“Questa notte scendo da cavallo.. – César Vallejo

Unità

Questa notte il mio orologio ansima
sopra la tempia oscurata, come
tamburo di revolver che sotto il cane
gira senza incontrare la pallottola.

Lacrima la luna bianca, immobile,
è un occhio che fissa… E sento come
il gran Mistero s’incunea in un’idea
ostile e ovoidale, un proiettile vermiglio.

Ah, mano che vieta, che minaccia
dietro tutte le porte, che respira
in tutti gli orologi, non opporti, lascia!

Sopra la grigia rete della tua armatura
un’altra mano, di luce, solleva
un proiettile in azzurra forma di cuore.

*

[in quell’angolo dove insieme dormimmo]

In quell’angolo dove insieme dormimmo
tante notti, ora mi son seduto
a camminare. Il feretro degli sposi defunti
l’hanno tolto, o chissà che ne è stato.

Sei venuta presto, per altre faccende
e già non sei più qui. È l’angolo dove
a te accanto, tra i tuoi teneri punti
lessi una notte un racconto di Daudet. È l’angolo
amato. Non lo confondere.

Mi sono messo a ricordare i giorni
d’estate fuggiti. Il tuo entrare e uscire
rara, annoiata e pallida per le stanze.

In questa notte piovosa,
già lontana da entrambi, salto su d’improvviso…
Sono due porte che si aprono e si chiudono,
due porte che al vento vanno e vengono
ombra
a
ombra.

*

[Oh, le quattro pareti della cella]

Oh, le quattro pareti della cella.
Oh le quattro pareti di bianco
che senza scampo danno lo stesso numero.

Miniera di nervi, breccia malvagia
dai suoi quattro cantoni come strappa
le quotidiane estremità in catene.

Amorosa custode di chiavi innumerevoli,
se tu fossi qui, se tu vedessi fino a che
ora sono quattro queste pareti.
Contro quelle con te saremmo, noi due,
più due che mai. Neppure piangeresti
vero, liberatrice!

Ah, le pareti della cella.
Mi fanno più male tuttavia
le due lunghe che hanno questa notte
un che di madri che già morte
per pendii bromurosi portano
ciascuna un bambino per la mano.

E io solo rimango
con la destra, che conta per ambedue le mani,
rivolta in alto, in cerca del terzo braccio
ch’abbia in tutela, tra il mio dove e il mio quando,
questa invalida maggiore età di uomo.

*

Pietra nera sopra una pietra bianca.

Morirò a Parigi, con una grande pioggia,
in un giorno di cui ho già il ricordo.
Morirò a Parigi -e non mi sbaglio-
forse un giovedì, come oggi, d’autunno.

Sarà giovedì, perché oggi, giovedì, che in prosa scrivo
questi versi, ho indossato gli omeri
in malo modo, e mai come oggi, mi sono girato
per vedermi solo, dopo tanto cammino.

César Vallejo è morto, lo picchiavano
tutti senza che lui gli avesse fatto niente:
lo picchiavano forte con un bastone e forte

anche con una corda; testimoni
per i giorni i giovedì e per le ossa gli omeri,
la solitudine, la pioggia, il cammino…

*

[Considerando a freddo, imparzialmente]

Considerando a freddo, imparzialmente,
che l’uomo è triste, tossisce, e tuttavia
si compiace del suo petto colorito;
che la sola cosa che fa è comporsi
di giorni;
che è mammifero malinconico e si pettina…

Considerando
che l’uomo docilmente deriva dal lavoro
e risuona se capo, suona se subalterno;
che il diagramma del tempo
è continuo diorama nelle sue medaglie
e, per metà aperti, i suoi occhi studiarono
da tempi lontani
la formula famelica di massa…

Considerando senza fatica
che l’uomo rimane, a volte, a pensare,
come volesse piangere,
e, soggetto a distendersi come oggetto,
si fa buon falegname, suda, uccide
poi canta, fa colazione, si abbottona…

Considerando infine,
che l’uomo è veramente un animale
e, nondimeno, nel girarsi, la sua tristezza mi dà nella testa…

Considerando infine,
le stanze dirimpettaie, il cesso,
la disperazione al termine dell’attrice giorno, che cancella…

Considerando
che lui sa che lo amo,
che con affezione lo odio e mi è, insomma, indifferente…

Considerando tutti i suoi documenti
e con occhiali scrutando quel certificato
che prova che nacque piccolino…

gli faccio un segno,
vieni,
e lo stringo in un abbraccio emozionato.
Certo, sì! Emozionato… Emozionato…

*

[Ma prima che finisca]

Ma prima che finisca
tutta questa felicità, sciupala, scorciala,
prendile le misure, nel caso che superi il tuo gesto; doppiala,
vedi se distesa entra nella tua dimensione.

Ben la conosco dalla chiave,
per quanto non sappia, talvolta, se questa felicità
vada sola, appoggiata alla sua sfortuna
o tamburellata, solo per darti gusto, nelle falangi.
Ben la conosco unica, sola,
di solitaria pazienza.

Nel tuo orecchio la cartilagine è bella
e per questo ti scrivo, ti medito:
non dimenticare nel tuo sogno di pensare che sei felice,
che la felicitá è un fatto profondo, quando finisce,
però quando arriva, assume
un caotico aroma di legno morto.

Fischiando la tua morte,
piegata l’ala del cappello,
bianco, ti volti a guadagnare la tua battaglia di scale,
soldato della gemma, filosofo del grano, meccanico del sogno.
(Mi capisci, animale?
mi lascio confrontare a volume?
Non rispondi e mi guardi in silenzio
attraverso l’età della tua parola).

Se quindi deviasse la tua felicità, la tua lingua tornerà
a chiamarla, a mandarla via,
felicità così dispiaciuta di durare.
Anzi, finirà violentemente,
dentata, crudele impronta,
e allora udrai come medito
toccherai che la tua ombra è la mia, nuda
e all’olfatto percepirai come ho sofferto.

*

Pagana

Andar morendo e cantando. E battezzare l’ombra
con babilonico sangue di nobile gladiatore.
E certificare i cuneiformi dell’aureo tappeto
con penna di usignolo e inchiostro azzurro di dolore.

La vita? Femmina proteiforme. Contemplarla che impaurita
si rifugia nei suoi veli, infedele, falsa, Giuditta;
osservarla dalla ferita, afferrarla nello sguardo
incrostando un capriccio di cera in un rubino.

Mosto di Babilonia, Oloferne senza soldati,
all’albero cristiano ho sospeso il mio nido:
la vigna redentrice amore negò alle mie coppe;
Giuditta, la vita ingannatrice, pose di traverso il corpo ostiale.

Come un festino pagano. E amarla fin nella morte
mentre le vene seminano rosse perle di male;
dunque, conquistatore senza fortuna, tornare alla polvere,
lasciando sul pugnale, a migliaia, occhi di sangue.
 

da Pietra nera e altre poesie –
César Vallejo

 


 

[..] Chiamo di nuovo e niente.
Mi azzittisco e mi metto a singhiozzare, e l’animale
nitrisce, nitrisce sempre più forte.


Tutti stanno dormendo, per sempre
così profondamente, che infine
il mio cavallo è stanco a sua volta di scuotere la testa,
e sonnecchiando, ogni volta che china il capo,
dice che va bene, che tutto va molto bene.”