La “Human chain” di Seamus Heaney, e Kevin Abosch

Spazi vuoti

In memoriam M.K.H., 1911-1984

Lei mi insegnò quello che suo zio un tempo le insegnò:
Che il pezzo di carbone piu grosso si rompe facilmente
Se trovi la venatura e martelli con l’angolo giusto. 

Il suono di quel colpo rilassato e lusinghiero,
La sua cooptata e obliterata eco,
Mi hanno insegnato a colpire, insegnato a smettere,

Insegnato tra il martello e il pezzo di carbone
A far fronte alla musica. Mi insegni ora ad ascoltare.
A dare i colpi giusti dietro il nero lineare.

Per Bernard e Jane McCabe

Il letto del fiume, asciugato, mezzo pieno di foglie 
Noi, che ascoltiamo un fiume dentro gli alberi.

In memory di Czeslaw Milosz

Come tutti gli altri, chinavo il capo
durante la consacrazione del pane e del vino,
alzavo gli occhi verso l’ostia e il calice elevati,
credevo (qualunque senso abbia) che un cambiamento avvenisse.

Andavo alla balaustra dell’altare e ricevevo il mistero
sulla lingua, tornavo al mio posto, serravo gli occhi,
facevo un atto di ringraziamento e li riaprivo sentendo
il tempo che tornava a scorrere.

Non vi fu una scena
in cui io abbia messo le cose in chiaro con me o con altri.
La perdita avvenne dietro le quinte. Eppure non posso
sconfessare psrole quali “ringraziamento” e “ostia”
o “pane della comunione”. Hanno un tremore
e un’attrattiva immortali, come acqua di fondo nel pozzo.

Kevin Abosch

La lanterna di Biancospino

Brucia fuori stagione il biancospino invernale,
mela degli spini, piccola luce per piccola gente,
che non vuole nulla di più da loro se non salvare
dall’estinzione il lucignolo della dignità,
senza doverli accecare di illuminazione.

Ma talvolta quando il fiato ti s’impiuma nel gelo
prende la forma itinerante di Diogene
con la sua lanterna, alla ricerca di un uomo giusto;
così tu finisci per essere scrutato da dietro il frutto
che lui regge ad altezza d’occhi appeso a un tralcio,  
e recedi davanti al suo nocciolo e polpa compatti,
al graffio a sangue che vuoi ti provi e renda mondo,
alla maturità beccata che ti esplora, e passa oltre.

 

Constellation – Kevin Abosch
 

Impalcatura

I muratori quando iniziano un edificio, si preoccupano di testare l’impalcatura;

si accertano che le assi non scivolino nei punti critici,
fissano tutte le scale, serrano i giunti imbullonati.

Eppure tutto questo scompare a lavoro finito,
svelando muri di pietra solida e sicura.

Perciò, mia cara, se talvolta sembra
che tra me e te stiano cedendo vecchi ponti,

non temere. Lasciamo pure cadere l’impalcatura,
sicuri di aver costruito il nostro muro.

~

Il fresco che usciva dalle lenzuola appena giu dal lino
Mi faceva pensare che ci fosse ancora umido dentro.
Ma quando prendevo i miei angoli del lenzuolo
E tiravo insieme a lei, prima dritto lungo l’orlo
E poi in diagonale, e poi si sbatteva e si scuoteva
Il tessuto come una vela contro vento,
Mandavano uno schiocco ondulante ben asciutto.
Così tirando e piegando si finiva mano contro mano
Per una frazione di secondo come se nulla fosse successo
Perché nulla era successo che non fosse sempre successo
Precedentemente, giorno per giorno, toccarsi e separarsi,
Ritornando ancora vicini tenendosi indietro
In mosse dove io ero la X e lei era la O
Iscritte in lenzuola che cuciva con sacchi da farina aperti.

Potato #345 – Kevin Abosch

(mi piace questo frammento, questa immagine raccontata da Paolo Febbraro nel suo libro su Seamus Heaney: un giorno Heaney andò a prendere all’aeroporto il poeta americano Louis Simpson e “ci fermammo a un pub posto a circa 150 yarde dal luogo dov’ero cresciuto. Eravamo lì in piedi sulla strada di fronte al pub quando arrivò mio padre “unshorn and bewildered/ in the tubs of his wellingtons” – e in un certo senso io quasi lo presentai come fosse un argomento da trattare. O vedevo che Simpson lo guardava come tale” – e la relativa poesia che ne ricavò da quell’incontro.)

