Simon Armitage e opere di Maria Lai

[…]
Mi vedi, amore mio? Sto cadendo, segnalando.

Lenzuolo – Maria Lai

*

(Avremmo mai dovuto, potuto ritornare?
Mettere il dito nella vecchia piaga?
Le lettere e i cuori
da noi incisi nella giovane corteccia

sono guariti ormai?
O appare ancora la carne viva?
Come un lontano, minuscolo bianco,
che dopo una lunga camminata

si scopre neve –
un ultimo mucchio di neve
che va toccato dal calore umano
perché il suo ghiaccio si sciolga,

prima che possa cedere.)

*

Stiamo filando una tela.
Stiamo annodando una rete.
Questi fili sono delicati.

Sono tempi disperati.
Stiamo lanciando funi
così lievi e sottili

più leggere dell’aria.
Noi misuriamo il cielo
con fili senza fili

troppo esili, troppo
per l’occhio nudo,
di un sottile introvabile, di un fino impercettibile.

Ma portano il nostro respiro.
Stiamo telefonando.
Sono funi acrobatiche tese

da un capo del telefono
a un luogo detto casa
così le nostre parole hanno scampo,

le nostre voci acrobate
vanno da un miglio all’altro
o nel mio caso superano

la vastità del mare.
Mia bellissima moglie,
siediti sulla sedia,

poggia all’orecchio il telefono.
Lasciami dire.
Lasciami sentire.

Stiamo filando una tela,
di fili delicati,
di maglie tanto fragili,

troppo poco, troppo tardi.
Nessuno può salvarci né
portare il nostro peso.

*

Fisherwood

Non c’è risposta. Sono arrivato tardi.
Ma ogni figlio ha una chiave

appesa al collo con uno spago.
Entrerò e aspetterò.

Così te ne sei appena andato? Perché qui,
sul bracciolo della sedia, c’è calore –

il tepore lasciato da una bevanda calda…
No, solo il sole, l’impronta digitale

della nostra stella più vicina, che arriva fino a qui.
Mi metterò seduta e piangerò;

un poco sotto le palpebre, luci del nord
e brillantemente luccicano e infuriano

*

Accomodamento

-sì, ero d’accordo anch’io che qualcosa dovesse
cambiare,
ma son rimasto secco, e anche parecchio male
quando
una sera rientro un po’ brillo e ti trovo che aveva
steso una
rete lì, al centro sparato di casa nostra.
Mi ha detto: «Io sto di qui e tu di là, e
d’ora in poi si farà così». Come casa era
piccola, praticamente una stanza,
quindi c’è stato un paio di problemini pratici.
Tipo, il frigo era dalla mia parte e il forno dalla
sua. E lei c’aveva il letto, mentre io dormivo vestito
sulla poltrona gonfiabile, dal suo lato c’era anche un
CD degli Hüsker Dü che non mi
sarebbe spiaciuto riascoltare, così, per i vecchi tempi,
e lei il cappotto l’appendeva alla maniglia della
porta, in zona mia. Ma la rete era la rete, non ci
passavamo nemmeno una parola attraverso il suo
sacro velo, figurarsi allungare pianino una mano
di là o, guai!, spostarla e come niente passare il
confine. Certe notti portava a casa degli uomini,
balordi, incompatibili, neanche da baciarle il tacco della
scarpa. Ma anche per lei non sarà stato facile,
guardarmi andare in giro come un fantasma,
sbattere contro bottiglie e lattine vuote.
E c’erano anche dei momenti belli, seduti vicini
sul vecchio divano, la tenda in mezzo noi, la
TV nel suo settore ma girata verso di me, a tenermi
presente.

Col tempo sono arrivate le tarme, la rete gli
è piaciuta, così dopo sembrava una ragnatela gigante, una
roba di veri buchi tenuta assieme da fili fini,
nervosi. Però lì è rimasta, e c’è
ancora, la cortina sbrindellata, questa trina a brandelli
sospesa fra le nostre vite, che ci mantiene
inseparabili e fidanzati.

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*

Visione

Una volta il futuro era un bel posto.
Ricordi la città completa, in compensato,
esposta al pubblico nella sala del Comune?
Gli schizzi cerchiati, le impressioni d’artista,

ciano di vetro fumé e acciaio tubolare,
sobborghi come giochi da tavolo, trasporti
come giri di giostra o giochini di lusso.
Città simili a sogni, sbalzate dalla luce.

