Le mille vite di Arthur Cravan

Arthur CRAVAN
cavaliere d’industria
marinaio nel pacifico
mulattiere
raccoglitore di arance in California
incantatore di serpenti
topo di albergo
nipote di Oscar Wilde
taglialegna nelle foreste giganti
ex campione di Francia di pugilato
nipote del cancelliere della regina
autista a Berlino
scassinatore ecc., ecc., ecc.

 

 

Quale anima si contenderà il mio corpo?
Sento la musica:
ne sarò trascinato?
Tanto mi piace il ballo
e le pazzie del corpo
che con tutta evidenza
se fossi stato una ragazza
mi sarei traviato.
Ma, dopo essermi immerso
nella lettura di questo libro illustrato,
giurerei di non aver mai visto in vita mia
tanto fiabesche fotografie:
Mentre l’oceano pigro dondola i fumaioli,
vedo nel porto, sul ponte dei battelli a vapore,
in mezzo a indistinte mercanzie,
i marinai mischiarsi ai fuochisti;
corpi lucidi come macchine,
mille cose dalla Cina,
gli articoli di moda e le ultimissime novità;
poi, pronti ad attraversare la città
nella dolcezza delle auto,
i pugili e i poeti.
Stasera, per quale abbaglio,
con una tristezza tale,
tutto mi sembra bello?
Il denaro che è reale,
la pace, le vaste imprese,
gli autobus e le tombe;
i campi, lo sport, le amanti,
persino la vita inimitabile degli alberghi.
Vorrei essere a Vienna e a Calcutta,
prendere tutti i treni e tutte le navi,
farmi tutte le donne e sbafarmi tutti i piatti.
Mondano, chimico, puttana, beone, musicista,
operaio, pittore, acrobata, attore;
vecchio, bambino, imbroglione, gaglioffo,
angelo e libertino; milionario,
borghese, cactus, giraffa o corvo;
vigliacco, eroe, negro, scimmia, dongiovanni,
magnaccia, lord, contadino, cacciatore,
industriale,
fauna e flora;
sono tutte le cose, tutti gli uomini e tutti gli animali!
Che fare?
Usciamo all’aria aperta,
chissà che non riesca a lasciare
la mia funesta pluralità!
E mentre la luna
di là dai castagni
aggioga i suoi levrieri
e come in un caleidoscopio
le mie astrazioni
elaborano le variazioni
degli accordi del mio corpo
e le mie dita incollate
alla delizia delle mie chiavi musicali
assorbono un fresco ritmo sincopato,
sotto mozioni immortali
vibrano le mie bretelle;
e, pedone ideale
del Palazzo Reale,
m’inebrio con candore
persino del cattivo odore.
Un perfetto miscuglio come sono
di elefante e di angelo,
lettore, porto a spasso sotto la luna
la tua promessa che ti farà becco
munita di così tanta sofisticheria
che spoglio di desideri sensuali
intravedo, fumoir del chiavare,
figa pipa acqua Africa e requie mortale
dietro le placide tapparelle
la quiete dei bordelli.
Un balsamo dammi, o mia ragione!
Tutta Parigi è atroce e odio la mia magione.
Già i caffè sono spenti.
Restano solo, o isterie mie,
le chiare scuderie degli orinatoi.
Non posso più restar fuori.
Ecco il tuo letto; sii stupido e dormi.
Ma, ultimo dei locatari
che si gratta i piedi tristemente,
benché quasi caschi dal sonno,
se sentissi per terra
l’eco delle locomotive
le mie anime ancora sarebbero reattive!

 

 

