L’occhio del monaco – Cees Nooteboom, e Rodd Owen

Un dio faticoso sul bordo del mio letto,
sei angeli con ali stanche,
hanno volato contro vento, raffiche forza 10
sopra la palude, tempesta sul mare.

Nella notte vedo le luci sull’altra sponda,
guardo gli angeli che sembrano conoscermi,
vogliono prendere la mia coperta e in realtà anche il letto
in cui comunque non riesco a dormire.

Il dio assomiglia al capitano del traghetto,
i conigli che ho visto correre nel buio
avevano paura del cacciatore, il faro
cadde con il suo raggio nella stanza,

ma per il resto tutto era in ordine.

*

La cornacchia, sopra le betulle, gli chiese chi era,
ma lui non seppe rispondere, ascoltava
il vento tra gli arbusti, guardava il proprio volto
nel laghetto, una macchia in movimento.

In fondo alla sua bocca le parole parlavano,
ma non ne uscí nemmeno una, udí il proprio nome
muoversi e proseguí verso il mare
come se sapesse camminare sull’acqua.

Intorno a lui il canto di un coro,
il vento uno strumento che l’avrebbe accompagnato.
Voltandosi vide l’isola come si vede
una nave, una forma che svaniva in un banco di nebbia

che tutto nasconde.

*

Sull’altra isola non dune, ma rocce,
nere, piante con uncini e denti, capaci di bere la pietra
aggrappate alla sabbia. Anche qui un faro, alto
contro la violenza d’un temporale,

non ci sono navi in vista, una capanna di pietre ammucchiate
per impensabili esseri umani, una specie scomparsa
che viveva di sabbia e d’acqua
in un tempo senza lancette.

Ora io volo, le ali non ho bisogno di muoverle, sono un uomo
di vento, e laggiú vedo il mio doppio camminare,
un uomo simile a un cane, con il naso rivolto
a terra, e io mi libro qui, tra i denti una canzone

che non ho mai imparato.

*

Tredici, numero della nebbia,
lo smarrire direzione, la strada
per l’edificio abbandonato,
il luogo della danza,

tenersi per mano, poi sedere
a lungo e aspettare, cos’è la sera,
di chi è il corvo, di chi è la tartaruga,
il fuoco in lontananza?

Non rispondere è sempre una risposta,
la carpa diventa poi una balena,
il piccolo diventa grande
e accudisce il piccolo

finché morte non sopravviene.

*

Quella terribile, tonda nerezza, stanotte ancora
in terra, quell’argenteo grigio, solo poco fa in acqua, ora afferrato, squartato, pieno di sangue,
ancora si muove, il mio cibo, l’uomo col coltello mi sorride,

lo facciamo insieme. Carpa con due uomini,
quadretto sulla piazza del mercato, sopra il portone del municipio
la donna con la spada e la bilancia, le campane
annunciano il messaggio dell’angelo, le dodici.

Voglio ancora una vita cosí, fango
sulle scarpe, ramolaccio e mele nel cesto,
eternità in briciole, cento metri piú avanti
ha inizio il limite del mondo, attenzione, sognatore,

cadrai giú come un sasso.

*

Viandante, viandante, ci senti ancora?
Azzurre sono le montagne, un paravento,
camminano qui due uomini e tra loro quattro
secoli, parlano dell’anima, di come

le sia difficile abbandonare il corpo
quando muore, quella casa cosí accurata con stomaco
e cervello ora in rovina, un lavoro per
il demolitore, e l’anima dove va?

Ascolti le due voci, francese, italiano,
nel vento sulla strada, in campagna, senti il ritmo
dei tuoi passi, la poesia del dubbio
se esista la coscienza, e quando

poi semplicemente muoia.

*

Mio fratello precipizio, mia sorella acqua di torrente,
mia madre canne per una capanna, mio padre
muffa su rocce rossobrune, suo padre parente dei pesci,
figura acquatica con polmoni, come te.

Nessuno ci ha inventato, eravamo nella polvere
già nel primo istante, esistiamo fin
dall’inizio. Solo piú tardi abbiamo avuto anime e ci è stato permesso di scrivere. Nostre sono le parole

di pietra e d’acqua. Mai abbiamo rinnegato
la nostra origine, siamo quel che c’è,
numeri con un nulla alla fine. Una volta qualcuno
lanciò un sasso nell’acqua, quei cerchi che si allargano

ancora, siamo noi.

*

Poiché non c’era nulla, ogni cosa priva
di essenza, un’oscura assenza,
la domanda al cigno sull’acqua nera
a proposito del perché.

Il cigno narro la sua forma
come unica verita, ma l’uomo, nella forma
della sua ombra, attese altro, il gusto
di una risposta contro il buio

per cui non c’erano parole.
Rimasero così per ore senza muoversi, cigno
contro uomo, uomo contro cigno. La poesia
che divennero si fece nel silenzio,

ma senza un linguaggio.

*

Così si vedevano di lontano, un’altura,
come le altre. Ma il rumore del mare
rimaneva per quegli sconosciuti lo stesso,
tenebrae, allucinazioni,

specchi in cui abitano altri
che non han più voluto vivere, spaventa
passeri sulla duna, volti
nascosti nell’ammofila, spintisi ormai

oltre l’ultima boa, in leggende di dune
e banchi di sabbia, sussurri della Willemsduin
tra le onde sopra Wantij e Rif,
una catena sonnolenta di nomi e oblio

in cui si svanisce.

*

Alla fine il vecchio poeta non volle più
scendere al mare. Quella vastità, quell’apertura
gli incutevano ansia, disse, vedeva la sua
vita trasparente in una trasparente

morte. Una nave non serviva più,
era un accento sul vuoto, sospinto a remi
da un nessuno, uno spettro senza mani,
in forma di uccello, piegato in avanti

come se ci fosse ancora terra, un porto.
Se ancora parlava, parlava per fiabe,
discesa agli inferi, l’ultima casa
dei suoi amici di un tempo, ora

privi di voce.

*

Notte sul mare. Luna in fuga,
un’amata a brandelli. Come pensavi
che andasse? Dalle dune avanzano le gemelle,
donne di grande bellezza,

rasate a zero. Vengono direttamente dalla
tua giovinezza, sono parte del tuo segreto, loro
e il cespuglio di spine che ti vola via sopra i piedi,
un padre sospinto dal vento, la donna che volevi.

Questo era tutto? E poi ancora Orione, alto
e sfregiato, tuo amico in questa unica esistenza. Cerca a tastoni nel buio
il mormorio del mare, in cui il suo cane
è annegato.

Il mormorio del mare,
Il mormorio del mare,

il mormorio del mare.

Fotografie di Rodd Owen