“La Parola che apre” il mondo al mondo – Yves Bergeret

Parla l’isola

1. Voce del viaggiatore che arriva sull’isola

L’acqua mi sfiora la schiena, le gambe.
La salsedine ristagna nelle mie rughe.
L’acqua scivola alle mie spalle.

Ho viaggiato. Navigato. Nuotato.
Il mare mi ha accolto, sorretto, sospinto,
mi ha tenuto tra le sue braccia.
Venti furiosi mi hanno trascinato, sballottolato,
mi hanno premuto nelle loro mani.

La mia barca si è rovesciata.
Con l’acqua fino alla vita
cammino tra i flutti,
avanzo verso la riva.

Dalla mia spalla sinistra gocciolano
la miseria dei miei cari
e il grido di tutti i miei figli.

Dalla mia spalla destra gocciola la loro gioia
che è la mia: il sole e il vento dell’isola
la fanno brillare come il canto
di un uccello all’alba.

 

2. Voce della montagna in lontananza

Io sono la montagna che hai lasciato
dall’altra parte del mare e del Sahara.
Ho protetto la tua nascita. Sono
la dimora dei tuoi cari.
Nelle mie caverne e negli anfratti della mia roccia
offro loro l’acqua: che è l’altro nome della parola.

Io ti ho lasciata, dice il viaggiatore,
ho viaggiato e viaggiato.
E approdo a quest’isola,
che è un’altra montagna, sorprendente,
al crocevia di correnti salate e di lingue.

– Tu mi hai lasciata ma non mi abbandoni mai
perchê nelle vene del tuo corpo scorre l’acqua
delle mie caverne,
che quando ritorna a me, da
te che viaggi lontano,
(non vi è alcuna separazione tra noi)
fa sembrare più grandi le mie grotte,
slarga le mie gole
poiché la nostra acqua è la parola
che regge il mondo sulle sue spalle.

3. Voce del granello di sabbia

Io sono un granello di sabbia sulla spiaggia,
piccolo e tagliente, umido e splendente.
Minuscolo sono, immensa è la mia età.
Anch’io sono in viaggio
trascinato dalle correnti
da una riva ormai dimenticata.

Sono il fratello minore delle stelle che ridono
e danzano sul mio corpo spigoloso;
di giorno scricchiolo sotto il tallone del pescatore
e la paletta del bambino;
a ogni onda rotolo per ripetere frusciando
il racconto di ogni nuovo straniero
che arriva sull’isola.

 

4. Voce dell’onda

Io sono l’onda che porta e sparge la
speranza dagli occhi splendenti
e spazza via la disperazione esangue.
Sulla sabbia io frango
e riparto; poi ritorno e depongo il ramoscello,
la schiuma, un lembo di stoffa.
Io sono l’onda che canta e riversa
la parola di quanti rimasero al
riparo della montagna
dall’altra parte del mare e del deserto.

5. Voce dell’Etna

Io sono il vulcano che rimbomba e spinge
e fa crescere crisi dopo crisi il corpo dell’isola.
Sono un perenne adolescente
e me ne compiaccio.
Alto sui miei disastri e i campi delle mie rovine
sono la bocca impaziente
e così mutevole che sono anche l’orecchio
che sente l’energia degli uomini
e ripete lo sforzo e il richiamo delle generazioni
al di là dei deserti e dei mari.

6. Voce del remo

Io sono il remo,
scolpisco l’onda,
imprimo il ritmo all’acqua,
faccio tremolare l’alga e il sale.

Ogni volta che m’immergo
una nuova generazione arriva.
Ogni volta che esco dall’acqua
la speranza e la disperazione
di quella precedente
scorrono alle mie spalle.
Se parto alla volta dell’isola, sono
anche sulla via del ritorno
ma avanzo e vado,
sillaba dopo sillaba,
verso la frase che è nel mio desiderio.

 

7. Voce dell’intonaco graffiato del muro 

Io sono il vecchio muro
che sanguina da tutte le incisioni
che il mio intonaco riceve.
Porto le tracce e i segni
di coloro che passano e non possiedono
altro che le unghie per graffiare la mia pelle,
sillaba dopo sillaba;
ma non si fissa mai la frase
che restituirebbe, in un nome di qui,
il riflesso del nome dello straniero
che sbatte in lacrime
contro la casa di cui sono il custode.