E gente come noi alla campana per il vetro
vicino alla ciclabile, o a portare a spasso il cane
su strisce ben curate sentendo l’erba lanosa,
o modellini di automobilisti che rincasavano su

macchine elettriche. O dopo l’ultimo spettacolo –
a passeggio sul viale. Erano i progetti,
sottoscritti nella mancina nitida
degli architetti –un copione autentico, leggibile.

Ho estratto quel futuro dal vento del nord
alla discarica, con stampata la data di oggi,
a cavalcare l’aria con altri futuri simili,
tutti mai vissuti e ora del tutto estinti.

*

La formula

Ho lasciato una formula a casa di mio padre
in monetine sul gradino d’ingresso.
Spiegava la prossima stella verso cui ero diretto,
che canale guardare, che tasto premere.
Avrei dovuto aspettare, dare alla scritta
una voce, ma ero già troppo in ritardo.

Mentre ero assente lui rispose con sassolini
e foglie al mio cancello. Ma dall’ovest si alzò
un temporale, sfasciando tutta la forma e il senso.

Tengo la sua formula scomposta in un barattolo,
che rovescio a terra della cantina, sperando
che si formi una lettera, magari una parola.
E sono tutto dolore, occhi fissi in spazio nero
incontro ai suoi occhi, cercando di leggere il suo volto.

*

Il grido

Uscimmo
insieme nel cortile della scuola, io e il ragazzo
di cui non ricordo

nome né faccia. A provare l’estensione
della voce umana:
lui doveva gridare a più non posso,

io alzare un braccio
di là dal divisorio segnalando
che il suono era arrivato.

Lui gridò da oltre il parco –io alzai il braccio.
Da oltre il confine
urlò in fondo alla strada,

dai piedi della collina,
da oltre l’osservatorio di Fretwell’s Farm –
io alzai il braccio.

Cambiò città e alla fine era morto da vent’anni
con un foro di proiettile
nel palato, nel Western Australia.

Ragazzo con nome e faccia che non ricordo,
puoi smettere di gridare ora, ti sento ancora.

*

Storia Universale – Maria Lai

Una guerra iniziata e finita nella pioggia.
Pallottole spruzzate di pioggia.
Pioggia tamburellante
sul tetto della parrocchiale,
quando il buon Mr Chamberlain
salì sul palco
e cadde nel gioco delle tre carte
poi ritornò al suo posto,
truffato e a mani vuote.
«Ora vi debbo dire che non è stato assunto nessun
impegno di tale sorta.»
Truffato e a mani vuote.
Maltempo in vista. Tempeste a est.

Le tende chiuse.
Una guerra nera, sotterranea.
Abbiamo fatto buio.
Scavato a fondo,
muovendoci in cunicoli e gallerie.
Dormito in un giardino di mezzanotte,
in baracche di latta,
o cripte
di vagoni letto e mucchi di terra.

Sognavamo con i vermi
sotto un Braille di stelle,
sotto i prati arati,
sotto capelli di foglie di verza e teste di rapa,
sotto radici di patata penzolanti come
flessibile elettrico tagliato, non accoppiato,

Alcune notti –un silenzio-lenzuolo.
Alcune notti ci destavamo sudati
per un rumore d’ago o trapano che si avvicina,
un ronzio di zanzara molesto, logorante nell’aria.
Bombe volanti. Uccelli-dinosauro a razzo…

*

Non parlare
al ragazzo in bicicletta -una pallottola gli esce dalla gola.

Non guardare negli occhi il ragazzo in bicicletta –
non stare nel mirino,
non finire nel suo campo visivo.

Prega se entra nella via,
prega se appoggia la bicicletta al muro,
se apre il cancello.

Dicono: quella bici
è poco più che una falce a due ruote.
Dicono

con una certa luce
distingui il teschio
appena sottopelle…

Eccolo sul vialetto,
alla finestra,
le mani a conca sul vetro.

Eccolo sulla porta, e tu
in trance, che sbulloni i bulloni,
alzi il chiavistello…

È buio nel salotto.
Lui si ricompone,
si appoggia alla mensola del camino –

guarda, è solo un ragazzo,
dinoccolato, col faccione, in bici.
Poi apre la bocca.