Ad André Level

Caro signore,

mi ero ripromesso di scriverle questa lettera fin dal mio arrivo in Spagna, ma di giorno in giorno l’ho rimandata. Qui mi sono ammalato e non mi sono ancora rimesso del tutto. Di conseguenza, pur essendo venuto a Barcellona per tirare di boxe, sono costretto ad aspettare ancora. Del resto qui non posso rimanere. Partirò prima per le Canarie, molto probabilmente per Las Palmas, e da lì per l’America, il Brasile. Che cosa ci vado a fare? Posso solo rispondere che lo scopo del viaggio è andare a vedere le farfalle. Forse sarà assurdo, ridicolo, antipratico, ma è più forte di me, e se come poeta (sic) valgo forse qualcosa è appunto perché ho degli amori folli, dei bisogni smodati: vorrei vedere la primavera in Perù, farmi amica una giraffa e quando, nel Petit Larousse, leggo che il Rio delle Amazzoni, con i suoi 6420 chilometri di lunghezza, è per portata il primo fiume al mondo, mi fa un tale effetto che non potrei nemmeno dirlo in prosa. Come vede, con me è meglio non ragionare, tanto più che so fin d’ora che vado incontro a momenti difficili
e persino a patimenti perché non ho soldi. Mi consolerò sempre pensando che mi allontano dal quartiere di Montparnasse dove l’arte ormai vive solo di furti, di furberie e di intrallazzi, dove l’ardore è calcolato, dove la sintassi ha sostituito la tenerezza e la ragione il cuore, e dove non c’è un solo artista autorevole che respiri e cento persone vivono del finto nuovo.
Lei è stata una delle rarissime persone che abbiano agito nei miei confronti con delicatezza e generosità.
Le rivolgo questo complimento con piacere, anche perché la piaggeria non è il mio forte. Le devo più di un semplice ringraziamento per l’ultimo dono che mi ha fatto e se mai tra noi dovesse insorgere un dissapore – dissapore momentaneo, oserò sempre credere – in seguito a una divergenza di vedute su qualche argomento, sappia che avrà sempre qualcuno, per quanto modesto egli sia, sul quale poter contare, perché costui le è debitore.
Poiché non intendo incaricarla di portare i miei saluti a chicchessia, dato che detesto assolutamente tutti eccetto un paio di persone, il signor Fénéon e un certo Brumer (sic), senza contare le persone semplici, non mi resta che porgerle i miei auguri di un felice anno nuovo e pregarla di credermi sinceramente suo,

Arthur CRAVAN

10, Calle de Albijesos, 10, Gracia, Barcellona, 1916

 

 

Sifflet 

Le rythme de l’océan berce les
transatlantiques,
Et dans l’air où les gaz dansent
tels des toupies,
Tandis que siffle le rapide héroïque
qui arrive au Havre,
S’avançent comme des ours, les
matelots athlétiques.
New-York ! New-York ! Je voudrais t’habiter!
J’y vois la science qui se marie
À l’industrie,
Dans une audacieuse modernité.
Et dans les palais,
Des globes,
Éblouissants à la rétine,
Par leurs rayons ultraviolets ;
Le téléphone américain,
Et la douceur
Des ascenseurs…
Le navire provoquant de la
Compagnie Anglaise
Me vit prendre place à bord
terriblement excité,
Et tout heureux du confort du
beau navire à turbines,
Comme de l’installation de l’électricité,
Illuminant par torrents la
trépidante cabine.
La cabine incendiée de colonnes de cuivre,
Sur lesquelles, des secondes,
jouirent mes mains ivres
De grelotter brusquement
dans la fraîcheur du métal,
E doucer mon appétit par
ce plongeon vital,
Tandis que la verte impression
de l’odeur du vernis neuf
Me criait la date claire, où,
délaissant les factures,
Dans le vert fou de l’herbe, je roulais
comme un œuf.
Que ma chemise m’enivrait! et pour te sentir frémir
À la façon d’un cheval, sentiment
de la nature!
Que j’eusse voulu brouter ! que
j’eusse voulu courir!
Et que j’étais bien sur le pont, ballotté
par la musique;
Et que le froid est puissant comme
sensation physique,
Quand on vient à respirer!
Enfin, ne pouvant hennir, et
ne pouvant nager,
Je fis des connaissances parmi les passagers,
Qui regardaient basculer la
ligne de flottaison;
Et jusqu’à ce que nous vîmes ensemble les
tramways du matin courir à l’horizon,
Et blanchir rapidement les façades
des demeures,
Sous la pluie, et sous le soleil,
et sous le cirque étoilé,
Nous voguâmes sans accident jusqu’à
sept fois vingt-quatre heures!
Le commerce a favorisé ma jeune initiative:
Huit millions de dollars gagnés
dans les conserves
Et la marque célèbre de la tête de Gladstone
M’ont donné dix steamers de chacun
quatre milles tonnes,
Qui battent des pavillons brodés
à mes initiales,
Et impriment sur les flots ma
puissance commerciale.
Je possède également ma première
locomotive :
Elle souffle sa vapeur, tels les chevaux
qui s’ébrouent,
Et, courbant son orgueil sous
les doigts professionnels,
Elle file follement, rigide sur ses huit roues.
Elle traîne un long train dans son
aventureuse marche,
Dans le vert Canada, aux forêts inexploitées,
Et traverse mes ponts aux
caravanes d’arches,
À l’aurore, les champs et les blés familiers;
Ou, croyant distinguer une ville
dans les nuits étoilées,
Elle siffle infiniment à travers les vallées,
En rêvant à l’oasis: la gare au ciel de verre,
Dans le buisson des rails qu’elle
croise par milliers,
Où, remorquant son nuage, elle roule son tonnerre.

