“Un quarto di sonno, tre quarti di paura .. ” – Christine Lavant

*
La luna cresce e si rimargina del tutto,
integra sta la casa delle stelle
la terra profuma di pere.
Penso con sette fronti
e ognuna fantastica una cosa diversa,
due tirano a sorte tra seme e pietra,
cinque vogliono dormire ognuna a modo suo.
Che si siano incontrate qui da me,
certo non mi meraviglia,
parlano anche di ritornare,
ma solo quando avranno tutto.
So cosa cercano quando scavano
nel sonno della fontana, nella pietra e nel seme,
che rigenera e guarisce dalle ferite
e dispensa profumo di pere come fosse pane
a tutti coloro che ancora mangiano.
La parola aiuta anche a dimenticare!
Ben per questo la cercano
e dentro di me fanno il vuoto.

*
Cuore sciogli qui i vincoli famigliari
e trasferisciti sulla luna,
là vivono solo i pazzi.
Qui, carica il barroccio
quanto vuoi, prendi tutta la frutta dall’albero
e getta la tua rete di vene come fossero briglie
all’angelo e spirito custode.
Io qui sono già a posto
non  ho bisogno di mole né di servitori,
rigiro me stessa.
Prendi con te anche questo po’ di sangue
comprati con esso un posto nel corpo lunare,
là finalmente sarai a casa
e non soffrirai il freddo come da me
né sempre soffrirai la fame.
Certo per il resto eri modesto,
ma eri -proprio come sono i pazzi-
avido, irremovibile e cieco,
di cose che noi non ottenemmo mai.
Questo mi rende tenace e sveglia
tu, recupera la tua visione sulla luna
trasferisciti altrove in nome di Dio!

*
Morte diffamata, per me sei così bella!
Già di mattino ti penso come la mia capanna,
dove la sera mi trasferirò,
e penso che sopra la capanna brillerà una stella.
Nemmeno del trasloco ho paura!
Certo, prima bisognerà bruciare molto,
prima di tutto il corpo con tutte le sue brame
e dell’anima ciò che qui si è accumulato
in fatto di coraggio e allegria.
Solo il mio amore, morte, lo porterò con me!
Per lui, se davvero sei il mio rifugio,
dovrai preparare l’angolo migliore della mia capanna,
e se possibile metterci anche una finestra,
perché la stella, la buona stella di cui parlo,
lo possa colmare di tutta la consolazione,
che qui non gli ho mai potuto dare.