8. Voce dell’argilla di Caltagirone

Io sono l’argilla sul pendio della grande collina
da cui si scorge il mare.
Prendo forma
solo quando gli uomini mi raccolgono
e mi schiacciano e mi modellano e mi cuociono;
aspetto, lucidata dal sole,
proteggo e osservo paziente.
Non ho alcun senso
se non nell’attesa dello straniero
che respiro o saluto,
perché fare dei miei figli in ceramica
le mille scaglie che si dimenano
tra le quinte del grande viaggio
non mi consuma.

 

9. Voce della distanza lontana

Io sono la distanza
che divarica ad ogni passo
le due gambe e le due braccia.
Creo lo scambio, fratello del movimento.
Sposto la pietra dell’isola dentro la sua ombra.
Apro crepe nel vulcano.

Insinuo l’inquietudine che slancia il viaggiatore
come un funambulo sul filo che tendo nel cielo
tra il suo villaggio e l’isola lontana;
e quel filo non si spezza mai
perché io sono il pensiero aperto
che insegna a danzare e intona il richiamo.

10. Voce della terrazza degli immigrati

Dormiamo in sei in un locale sotto il tetto
proprio sotto l’abside della cattedrale.
Di notte le nostre vesti asciugano sul balcone.
Di giorno i rondoni a schiere chiassose
e le campane a distesa
accompagnano i nostri corpi e le nostre paure.
Dalle Filippine e dallo Sri Lanka,
dal Senegal e dall’Etipia
la distanza ci porta fino al centro
delle nostre ombre
dove la parola brucia come la lava.
La distanza ci porta fino all’ombra dell’isola.

Chi ci parla nei gridi del cielo sui tetti?
Chi ci ascolta tra le antenne televisive?
Chi ci risponde se parliamo
una lingua inusuale?

11. Voce del mosaico

Io sono il mosaico antico sul terreno,
il pietrisco variegato che guarda il cielo.

Sono la folla di minuti frammenti d’argilla dipinta e cotta.

Attraverso l’immagine che mi fissano
come una maschera di teatro
trasmetto la parola del mondo
che supera il deserto e il mare
senza essere la lingua di nessuna nazione.

Sono la pace che cerca la sua dimora
e si sgretola sull’isola dove mi areno.

Io sono il mosaico
la fasciatura di scaglie posata sul
suolo tremolante dell’isola.

Sono il racconto che osserva paziente
e si allontana senza inizio né fine,
sul quale camminano e dormono
le genti dell’isola,
sul quale stravolti dalla fatica
disseminano le loro strane preghiere.

12. Voce della tastiera del cellulare

Io sono la tastiera del cellulare.
La mia paccottiglia elettrica e di plastica
sta nel palmo di una mano
e vibra sotto le dita dell’altra.
Il mosaico dei miei tasti
collega le montagne e le rive.
Io chiamo, chiamo, chiamo.
Chi mi digita si proietta verso il cielo
per superare con un veloce spreco di denaro
bastioni, fossati, ostacoli, frontiere
messi di traverso nella vita.
Io schizzo dall’isola all’altro capo del mondo.
Sono la corazza della tartaruga
che naviga nell’acquario della solitudine.

13. Voce del legame sociale segreto

Io sono il legame segreto,
il vecchio legame che tiene insieme gli isolani.
Il contadino e lo scaricatore
non sono mai abbandonati e soli. Mai sperduti
nell’onda di paure lontane
il fabbro e il pescatore.
Io riannodo in segreto le fattorie e la città,
il vulcano e la riva.

In un’altra invisibile variazione
sono allo stesso tempo
il legame segreto dello straniero che,
anche se sbarca privo di tutto,
non lascio sbandato né solo. Mai
lo straniero è spaesato
perché il mio rito fecondo
accresce nel cuore della distanza
la fedeltà filiale alla sorgente e all’antenato
dall’altra parte dei deserti e dei mari.

Io sono il legame perenne.
Sono il legame segreto.
Anche nelle divergenze,
ritesso la rete che ricopre l’isola e i suoi abitanti.
Sono l’energia che soccorre ogni uomo
e lo dissemina in un terreno comune.

14. Voce del mercato (Piazza del Carmine)

Io sono il mercato dove ogni mattina
affluiscono vestiario e viveri,
cose di poco conto e oggetti di valore.
Nello slargo suggestivo tra le case e la chiesa
rimescolo la terra e gli uomini.
Io sono lo scambio, la giostra e il torneo;
sui miei ciottoli neri
risuonano le grida dei mercanti
e rimbalzano le finzioni,
le astuzie e i contratti.
Sono una rete talmente stretta che le sue maglie
scoppiano e ridono.
Mi annodo e mi disfo ogni mattina
e sono il mosaico piu bello,
non una maschera di pietrisco
ma di lingue a profusione,
che si vestono, si denudano,
si accordano, si vendono, si offrono.
Io sono la maschera loquace
dietro la quale si tesse, sfilacciandosi,
la parola del mondo.

