Viaggio in Armenia – Osip Mandel’štam

In che tempo vuoi vivere?
Voglio vivere nel participio imperativo del futuro, forma passiva –nel «dovente essere».
Così riesco a respirare. Così mi piace. Ci trovo un onore equestre, da basmač, 39 da cavaliere. È per questo che mi piace il glorioso «gerundivo» latino –questo verbo a cavallo. Sì, il genio latino, quando era giovane e avido, creò la flessione verbale imperativa come archetipo di tutta la nostra cultura, che non solo «deve essere», ma «deve essere lodata» –laudatura est –quella che mi piace…
Era di questo che parlavo tra me e me mentre a cavallo attraversavo le distese, i territori da nomadi e i giganteschi pascoli dell’Alagez.

*

Voglio conoscere il mio osso, la mia lava, il mio fondo sepolcrale [sapere come sotto di esso si accenderà all’improvviso di magnesio e fosforo la vita, come mi sorriderà: membroalata, accusatrice, ronzante]. Uscire verso l’Ararat, nella periferia che sputacchia, sbriciola, scatarra. Appoggiarmi con tutte le fibre dell’essere all’impossibilità di scelta, all’assenza di qualunque libertà. Rifiutare spontaneamente la luminosa assurdità della volontà e della ragione. [Se accetterò, come qualcosa di meritato e di indelebile nel tempo il rivestimento dei suoni, la pietrosità del sangue e la solidità della pietra, vuol dire che non sarà stato vano il mio soggiorno in Armenia.]
Se accetterò come qualcosa di meritato l’ombra della quercia e l’ombra della tomba, e la durezza di pietra del linguaggio articolato –quando prenderò coscienza dell’età contemporanea? [
[Che cosa è per me la contemporaneità? Un fascio di punti esclamativi e interiezioni! E per lei io vivo…] È per questo che mi sono vòlto allo studio dell’antica lingua armena..

*

Mio cardellino, rovescerò la testa,
guarderemo a questo mondo in due.
Il giorno d’inverno punge come loppa –
anche nella tua pupilla è così crudele?

*

Ho ricevuto la sua lettera –diciotto fogli ricoperti da una scrittura alta e diritta come un viale di pioppi –e le rispondo:
Il mio primo scontro sensoriale con la materia dell’antica chiesa armena.
L’occhio cerca la forma, l’idea, l’attende –e invece si imbatte nel pane ammuffito della natura o in una focaccia di pietra.
I denti della vista si scheggiano e si spezzano quando guardano per la prima volta le chiese armene.
La lingua armena è resistente come stivali di pietra.
Sì, certo, parole dalle pareti massicce, strati d’aria nelle semivocali. Ma sta forse lì tutto l’incanto? No! Di dove viene allora questa attrazione? Come spiegarla? Che senso darle? Ho provato la gioia di pronunciare suoni proibiti alle labbra russe, suoni misteriosi, ripudiati e forse addirittura, a certi livelli profondi, vergognosi. Nella teiera di latta bolliva acqua meravigliosamente limpida, e di colpo qualcuno vi ha gettato un pizzico di squisito tè nero. È quello che mi è successo con la lingua armena.

*

Fascia la mano con un panno e nel cespuglio regale,
nel più profondo delle spine di celluloide,
senza paura, fino a sentire scricchiolare, affondala.

Avremo senza forbici la rosa.
Ma fai attenzione che di colpo non si sfogli:
rosa canina –pattume –mussolina –
petalo di Salomone –frutto selvatico che non può servire
neanche per l’infuso, e non dà essenze né profumo.

*

Il sonno è leggero nei campi dei nomadi. Spossato dallo spazio, il corpo si fa tiepido, si raddrizza, rammenta la lunghezza del cammino percorso. Sentieri montani formicolano lungo la colonna vertebrale. Prati di velluto appesantiscono e solleticano le palpebre. Le piaghe da decubito dei burroni si incistano nei fianchi. Il sonno ti avvolge di pareti, ti mura. E un ultimo pensiero: bisogna aggirare quella tale catena montana.

*

La rosa ha freddo nella neve:
a Sevan è alta mezzo metro…
Il pescatore montano prende l’azzurra slitta decorata,
ceffi baffuti
di sazie trote
montano guardia poliziesca
sul fondale di calce.

