fanno cosi, papà?
P. Oddio!
F. Perché devono mettere la macchina capovolta, papà?
P. No, non voglio rispondere ora a questa domanda, perché ora siamo in mezzo al problema del disordine.
F D’accordo, ma non dimenticare, papà, che un’altra volta dovrai rispondere alla mia domanda sulla macchina da presa. Non dimenticartene! Non dimenticherai, vero, papà? Perché io potrei non ricordarmene. Ti prego, papà.
P. D’accordo, ma un’altra volta. Ora dov’eravamo rimasti? Ah, si, che le cose non avvengono mai all’indietro. E stavo cercando di dirti perché è un buon motivo che le cose avvengano in un certo modo, se possiamo mostrare che quel modo ha più modi di realizzarsi che non un altro modo.
F. Papà, non cominciare a dire cose assurde.
P. Non sto dicendo cose assurde.
F Ricomincio  daccapo. C’è solo un modo per scrivere A Capri. D’accordo?
F. Si.
P. Bene. E ci sono milioni e milioni di modi di sparpagliare sei lettere su un tavolo. D’accordo?
F. Si, penso di sì. Potrebbero essere anche capovolte?
P. Si… proprio come hanno fatto in quel film. Ma ci sono milioni e milioni di disordini come quello, no? E solo un A Capri.
F. Va bene… si. Ma papà, con le stesse lettere si potrebbe scrivere Aprica.
P. Lascia perdere, quelli del film non vogliono che sia scritto Aprica. Vogliono solo A Capri.
F. Perché vogliono cosi?
P. Al diavolo quelli del film!
F. Ma sei stato tu a parlarne, papà.
P. Si… ma era solo per cercare di dirti perché le cose vanno a finire in quel modo che ha più maniere di realizzarsi. E adesso è ora di andare a letto.
F. Ma, papà, non hai ancora finito di dirmi perché le cose accadono in quel modo… il modo che ha più modi.
P. D’accordo, ma non mettere altra carne al fuoco ce n’è già abbastanza. Comunque sono stufo di A Capri, prendiamo un altro esempio. Giocare a testa o croce.
F. Papà, stai ancora parlando del problema di prima?  <Perché le cose finiscono sempre in disordine? ».
P. Si.
F. Allora, papà, quello che stai cercando di dire vale per le monete, e per A Capri, e per lo zucchero e la sabbia, e per la mia scatola di colori, e per le monete?
P. Sì… è così.
F. Ah… stavo solo pensando, ecco.
P. Vediamo se stavolta riesco a dirlo. Torniamo alla sabbia e allo zucchero, e supponiamo che qualcuno dica che quando la sabbia sta in basso, tutto è ‘a posto’ e ‘ordinato’.
F. Papà, bisogna proprio che qualcuno dica una cosa del genere, prima che tu possa andare avanti e dire come le cose finiscono in disordine quando le tocchiamo?
P. Sì… ecco il punto. Loro dicono quello che sperano accada, e io dico che non accadrà perché ci sono tante atre cose che potrebbero accadere. E io so che è più probabile che accada una delle tante cose che una delle poche. Dato che ci sono infiniti modi disordinati le cose andranno sempre verso il disordine e la confusione.
F. Ma, papà, perché non hai detto questo fin dall’inizio? Questo lo avrei capito benissimo.
P. Già, credo proprio di sì. Comunque è ora di andare a nanna.
F. Papà, perché i grandi fanno le guerre, invece di fare solo la lotta come fanno i bambini?
P. No… a nanna. Parleremo un’altra volta delle guerre.

da Verso un’ecologia della mente –
Gregory Bateson

  

* A chi gli chiedeva cosa intendesse per Ecologia per la mente, Bateson rispondeva:

“Più o meno sono le cose di vario tipo che accadono nella nostra testa e nel nostro comportamento… e quando abbiamo a che fare con altre persone… e quando andiamo su e giù per le montagne…. e quando ci ammaliamo e poi stiamo di nuovo bene. Tutte queste cose si interconnettono e, di fatto, costituiscono una rete che, in un linguaggio orientale, si potrebbe chiamare Mandala. Io mi sento più a mio agio con la parola Ecologia, ma sono idee che hanno molto in comune. Alla radice vi è la nozione che le idee sono interdipendenti, interagiscono, che le idee vivono e muoiono. Le idee che muoiono, muoiono perché non si armonizzano con le altre. E’ una sorta di intrico complicato, vivo, che lotta e che collabora, simile a quello che si trova nelle boschi di montagna, composto dagli alberi, dalle varie piante e dagli animali che vivono lì – un’ecologia , appunto. All’interno di questa vi sono temi importanti di ogni genere che si possono enucleare su cui si può riflettere separatamente. Naturalmente si fa sempre violenza al sistema nel suo complesso se si pensa alle sue parti separatamente; ma se vogliamo pensare dobbiamo fare così, perché pensare a tutto contemporaneamente è troppo difficile. Grosso modo è come se vivessimo in tre mondi interconnessi o intertessuti. Uno non è di grande utilità, ma dobbiamo definirlo per amor di chiarezza: è il mondo che gli gnostici e Jung chiamano il Pleroma e potremmo immaginarlo più o meno come il mondo della fisica delle palle da biliardo. E’ un mondo in cui le cose non sono vive: sono palle da biliardo, pietre, corpi celesti e così via, e rispondono alle forze e all’energia esercitate su di essi. Una palla da biliardo ne colpisce un’altra e la seconda risponde con l’energia ricevuta dalla prima. Oppure stanno in campi di forze e si muovono sotto l’effetto della gravità e cose del genere. Ecco perché è un mondo. E se si vuole sapere che cosa accade, si esamina l’entità della forza con cui una palla è spinta o colpita e la sua risposta è una funzione semplice della forza con cui è stata colpita o tirata o spinta. Ma il mondo delle cose vive è diverso. Se dò un calcio a un cane esso reagisce con l’energia del suo metabolismo. Le cose vive rispondono al fatto di essere state colpite. Ci sono. dei fatti, e sono distinti dalle forze. E questi fatti sono essenzialmente non fisici, sono idee. Ciò a cui rispondiamo, ciò che possiamo vedere è la differenza. Si può vedere che questa cosa è diversa da quella. Diciamo che la differenza è che uno è nero e l’altro è bianco. Potremmo chiederci dove sta la differenza. E’ chiaro che non sta nel bianco. Non sta nel nero. Non sta nello spazio tra loro. Forse non sta nemmeno nemmeno nel tempo fra loro.” [..]

1. Primo quadro “della conoscenza”
2. Secondo quadro
3. Terzo quadro
4. Quarto quadro “dell’universo assente”
5. Interludio