*

Quarantaquattro, quarantacinque.
Un affiorare lento.
Buio disserrato.

Blocchi stradali sbloccati. Teste scolpite
rimesse sui plinti,

statue depositate ai loro posti.
Finestre dissigillate.
Gas acceso:

un’alba a poco a poco.
Una fiammella
alzata piano piano,

dolcemente,
durante la notte.
Poi pace –

com’era?
Pace come luce.
Carbone nel camino.

Un falò in brughiera.
Un domani pieno, non razionato
di vedute luminose,

giallo-banana e bianco-latte.

*

L’ultimo giorno sul pianeta Terra

Lippincott fa una foto con il suo occhio.
Wittmann dipinge con un dito di saliva sulla
crosta del sale. Yoshioka spinge l’ultimo
pianoforte nel fuoco. Owens tira sassi
a una roccia. Il pomeriggio si gira nel sonno,
poi dorme.

Kirszenstein scambia il suo teschio di martin pescatore per
una pesca sciroppata. Jerome cattura l’aria in un vaso
col tappo a vite. Bambuck pianta l’ultimo dei suoi denti.
Johns medica la sua ferita cancrenosa con
un sacchetto di plastica. Bolt tira su la scaletta,
chiude la botola.

*

Nel frattempo, sul ponte, i camerieri tolgono i piatti unti,
i coltelli e le forchette sparse.
Un cucchiaio d’argento raccoglie le costellazioni in conca.
Innumerevoli, i tappi
di bottiglie, magnum, geroboami di champagne saltano
per mano di uomini che tengono
a non far niente di simile tranne cambiare un fusibile
o spolpare l’arrosto la domenica.
L’acqua sciaborda contro ogni prua. È la vigilia
dell’alba del duemila.
Migliaia formano una catena di barche oltre
un limite orario più a est, / migliaia aspettano su
un’isola estremo-orientale.
Poi si diffonde il mormorio cinese di un conto
alla rovescia tra la folla, / la prima illuminata da
un mattino del secolo,
tutti ansiosi di poter dire c’ero, e poi al dunque
pazzi della luce stellare che passa per significato.
Il tempo –come cronometrato, da un punto di partenza.
Sotto il confine tra i fusi, a braccia sott’acqua,
dove non arrivano le catene d’ancora, una frattura
sul fondo marino / si rompe e scinde e piange; nuove
rocce registrano il campo magnetico della
terra, soddisfatte. / E, vezzeggiate nel tepore,
vecchie forme di vita ben al di sotto del registro
solare, cullate / dalla forza persuasiva della luna,
proseguono imperterrite, cieche, di sprone,
istintive
e ignote.
Viene l’attimo… e passa. A galla, tappi
che furono fatti saltare e lanciati
iniziano una lenta, variata migrazione verso rive lontane,
e schiuma e spuma e spruzzi
che traboccarono da ogni bicchiere ora scoppiano,
ricadono svaniscono, / come il bagnoschiuma di ieri sera.
Forse alcuni ci avranno pensato. In valli irrilevanti
e insignificanti vallate,
su colli inutili e distese anonime di erica,
o viottoli e sentieri
non diretti ad antichi siti né ordinati per schemi astrali,
a coordinate
dove niente è importante, lungo punti di bussola
senza valore,
ad altitudini senza riscontro, in costruzioni
senza
significato / e regioni senza dio,
nei soggiorni, nelle cucine, nelle stanze da letto
di comuni abitazioni / e case di ogni giorno,
un milione di anime si concentrano per conservare
se stesse a se stesse, / ben decise a chiamarsi
fuori,
a non lasciarsi smuovere da una data e da un’ora
fasulle,
così tante
che chi ha orecchio al terreno e occhio all’orologio
per misurare il polso del mondo,
auscultando un balbettio nel tic-tac della meridiana,
un battito perduto,
qualche lontano tremolio come lo spezzarsi dei ghiacci,
sente invece
un silenzio così profondo da comparire sulla scala Richter,
come se i morti
di ogni tempo si fossero alzati dai loro miliardi di tombe
per dire una parola
così priva di suono e dci rumore che persino nello
spazio profondo / si è sentita.

da In cerca di vite già perse –
Simon Armitage

* tutte le opere sono di Maria Lai