E a Erivan’ e a Ečmjadzin
l’immensa montagna
ha bevuto tutta l’aria.
Ah, poterla sedurre
con un’ocarina o
addomesticarla con un flauto,
perché si sciolga la neve nella bocca.
Nevi, nevi, nevi sulla carta di riso,
la montagna viene verso le labbra.
Ho freddo. Sono felice..

*

Ho avuto la fortuna di vedere le nuvole che celebravano sacre funzioni al dio Ararat.
Era il movimento discendente e ascendente della panna quando viene versata in un bicchiere di rubicondo tè e si disperde in mille piccoli tuberi ricciuti.
E comunque il cielo della terra di Ararat procura poca gioia a Savaoth: è stato inventato da una cinciallegra nello spirito del più antico ateismo. La Montagna dei Postiglioni, luccicante di neve, un corto campo disseminato di denti di pietra come per dileggio, le baracche numerate dei cantieri edilizi e un barattolo di latta zeppo di passeggeri –eccovi i dintorni di Erivan’.
E di colpo un violino saccheggiato per ricavarne giardini e case, spezzato in un sistema di étagères –con traversine, raccordi, piccole assi, passerelle. Il villaggio Aštarak è appeso al gorgoglio dell’acqua come a un’intelaiatura di fili di ferro. I cestini pietrosi dei suoi giardini sarebbero un magnifico regalo per un soprano leggero alla sua serata d’onore.

*

Argilla e azzurrità, azzurro e argilla –
che vuoi di più? Socchiudi gli occhi per vedere
meglio, come un miope scià la pietra di turchese,
il libro delle sonore argille, la libresca terra,
il libro putrefatto, la diletta argilla
che ci tormenta come musica e parola.

*

I fiori sono un popolo grande e tutto istruito. La loro [appassionate] lingua è fatta unicamente di sostantivi e avverbi.

*

Su qualsiasi isola –sia essa Malta, Sant’Elena o Madera –la vita trascorre in una nobile attesa… Il padiglione auricolare si affina e si arricchisce di una nuova voluta [nel conversare ci scopriamo più condiscendenti e tolleranti verso le opinioni altrui, tutti sono consacrati all’Ordine di Malta del tedio e si squadrano attentamente l’un l’altro con la gentilezza un po’ stupida tipica dei vernissages.
Perfino i libri vengono passati di mano in mano con più cautela del tubetto di vetro di un termometro..]

*

Ogni tanto il cavallo si piegava verso l’erba e la sua testa esprimeva obbedienza ai Testardi, un popolo più antico dei Romani.

Scendeva una quiete lattiginosa. Si andava coagulando il siero del silenzio. Campanelle di ricotta e sonagliere di mirtilli di calibro diverso borbottavano, tintinnavano. Accanto a ogni palo aveva luogo un comizio di karakul. Sembrava che decine di proprietari di piccoli circhi avessero alzato baracche e tendoni sulla pidocchiosa altura e, impreparati al pienone, còlti alla sprovvista, brulicassero per i loro accampamenti facendo risuonare i secchi per la mungitura e spingendo nei recinti gli agnelli, affrettandosi a rinchiudere per tutta la notte nel loro impero bovino, distribuendoli per la città del latrato, i capi di bestiame sfiancati, fumanti, intrisi di umidità. [..]
Io ero intimidito come se mi trovassi in un palazzo.

*

Ancora l’anno scorso, sull’isola di Sevan, in Armenia, quando passeggiavo tra l’erba alta fino alla cintola, mi estasiavo dello sfrontato incendio dei papaveri. Vividi fino a un chirurgico dolore, emblemi di pseudocotillons, grandi, troppo grandi per il nostro pianeta, incombustibili falene dalle bocche cave, crescevano su ripugnanti steli pelosi.
Invidiavo i bambini.. Davano con zelo la caccia alle ali dei papaveri tra l’erba. Mi chinai una volta, un’altra… Fuoco nelle mie mani, come se un fabbro mi avesse fatto dono dei suoi carboni.

*

Una salamandra non sospetta nulla della screziatura gialla e nera che porta sul dorso. Non sa che quelle macchie si dispongono in due minute catenelle o si fondono in un’unica stria compatta a seconda dell’umidità della sabbia, della tappezzeria allegra o luttuosa del terrario.
Ma l’uomo, salamandra pensante, indovina che tempo farà il giorno dopo pur di essere lui a decidere delle proprie tinte.

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Dal cielo sono cadute tre mele: la prima è per chi ha raccontato, la seconda per chi è stato ad ascoltare, la terza per chi ha capito. Così si concludono la maggioranza delle favole armene. [..]