Giampaolo De Pietro e Cao Guimarães

[Pare esistano pochissime risposte alle emozioni,  l’ho sentito dire, pare siano “quattro precise” – un po’ come i colori primari] 
 

 
Stamani la vita
ha un occhio
coperto, fa la
pirata
saccheggiata la
nave di notte il
mare sconfina
nel dì suo
presunto
accecato
presente che
intende
abbassare il
distante ruotare
del terreno
navigare intende
farlo fare al sole
ora che l’aria
frulla primavere
di nuovo a portar
fioriture e
premure di
bacche puntando
sui germogli le
scommesse della
sete e a ogni
gemma da
incoronare una
forma indecisa
da dedicare alla
vita imprecisa e
incantata,
stupita di nuovo
a fortuna del
cuore. Lo stesso
oggetto più volte
la stessa luce
che dorme e
decresce.
 

 
penso al ritmo, ho messo il foglio con partenza di
scrittura da destra il carattere come fosse un
tempo arabo orientato a leggersi verso sinistra (prima
ancora a scriversi, chiaro), penso al ritmo, e rifarei tutto a
voce per iscritto, della vita risentendo il ritmo, adesso che
dietro le cuffie spente alle orecchie c’è un canto d’uccello
e poi un cielo azzurro e se penso al ritmo, ben oltre lo
scrivere, ma proprio adesso che lo sto facendo sto meglio.
 

 
Vorrei essere appropriato – portarvi per mano a un bene
(aspirando nel buio questo bene)
perfino le foglie finte hanno un disegno gentile.
Sul conto dell’uomo questo non vale. (e su ciò non si
dovrebbe poter scommetterci)

Non so se sono una voce, in realtà non avrei da parlare, nel
volere,
o farmi sentire. Così ringrazio chi mi invita a farlo, come
chi mi legge
per la possibilità stessa che mi offre di ascoltare e semmai
riconoscere
pure la mia voce fra le altre.
Chiave in un bosco, che non chiude e non apre, porta che
esiste, ma che non si vede.

*

Piccole margherite riuscite.
Vicoli ciechi.
Vorrei stare qui, a studiare tutti i campanelli.
A prendere appunti sulle nuvole tristi. Che anche se il sole
insiste,
nessuno inonda niente, solo forme di prepotenza queste,
umane e basta.
Ho starnutito all’ombra,
porto questa faccia solo così, a un incrocio.
 

 
l’anello è rimasto lì
dentro al cassetto
del portagioie scozzese
laggiù in fondo al nostro
sonno di foglie, il piccolo
anello che non si chiude.

*
c’è chi va per boschi
e chi trema,
febbre immaginaria
volpe della luna,
passeggiata chiara
nessuna paura
niente di schiena
solo la vita talvolta
(‘scusate le spalle’, par dire)
 

 
Come mettersi le mani sul viso e non portartelo
 
da “Inni in vani” di Giampaolo De Pietro a “Passatempo”, video dedicato alla mostra fotografica del regista Cao Guimarães, curato da Solange Farkas per la Galleria Nara Roesler
 

 


 
Signore, cambia
termini la voce.
Chiusa a penna.
Al limite del
bacio si erano
stretti a pena
per quel vortice
di stacco. so[c]chiusi. Lascia
sempre per
amore per
vertigine lascia
innamorarsi
sempre a
inneggiare una
natura d’aria e
l’acqua. Non sai
separare ma è
più chiaro
superare fino al
mattino, misura
motivo – il

 

 
Sono contento di stare scrivendo, mentre il tempo
fuma. E fuma il vulcano sul grembo del cielo estivo,
pomeriggio la terra la si fa tremare per più direzioni e
con prospettiva di zolle o placche che si assestano, qui
nell’isola bassa, ma la terra si cura di tremare senza trama
dove meno ci si aspetta e la paura disastra ancora e le
persone cadono restano a terra si rialzano e non sanno più
il perché di tutto questo tremore, e rottura. La terra sa
farsi temere, tremiamo ancora, trame geologiche che
non sanno spiegarci il perché e il percome – questo pericolo
chi se lo può permettere nel rischio di vivere. Mi metto
le mani in testa, e tremo per una misura piccola, quella
del diametro del cranio, e non ne ho misura né rimedio,
motivo per capelli che crescono se non li taglio, crescono
lo stesso quasi in controcanto. I pensieri se ne vanno, se ne
andranno, se ne sono sempre andati. E mi interesserebbe
tenere una linea di apertura, sempre quel filo, per respiro.
Occuparmi di azzurro, dimenticare. spazio, spazio, spazio.
Sono contento di stare scrivendo, di poterti scrivere, di
potertelo dire, che se trema la terra vorrei che noi due
aspettassimo (che smetta) sotto lo stesso tavolo, sotto
la stessa attesa che termini e cessi il tremore, per poi
dedicarci all’azzurro, alla più piccola speranza che pare
attendibile quanto la forrma di una nuvola (sotto di essa
traspare), delle nuvole e le loro più vive aspettative di
lasciarsi toccare, afferrare (tra sparire e trasparire) – anche
da terra, anche da dentro una testa a specchio che non
faceva che rincorrerle per distrarsi, e le distraeva, pure
le nuvole dai respiri profondissimi, pure e semplici per
l’atmosfera e il vapore, perché le immagini e sono sole,
sole e con l’iniziativa dell’aria – il loro motivo, loro colore
impresso imprendibile – come un argomento a scelta, a
scelta dell’argomento stesso, del chiaro azzurro respiro
spaziante tra verde e presenza ancorata a pazienza e ancora
senza motivo, se non di una nuvola, anche quando non se
ne vedono più, la sera – e ci si prova a dormire, a restituire
sonno, misura, motivo – e se si sogna va bene, da’ retta
ancora al respiro nel sogno del sogno, muta, saturi e tutti
quei puntini illuminati quei pianeti quei millimetri lasciati al
caso di chissà che immenso mondo sopra la testa sopra
 

da La foglia è due metà –
Giampaolo De Pietro

 

* le foto, compresa quella di copertina,
sono prese dal video “Passatempo”.