15. Voce della donna che canta

Io sono la voce della donna che canta.
Quella che credono che io viaggi
da una tenera gola
al loro orecchio maschile, si sbagliano.
Ingenuamente.
Perché io mi sposto
dalla radice del vulcano dell’isola
al petto di tutti coloro che balbettano
nell’approssimazione.

Dell’isola modello la forma.
Alla montagna rendo la sua misura
che offre l’acqua per irrigare le valli.
Risollevo lo straniero disperato
e gli riconsegno la sua ombra
che si rifiutava di seguirlo.
Io sono la voce della donna che canta.

Mi affaccio dal balcone
da cui abbraccio l’altra riva.
Non chiamo. Saluto.
Depongo le stelle nelle mani degli uomini.
Vado a cercare l’uomo smembrato
e lo ricompongo.
Parto per ritrovare l’origine e la luce.
Le mie guance, il mio palato, la mia gola
sono il ventre dove il mondo è concepito;
io metto al mondo il mondo.

Sistemo la montagna sulla sua base
e lo straniero all’asciutto dopo le aspre correnti.
Per tutta la durata del mio canto
restituisco una ragione alla vita che esita.
Voce del canto della donna,
sono la sola voce che orienta l’isola e lo straniero
sul quinto punto cardinale,
quello dove con estrema chiarezza si vede
che la montagna è accoglienza e l’acqua parola.

16. Voci dell’ascolto

Io sono l’ascolto.
Non ho dimora.
Sono l’attesa della sabbia sulla spiaggia di notte.
Sono il silenzio intorno al canto della donna.
Non appendo il mio abito alle spine
perché aspetto e so che seduto
mi è piu facile accogliere.

Il mondo è diviso in due,
da una parte la parola,
confusa tra rovine e baccano,
dall’altra io, l’ascolto,
vasto e amoroso come l’aria sul mare.
La parola prende forma
solo se mi sospendo nell’attesa;
perché io non posso capirmi se non conoscendo.

17. Voce della voce

Io sono la voce.
Sono il corpo della parola.
Brillo nel granello di sabbia
e nella goccia di sudore.

Non appartengo a nessuno
ma sono il corpo di ognuno,
in crescita continua dall’infanzia.

Do forma al vento e all’acqua.
Sono il sangue della montagna
che scorre senza ostacoli da quella del deserto
al vulcano dell’isola.
Sono la sorgente del racconto
e tramando la storia.
Nutro e disseto.

Sono sempre figlia
di chi mi sospinge dal fondo della sua gola,
e a lui stesso sempre sconosciuta.
Perché io sono qui e laggiù.
Sono straniera a me stessa.
Io mostro e aiuto a crescere,
dischiudo e do un nome.

 

17. Voce del nome della persona e del suo nome segreto

Io sono il nome della persona.
Dal profondo della terra
su per le sue gambe,
lungo la sua colonna vertebrale, sono risalito
fino alla sua gola, fino alle sue labbra.
E un mattino, al risveglio, in un grande anelito
mi sono diffuso tutt’intorno.

Io sono un’ancia sottile
di breve respiro;
sono risalito fino alle sue labbra.
Ciò che mi ha spinto fino all’aria
era una chiamata incessante dall’esterno,
genitori, passanti, alberi.

Io sono il nome che fa della persona un’isola
sotto una luce obliqua.
Chiunque, pronunciandomi, vi può approdare.
La mia schiena è ampia e antica,
i miei palmi larghi e callosi;
io sono il nome che designa e onora.

Ma sono anche la maschera
che protegge la persona
perché esiste un altro nome
noto soltanto alla voce della donna che canta.
Il suo canto lo avvicina, lo contiene e mai
lo rivela
perché quel nome segreto è il nome straniero
che tiene lontano da sé ogni essere umano
e lo impegna nel travaglio interminabile
della parola.

da L’uomo inadeguato –
Yves Bergeret
(trad. Francesco Marotta)

 

da Paper Music, di William Kentridge con musica di Philip Miller

* tutte le fotografie sono di Bill Brandt