Al Sepolcro di Don Chisciotte – Miguel de Unamuno e François Bard

Mi domandi, mio buon amico, se so come scatenare un delirio, una vertigine, una qualsiasi pazzia su queste povere folle ordinate e tranquille che nascono, mangiano, dormono, si riproducono e muoiono. Non ci sarà un modo, mi chiedi, per riprodurre l’epidemia dei flagellanti o quella dei convulsionari? E mi parli del millennio.
Come te, anche io sento spesso la nostalgia del Medioevo; come te, mi sarebbe piaciuto vivere tra gli spasmi del millennio. [..]
Il presente è una miseria, una miseria totale. A nessuno importa niente di niente. E quando qualcuno cerca di sollevare isolatamente questo o quel problema, questa o quella questione, si crede che lo faccia o per interesse o per desiderio di notorietà e ansia di mettersi in mostra.
Non si comprende qui nemmeno la pazzia. Persino del pazzo si crede e si dice che per esser tale avrà il suo tornaconto o le sue ragioni. Per questi miserabili la ragione dell’assenza di ragione è già di per sé un fatto. Se il nostro signor Don Chisciotte resuscitasse e tornasse in questa sua Spagna, ci si chiederebbe qual è la secondaria intenzione dei suoi nobili deliri. [..]
Qualche volta, quando espongo un progetto, qualcosa che credo si dovrebbe fare, qualcosa che, soprattutto, credo si dovrebbe dire, c’è sempre qualcuno che mi chiede: «E poi?». A domande del genere non si può rispondere in altro modo che con un’altra domanda. Al «e poi?» non si può che replicare con un «e prima?».
Non c’è futuro: non c’è mai futuro. Quello che chiamano “futuro” è una delle più grandi mistificazioni. Il vero futuro è l’oggi. Che ne sarà di noi domani? Non c’è nessun domani. Che ne sarà di noi oggi, allora? Questa è l’unica domanda.
E quanto a oggi, tutti quei miserabili sono soddisfatti perché esistono, e questo gli basta. L’esistenza, la pura e nuda esistenza, sazia le loro anime. Non sentono che c’è qualcosa di più dell’esistere. Ma esistono? Esistono davvero? Io credo di no; perché se esistessero, se esistessero davvero, soffrirebbero del fatto di esistere e non si accontenterebbero. Se esistessero davvero nel tempo e nello spazio, soffrirebbero di non esistere in eterno e nell’infinito. [..]
“Perché lo fa?». Forse Sancho ha mai chiesto a Don Chisciotte perché faceva quel che faceva?
Torna dunque alla tua domanda, alla tua preoccupazione: che pazzia collettiva potremmo inculcare in queste povere folle? Che delirio? Tu stesso ti sei avvicinato alla soluzione in una di quelle lettere in cui mi poni un fuoco di fila di questioni. In quella in particolare, mi dicevi: «Non credi che potremmo tentare una nuova crociata?». Ebbene, sì; credo che si possa tentare la santa crociata di andare a riscattare il sepolcro di Don Chisciotte dal dominio dei baccellieri, dei preti, dei barbieri, dei duchi e dei canonici che lo occupano. Credo che si possa tentare la santa crociata di andare a riscattare il sepolcro del Cavaliere della Follia e sottrarlo ai gentiluomini della Ragione.
Costoro difenderanno, è naturale, la loro usurpazione e cercheranno di dimostrare con molte e studiate motivazioni che la guardia e la custodia di quel sepolcro compete a loro. Lo controlleranno, affinché il Cavaliere non resusciti.
A quelle motivazioni, bisogna rispondere con insulti e pietrate, con urla di passione e colpi di lancia. Con quella gente non si può ragionare. Se cerchi di replicare ai loro ragionamenti, sei spacciato.
Se ti domandano, come sono soliti, con che diritto rivendichi il sepolcro, non rispondere nulla, poiché lo vedranno in seguito. In seguito… forse quando ormai né tu né loro sarete più di questo mondo, perlomeno di questo mondo dell’apparenza.
E questa santa crociata porta un gran vantaggio a quelle altre sante crociate che hanno fatto albeggiare una nuova vita in questo vetusto mondo. Quegli ardenti crociati sapevano dove si trovava il sepolcro di Cristo, dove si diceva che fosse, mentre i nostri di crociati non hanno idea di dove sia il sepolcro di Don Chisciotte. Bisogna cercarlo e litigare per riscattarlo.
La tua donchisciottesca follia ti ha spinto più di una volta a parlarmi del “donchisciottismo” nei termini di una nuova religione. E a questo proposito, devo dirti che qualora questa nuova religione che proponi e di cui mi parli dovesse prendere piede, avrà due singolari prerogative. Una, quella di avere un fondatore, un profeta, Don Chisciotte – non Cervantes, ovviamente – che non siamo sicuri che sia stato un uomo reale, in carne e ossa, anzi sospettiamo che sia pura finzione. L’altra sua prerogativa sarà quella di avere un profeta ridicolo, di cui la gente si fece beffe.
È proprio questo valore che più ci manca: quello di affrontare il ridicolo. Il ridicolo è l’arma che maneggiano tutti i miserabili baccellieri, preti, canonici e duchi che tengono nascosto il sepolcro del Cavaliere della Follia. Il Cavaliere che fece ridere il mondo intero, pur senza far mai una battuta. Aveva l’anima troppo grande per partorire battute. Fece ridere con la sua serietà.


