Francesca Marica e Jan Dibbets

Non ci sono più unghie che abitano la pelle
solo l’erba disegna ancora giardini sulle ossa.

Qui una volta c’era un fiume
e la tristezza era un’eco di falena
che rendeva pazzi i cani.

Se ci siete fate un cenno, respirate.
La bellezza è un’ingiunzione.

Scrivo che è sera
prima c’era la luce, era mattina.
La luce si inceppava dentro la pancia
di piccole finestre feritoie.

*

Parlavamo la lingua dei dimenticati
senza che il respiro ne avesse memoria.
Mettevamo a fuoco una mancanza.
La consapevolezza di essere sopravvissuti
a tutti gli aggiustamenti posteriori
ci rendeva forti, ci faceva credere
che una giustizia potesse
incredibilmente esistere ancora.

*

Questo bianco non mi trattiene più.
Gli eventi con anticipo hanno fatto un balzo
perché la storia è fronde e voci.

Bisognerà farsi neve, ingoiare il sale,
prendere forma – come uno strumento,
un fiato, una nota che ha trovato la propria intonazione.

*

Il destino deciso in quell’istante
gli occhi e il sonno, nonostante.
Ci aveva messo poco a orientarsi
il cielo non nasconde l’origine
di quello che chiama a raccolta.

Le cose possono restare indietro,
può succedere, anche solo una volta.

L’ironia di chi crede il contrario
è un passo falso, un’ubriachezza molesta,
una malattia che guarisce solo
dopo innumerevoli anni.

*

I balconi di ringhiera
e l’infanzia ritratta
intorno a un filo di promesse
nella ghiaia dell’estate.

Tra I denti il malinteso
di una corsa spalancata
nel vuoto, con I sorrisi tutti uguali
di noi creature di fiume.

Sapevamo di terra e di pioggia
con l’istinto del lupo
a farci bambine selvatiche.

C’era il balzo della vita a divorarci
e l’aria che in faccia scendeva
a imitare il gesto dell’acqua.

Portscapes

*

È una concezione del male meno sottile quella che proponi,
le parole che dici un incantesimo, la notte poi lo sai che arriva
ma i conti non tornano anche quando sono in eccesso.

L’esilio è una prova di resistenza.

Tutto sopravvive a una possibilità di traduzione.
Tutto sopravvive a un altrove.

*

Fare pace con la misura tra le cose mai dette
che non sanno la parola andare.
Trovarsi è poi forse questo e noi lo sappiamo.
Sulla linea d’orizzonte il gesto traduce una parola.
Ti chiedo di aspettare,
di mettere da parte il tempo,
di diventare forma.
Dobbiamo imparare la resistenza del bianco,
la sua capacità di dire.

Dobbiamo raccontarci le vite precedenti
e dirci che mancano le cose viste insieme.

da Concordanze e approssimazioni
Francesco Marica

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in Versi di confine troverete altre poesie dell’autore e la bella recensione di Marco Ercolani
dal litblog La dimora del tempo sospeso

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