 

 

To be or not to be… American

Un paio d’anni fa, quando alcune persone bendisposte e abbastanza sempliciotte da fidarsi dell’annuncio di un dentista credevano ancora al jujutsu e alla boxe francese, un manipolo di cicisbei svagati si sforzava di diventare inglese.
Ma, perdiana!, è moda ormai vecchia, il tempo ha fatto giustizia. Bisognerebbe venire almeno dal Quartiere latino per conciarsi ancora con calzoni corti e berretto.
Oggi, in compenso, sono tutti americani. Bisogna essere americani, o quantomeno sembrarlo, il che è esattamente la stessa cosa.
Lo sono tutti. È l’unico comportamento appropriato. Lo sono tutti, dicevo, dal più miserabile dei pezzenti al più splendido degli stravaganti.
Quando dico tutti, si deve intendere tutti quelli che sono sportivi almeno un po’ e potrebbero interessarci. Tutti gli altri sono solo robetta. Americano vuol dire, beninteso, essere americano degli Stati Uniti, e non un bovaro del Sud.
In America, sei americano solo se sei degli Stati Uniti, proprio come in Francia nessuno ragionevolmente crederebbe di essere francese se non è di Parigi.
Da noi, la prima imitazione degli americani ci venne fin dall’inizio dall’ammirazione per i ballerini di cake-walk. Qualcuno mi ha detto che anche i corridori americani ci misero del loro. Infine, Wilbur Wright diede un notevole impulso alla moda incipiente, perché essere americano dava la patente di genio. Ma è con l’arrivo dei pugili yankee, tra gli altri Joe Jeannette e Willie Lewis, che il delirio toccò il colmo, per usare uno stereotipo. Parigi li idolatrò, giustamente. Ebbero fiori, imitatori, incensamenti.
Tutti allora si misero a masticare gomma, a sputare e bestemmiare come il più tipico degli americani. Tutti con vestiti di due taglie più grandi che gli ballavano addosso. Il più esile dei mingherlini si ritrovò con spalle larghe un metro. Tutti a calzare scarpe americane, a indossare colletti americani. Tutti a radersi e a portare una bombetta sulle ventitré.
Il fatto è che essere americani comporta un buon numero di privilegi. Tanto per cominciare, l’America è uno dei paesi che meglio proteggono i propri cittadini all’estero. E poi l’americano è temuto, sa tirare di boxe; o perlomeno è quanto si crede. L’americano viene da lontano, il che non nuoce. Inoltre, mentre a tutti è richiesto di avere una professione ufficiale, a meno di essere un fuorilegge; mentre uno è un onesto falegname, l’altro un poeta naturalista, altri ancora giornalisti, scassinatori, pittori o stayer, lui, l’americano, è americano e basta. In quanto tale, ha accesso a tutti i salotti. Riconoscendolo come americano, nessuno si chiederà qual è la sua occupazione. E se per caso un signore più acuto domandasse curioso: «Che lavoro fa quel signore?».
«Il signore è americano» gli sarà puntualmente risposto.
E il signore si riterrà sempre soddisfatto della risposta.
Essere americano, quindi, è come avere uno status sociale.
Essere americano è l’unica cosa che importi, e tutti lo sono. Bisognerebbe esser ciechi o ottusi, oppure in cattiva fede, per negarlo.

Tutti sono americani, certo, ma chi più chi meno bene. Eppure non è difficile passare per americano autentico.
« Molto più di quanto lei immagini » mi obiettò uno.
« Occorre imparare l’inglese o, più precisamente, l’americano ».
« Niente di più sbagliato! Un vero americano non parla mai ».
« Lei vuole scherzare!».
«mNiente affatto, signore, l’americano parla a monosillabi, la più elementare conoscenza del suo idioma è superflua, e azzardo che un semplice sì (che si dice Ia), pronunciato ogni minuto, è sufficiente a sostenere una conversazione. Converrà che anche la mente più ottusa sarà in grado di impararlo ».
Al contrario, è evidente che il ricorso a un’imprecazione, «hell!», per esempio (che significa inferno), bofonchiata a ogni piè sospinto, sarebbe molto pedissequo, mentre conoscere i rudimenti della giga, il ballo nazionale degli americani, sarebbe un vero capolavoro. Per un americano, eseguire una piccola giga è segno di grande contentezza, e se siete colti da gioia improvvisa, se sentite della musica o, semplicemente, vi viene voglia, potete benissimo accennare qualche passo di questa danza sgambettante. La ballano dappertutto, nei caffè, per strada, senza badare minimamente alla gente che rimane di stucco. In aggiunta e per vostra norma e regola, ecco qualche dritta per diventare il più squisito dei gentlemen americani:
Siate di statura un tantino al di sopra della media.
Siate glabri.
Portate i capelli con la riga in mezzo.
Masticate una gomma.
Sputate nei salotti.
Soffiatevi il naso con le mani.
Non parlate mai.
Ballate la giga.
Tenete i soldi direttamente in tasca anziché in un portamonete.
Tenete sempre il cappello in testa.
Salutate portando l’indice sulla tesa del cappello.
Abbiate sempre l’aria indaffarata.
Frequentate i bar e bevete esclusivamente american drinks.
Mostrate disprezzo per la donna.
Quanto al vostro guardaroba, le scarpe e i colletti americani sono indispensabili insieme all’abito svolazzante; se avete vent’anni, quello di vostro nonno vi starà d’incanto. Opportuni bombetta e cappello di feltro.
Il berretto con visiera è inconcepibile e tollerato esclusivamente sui pugili o su quanti vogliono passare per tali, il che, ancora una volta, è esattamente la stessa cosa.
Ricordatevi bene di questa massima sublime: Io sono il numero uno, il mio prossimo è il numero due.
E, più di ogni altra cosa, armatevi di arroganza. La faccia tosta è tutto. Non è passato molto tempo da quando si diceva che un uomo mancasse di buone maniere se fermava uno sconosciuto per strada per chiedergli un fiammifero.
Se siete vestiti da americani, potete avvicinare chiunque e interpellarlo così:
« I say! (che vuol dire: ehi!). Ce l’ha un sigaro?».
Se ve lo danno, non ringraziate mai. Riguardo all’americano, questo è quanto.