Making strange (Farsi estraneo)

Stavo fra loro due, l’uno con la sua navigata intelligenza
e il suo bronzo riserbo,
il dire vibrante come una corda d’arco,

e l’altro non rasato e in imbarazzo
nei grossi cilindri dei suoi stivali di gomma,
a sorridere per chiedermi un soccorso,
di faccia all’estraneo che gli avevo portato.

Allora una voce mezzana e astuta
si sprigionò dal campo oltre la strada
e disse: “Sii provetto e sii dialettale,
parla di questo vento che sfiora la capanna di zinco,

chiamami rosa selvatica dopo la pioggia
o caprifoglie gelate nella nebbia.
Ma ama il taglio di quest’uomo navigato
e chiamami anche il campo di grano di Booz.

Va’ oltre ciò che è affidabile
in quanto continua ad accampare giustificazioni,
questi occhi e pozze e pietrej,
e torna con la mente a com’eri baldanzoso

quando ti visitai la prima volta
con partenze da non poter tornare”.
Un fringuello guizzò da un frassino e subito
mi trovai a guidare l’estraneo

per la mia terra, provetto
nel dialetto, recitando il mio orgoglio
in tutto ciò che sapevo, che iniziò a farsi estraneo
nel suo stesso recitarsi.

Onion contellation – Kevin Abosch

Field of Vision

Ricordo questa donna che stette per anni
in carrozzella a guardare dritto avanti a sé
dalla finestra al sicomoro che perdeva
e rimetteva le foglie, alla fine del sentiero.

Proprio oltre la Tv messa nell’angolo,
i biancospini rachitici e agitati, gli stessi vitellini con la schiena alle intemperie,
lo stesso acro di asterace, lo stesso monte.

Era salda come la grande finestra.
Chiara la fronte come le cromature della sedia.
Non si lamentò mai e mai portò con sé
un’oncia soltanto di emozione.

Starle faccia a faccia era un’educazione
quale puoi averla da un ben fatto cancello –
di quelli sottili e lindi, in ferro, laterali
fra due pilastri imbiancati, da dove puoi

vedere la campagna più in là di quanto pensavi
e scoprire che il campo oltre la siepe
si fa distantamente strano quanto più
resti preso a fissare ciò che ti sbarra la vita.

At the Wellhead

Le tue canzoni, quando le canti con gli occhi chiusi
come fai sempre, paiono una strada secondaria
di cui in passato conoscevamo ogni curva –
la via velata di moschini e avvolta nelle siepi
dove guardando e ascoltando stavi finché un auto
giungeva e se ne andava lasciandoti più sola
di quanto fossi all’inizio. E dunque canta,
mia cara dagli occhi chiusi, voce remota e veterana,

portati col canto dove il canto scaturisce,
ardente ed escluso come la nostra vicina cieca
che il giorno intero suonava il piano nella sua stanza.
Le note ci giungevano come l’acqua che issavamo
e si sbrogliava da un secchio in cima al pozzo
dove azzititi e goffi avremmo ascoltato.

*

Cieca da sempre, dolce voce, musicista appartata,
era come una vena d’argento nella densa argilla.
In pieno giorno era un’acqua scura che scintilla.
Ma anche soltanto la nostra vicina, Rosie Keenan.
Ci toccava le guance. Lasciava che toccassimo il suo braille
in libri a motivi di carta da parati.
Le mani sempre attive e gli occhi pieni
di aperta oscurità e acquoso splendore.

Ci riconosceva dalle voci. Diceva di “vedere”
chiunque e ogni cosa. Essere con lei
era intimo e vantaggioso, come una cura
che non vedevi avvenire. Quando in alcuni
versi citai leggendo il pozzo dei Keenan, disse:
“Sul fondo, adesso, posso vedere il cielo.”

 

77 – Kevin Abosch
 
..
A questo allora ammonta un aldilà?
Una nuvola globosa di cielo grigio sul muro
come fosco cristallo, un ricordato sguardo –

questo per rispondere all’Alighieri
e all’Er di Platone? Che osservò anime immortali
scegliere le vie a venire secondo che fossero

esaudite o disgustate dalle esistenze sapute
o sofferte al primo turno. Vide il gran lungimirante
Odisseo scegliere infine per se stesso
il destino di un uomo qualunque. Vide Orfeo
che morto per mano delle donne
scelse di rimanere cigno.

* tutte le poesie sono tratte dalle due raccolte poetiche di Seamus Heaney: “Morte di un naturalista” e “La lanterna del biancospino”,
e dal libro di Paolo Febbraro “Leggere Seamus Heaney”.

** in copertina
“Calendar” –
ph. Kevin Abosch