 

Comincia, dunque, amico mio, a far Pietro l’Eremita e chiama a raccolta le genti, che si uniscano a te, a noi, e andiamo tutti insieme a riscattare questo sepolcro che non sappiamo dove sia. La crociata stessa ce ne rivelerà il sacro luogo. Vedrai: quando il sacro squadrone si metterà in marcia, apparirà in cielo una nuova stella, visibile solo dai crociati, una stella fulgida e sonora, che intonerà un canto nuovo in questa lunga notte che ci avvolge. Questa stella si metterà in marcia non appena lo farà lo squadrone dei crociati, e quando avranno vinto la loro crociata, oppure saranno periti tutti – che a volte è l’unico modo di vincere davvero – la stella cadrà dal cielo, e nel luogo in cui cadrà, lì sarà il sepolcro. Il sepolcro si trova laddove muore lo squadrone.
E lì dove sta il sepolcro, lì c’è la culla, lì c’è il nido. E da lì ritornerà a sorgere la stella fulgida e sonora, sulla via del cielo. [..]
E non sarà – mi dici nei tuoi momenti di sconforto, quando ti allontani da te stesso – non sarà che credendo di esserci messi in marcia e di aver attraversato campi e terre, stiamo invece girando intorno allo stesso posto? Allora la stella resterà fissa, ferma sopra le nostre teste e il sepolcro si troverà dentro di noi. E allora la stella cadrà, ma per venire a seppellirsi nelle nostre anime. E le nostre anime si trasformeranno in luce e si fonderanno tutte nella stella fulgida e sonora, che risorgerà, ancor più fulgida di prima, un sole di eterna melodia che illuminerà il cielo della patria redenta.
In marcia, dunque. E sta attento che non entrino nel sacro squadrone dei crociati baccellieri, barbieri, preti, canonici i duchi travestiti da Sancho. Non importa che ti chiedano isole: ciò che devi fare è espellerli non appena ti chiedono l’itinerario del percorso, non appena ti parlano del programma, non appena ti domandano all’orecchio, maliziosamente, di dir loro dove si trova il sepolcro. Segui la stella. E fai come il Cavaliere: raddrizza la stortura che ti si pone davanti. Momento per momento, e punto per punto.
Mettetevi in marcia! Dove andate? Ve lo dirà la stella: al sepolcro! E che facciamo durante il percorso, mentre marciamo? Cosa? Lottare, lottare, e come? Come? Vi imbattete in un bugiardo? Gridategli in faccia: bugia! E proseguite. Vi imbattete in un ladro? Gridategli: furfante! E proseguite! Vi imbattete in uno stolto che la folla ascolta a bocca aperta? Gridate: stupidi! E proseguite! Proseguite sempre!
«E così», mi chiede una persona che conosci e che desidera diventar crociato, «e così si eliminerà forse la bugia, il latrocinio o la stupidaggine?». Chi ha detto di no? La più miserabile di tutte le miserie, la più ripugnante e putrida arguzia della codardia è quella di sostenere che non serva a niente denunciare un ladro, perché gli altri continueranno a rubare, che non si ottiene nulla dando dello stupido a uno stupido, perché questo non significa che la stupidaggine diminuirà.
Sì, bisogna ripeterlo mille e mille volte: se solo una volta, una singola volta, riuscissi ad annientare del tutto e per sempre un bugiardo, avrai annientato la bugia una volta e per sempre.
In marcia, dunque! E allontana dal sacro squadrone tutti coloro che cominciano a studiare il passo che si dovrà mantenere durante il cammino, la sua cadenza e il suo ritmo. Soprattutto, alla larga coloro che pensano sempre a questa storia del ritmo! Trasformerebbero lo squadrone in una quadriglia di ballo, la marcia in danza. Alla larga! Che vadano altrove a cantare alla carne! Quelli che cercheranno di trasformare lo squadrone in una quadriglia di ballo si definiscono a vicenda poeti. Non lo sono. Anzi, sono tutt’altro. Vanno al sepolcro solo per curiosità, per vedere com’è, forse in cerca di una sensazione nuova, per divertirsi durante la marcia. Alla larga! [..]
Se qualcuno cerca durante il cammino di suonare il piffero, la zampogna, lo zufolo, la viola o un qualsiasi altro strumento, rompilo e caccia lui via, poiché disturberebbe gli altri, impedendo loro di udire il canto della stella. E, oltretutto, non lo udirebbe nemmeno lui. E chi non sente il canto del cielo non deve andare alla ricerca del sepolcro del Cavaliere.
Quei ballerini ti parleranno di poesia. Non far caso a loro. Colui che si mette a suonare il suo flauto sotto la volta del cielo, senza udire la musica delle sfere celesti, non merita che gli si presti ascolto. Non conosce l’abissale poesia del fanatismo; non conosce l’immensa poesia dei templi vuoti, senza luce, senza dorature, senza immagini, senza pompa, senza aromi, senza niente di tutto ciò che chiamano arte. Quattro pareti logore e un tetto di legno: una qualunque capanna.
Caccia dallo squadrone tutti i ballerini di flauto. Cacciali, prima che ti lascino per un piatto di fagioli. Sono filosofi cinici, indulgenti, bravi ragazzi, di quelli che tutto comprendono e tutto perdonano. E colui che tutto comprende, non comprende nulla, e colui che tutto perdona non perdona nulla. Non hanno alcuno scrupolo a vendersi.[..]