Sono nel reparto “Due”. E’ il reparto del’’osservazione per “i meno gravi” in cui di regola si arriva solo dopo essere passati dal”Tre”. Io non sono passata dal “Tre” e per questa ragione quasi tutti me ne vogliono. Ieri ho sentito dire dalla Regina a Renate: “Quella ci è piombata addosso con gli occhiali e la roba per scrivere. Che se la porti il diavolo! Che cosa è venuta a fare da noi? Probabilmente a spiarci, cosa altro sennò?!”…
Renate si è limitata a risponderle: “Ah, eccola che riattacca con queste storie”. Ma poi a sera è venuta dirmi che aveva di nuovo bisogno dei suoi fermacapelli e che doveva riprenderseli. Peccato, non per i fermacapelli, ma per Renate perché credevo che avremmo potuto stringere una qualche amicizia. Fin dal primo giorno ho provato simpatia per lei, per questi suoi occhi muti e malinconici e per quel sorriso evanescente e dimesso che certo mette un po’ di tristezza, ma che non fa paura come la risata delle altre. Dall’altra parte ci si abitua incredibilmente presto ai visi e a discorsi più strani.
“Ah, meglio che non guardi, non fa per lei!” mi ha detto la Nusserl quando quella magra e alta – credo che si chiama Baumerl – è cascata a terra. Per non sembrare insensibile ho dovuto comportarmi come se davvero fossi turbata, ma in realtà avrei preferito osservare tutto con attenzione. Così mi hanno spinto in lavanderia dove, per dovere, sono scoppiata in una crisi di pianto. Non per la Baumel, sebbene le sue urla là mi sembrassero ancora più terribili, ma semplicemente perché non potevo continuare a stare seduta sul bordo della vasca senza fare niente. Avrei anche potuto cantare, fischiettare o sbattere le ciabatte del manicomio contro il muro umido, ma alla fine ho deciso di scoppiare a piangere. Che la cosa assumesse tale proporzioni in effetti è stato un po’ increscioso, ma non potevo farci nulla. Naturalmente le infermiere mi hanno consolato e hanno voluto sapere tutto il possibile. Ma anche questo passerà, tra otto giorni nessuno si preoccuperà se piangerò o sbatterò la testa contro il muro. Forse allora sarà Renate ad avvicinarsi a me con quel suo vago sorriso. Ma credo che avrà paura della Regina. Perché lei non mi può soffrire allo stesso modo della Baumerl, è così fin dall’inizio sono stata rifiutata dalle autorità più alte e influenti di entrambe le categorie.
So che potrei cambiare di colpo questa situazione, ad esempio mi basterebbe durante la distribuzione del pasto assecondare il mio disgusto e scaraventare la scodella di latta contro il muro, ma ancora mi sta troppo a cuore che le infermiere mi diano del ”lei” che mi chiamano “signorina” e che il sorriso dei medici nelle visite assuma una piega di umanità quando si avvicinano a me. Finché continuerò ad essere considerata un ospite di passaggio, e mi comporterò come tale anche di fronte a me stessa, il limite estremo non sarà superato.
Berta ha appena ballato. [..] Ma chi c’era dentro di lei? Chi era a farle sollevare la sottana a righe dal manicomio sopra le ginocchia magre e nude, e a farle oscillare le ciocche di capelli sulla fronte, al punto che gli occhi pallidi cambiavano continuamente espressione? Chi era a dettarle quello strano ritmo che la faceva muovere su e giù sulle piastrelle marroni? E quella voce stridula, simile al cigolio di una sega, che faceva prorompere la bocca sdentata in un urlo talmente strano che da un momento all’altro ci si aspettava di vederne uscire fuori un animaletto bianco. Ma quello rimaneva nascosto, si limitava a cantare a voce alta, in estasi per qualcuno che forse, invisibile, era presente tra noi. Se però vi sono cose che possono restare invisibili ai nostri occhi, ve ne sono anche altre che continuano a durare anche dopo di noi, e io, con ciò che ho fatto, dal punto di vista della ragione sono passata dalla parte del torto. A che cosa serbe spezzare una vita, se c’è una qualche forma di continuazione? Ah, mio Dio, ma forse ho già varcato il limite, e da tempo non sono soltanto un’ospite in questo luogo, ma già appartengo a costoro che ancora mi guardano in modo strano e diffidente… Che cosa è successo? Nulla, se non che una pazza si è messa a cantare tra sé e sé qualcosa di confuso: “A e i o u, cosa sarò domani? Ero terra, e fui pietra, albero e fiore … E si aprì una finestra, grande e magnifica. A e i o u, risuonava a me da ogni parte ed ero più che un bosco mosso dal vento … Ma la chiusero quella finestra, quella finestra, con le imposte nere e pesanti, me la chiusero. A e i o u, terra, pietra e albero, e dietro le imposte mute nessuno intende la parola …” [..]

da Appunti da un manicomio –
Christine Lavant

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Spesso in pieno giorno perdo
il filo del mio tempo.
Poi a volte un uccello
grida alle mie spalle o un filo d’erba
tagliente me lo ricorda
finché io non cammino all’indietro più paziente
e vado a tentoni e annodo.
La mia memoria, per via dei molti nodi
diventa irregolare come un campo di patate
e non posso prendermela con il sonno,
se ne va a stare altrove.
Solo un vecchissimo sogno di sangue straniero
crisalide nel mio intimo – fermo da chissà quanto tempo -,
è sgusciato fuori e mangia a scrocco.
Sempre, quando non voglio camminare all’indietro
vengono a me con colori cangianti gli anelli del bruco:
lo sai che adorerò Dio
e più tardi deporrò certamente le mie uova
nel cuore del tuo ardente arbusto di preghiera
solo allora potrai perdere il filo.

tutte le poesie provengono dalla raccolta Poesie di Christine Lavant, scelte da Thomas Bernhard
 

.. se solo la vulneraria fosse ancora in fiore
o il papavero selvatico tra l’avena ..