 

Mio buon amico, se vuoi realizzare pienamente la tua vocazione, non fidarti dell’arte, non fidarti della scienza, perlomeno non di ciò che definiscono arte e scienza e che invece non ne sono altro che meschini surrogati. Ti basterà la fede. La fede sarà la tua arte, la fede sarà la tua scienza. [..]
Mettiti in marcia, da solo. Tutti gli altri, solitari, ti cammineranno al fianco, anche se non li vedi. Ognuno crederà di essere solo, però formerete un sacro battaglione, il battaglione della santa e interminabile crociata.
Tu ancora non sai, mio buon amico, in che modo tutti i solitari, senza conoscersi, senza guardarsi in faccia, senza sapere l’uno il nome dell’altro, camminano insieme, prestandosi reciproco aiuto. E parlano l’uno dell’altro, si danno la mano, si congratulano a vicenda, si esaltano e si denigrano, mormorano tra sé e ognuno procede per conto proprio. E si allontanano dal sepolcro.
Tu non appartieni al volgo, ma al battaglione dei liberi crociati. Perché ti avvicini al muro di cinta del cortile a spiare quel che si chioccia? No, amico mio, no! Quando passi vicino a un cortile tappati le orecchie, lancia la tua parola e vai avanti, verso il sepolcro. E che in quella parola vibri tutta la sua sete, tutta la tua fame, tutta la tua nostalgia, tutto il tuo amore.
Se vuoi vivere di questo, vivi per questo. Ma, mio povero amico, sappi che sarai morto.
Mi ricordo di quella dolorosa lettera che mi hai scritto quando stavi per soccombere, per arrenderti, per entrare nella confraternita. Vidi allora quanto ti pesava la solitudine, quella solitudine che deve essere il tuo conforto e la tua forza.
Sei arrivato al punto più terribile, più desolante; sei arrivato sul ciglio del precipizio della tua perdizione: sei arrivato a dubitare della tua solitudine, sei arrivato a crederti in compagnia. [..]
Ti ho visto ingannato e perso, ho visto che ti stavi allontanando dal sepolcro.
No, non ti ingannare negli accessi della tua febbre, nelle agonie della tua sete, nelle angosce della tua fame; sei solo, del tutto solo. Non sono solo morsi quelli che come tali avverti, lo sono anche quelli che sembrano baci. Ti fischiano coloro che ti applaudono, ti vogliono trattenere nel tuo percorso verso il sepolcro coloro che ti incitano ad andare avanti. Tappati le orecchie. E soprattutto curati da una malattia terribile che, nonostante te ne liberi, ritorna con l’ostinazione di una mosca: curati dalla preoccupazione di come appari agli altri. Preoccupati solo di come appari davanti a Dio, preoccupati dell’idea che Dio ha di te.
Sei solo, molto più solo di quel che credi, sulla via della più assoluta, completa e vera solitudine. La assoluta, completa e vera solitudine consiste nel non stare nemmeno con sé stessi. E quindi non sarai davvero completamente e assolutamente solo finché non ti spoglierai di te stesso, accanto al sepolcro. Santa solitudine! [..]
 


 

da Vita di Don Chisciotte e Sancho Panza –
Miguel de Unamuno

 

* tutte le opere sono di
François Bard