Ultimamente, è di moda farsi passare per negro. Vi intratterrei volentieri sull’argomento, ma avrei timore di abusare della vostra pazienza… e anche di stancarmi.

 

 

Annotazioni

[…] Il poeta va a sedersi come un mutilato – Atlante senza persone, sovraccarico Non parlate più di influsso, mi sono sempre chiesto come potessi avere un volto – La morte del più grande degli uomini non può neanche fermare un treno -Ricordatevi che il mio peso mi ha fatto spesso disperare – turbolento – la luna mi fa da cornice – i miei doveri – non sono un porco–con il mio genio rovente fui preciso – Renée mia, quando starai morendo – sulla nave per Baltimora -chimere di primavera, fantasmi dell’estate – Quale universo di tristezza ha la tranquillità del mio cuore? – nel cielo, solcato dai venti – soffocante, elefante – Se solo potessi zompare nell’erba della primavera –
[…] L’unico Signore, la mia barba è come l’erba selvatica e i miei piedi puzzano – più… più forte della partenza – addio New York, sono solo di passaggio – L’ossatura dei paesi forma la topografia delle ossa – a noia sono erbivoro e carnivoro – per fondare la mia visione del mondo prenderò il filo d’erba o la coscia del lottatore? – New York… milioni di esaltati – Vengo a rilassarmi a Santiago – E telefonami – Quando i raggi delle macchine avranno influito sulla mia testa quanto il sole – avevo vergogna di essere bianco: un bianco non è nemmeno il cadavere di un negro – vado a Buenos Aires per essere infelice – il ricordo dilatato dalla birra – questo ruffianocefalo – penso all’evoluzione degli stomaci a New York – sono un pazzo affettuoso – nella mia pupilla di ladro il gatto fa brillare le sue unghie – e il mattone dalla vecchia tinta – il pittore che usa sempre colori puri è come il pennaiolo che dice sempre merda – macchina per sognare – seguivo la luna e la vedevo farsi americana – il tempo passa come un gigante – l’azione del sole – far ballare bottiglie e botti – non c’è nessuno che possa capirmi altrimenti sarebbe me – e come sei dopo ogni pioggia? (la morta) – i germi della musica – non dormo più – in questo paesino dove non c’è niente da rubare – Le sue guance non riflettono niente – quel giovane ha l’aria responsabile – quei ragazzi che ritardano – il mio odio per il lavoro – intossicazione d’amore simile a quella da tabacco – essere assimilati a una sigaretta – se quando rammendo una calza vedessero in me un angelo del cucito – in certi momenti vorrei vedere le madri lasciar cadere i figlioletti – ho finalmente dei pregiudizi! – vengo con la mia testa e la mia vita – uomo completo – Signore, pari a te – tesori di brutalità – il tuo gigante biondo – un padre e una madre, che onta! – ho fatto progressi tali che per la strada ho sempre paura di farmi investire – ispiro fiducia – sarò scurrile perché stanco dell’ideale – bisogna che mi cambi le idee ascoltando molta musica – mi diverto come un pazzo – incarno mobili e giocatori – Mi dica qualcosa d’interessante – Signora (cose straordinariamente profonde mescolate a cose di una lievità parigina e al mio personale tipo di umorismo) – Scena delle linee della mano – m’immergo nell’oro del mio orologio – so darmi l’oriente come fossi una perla: entro in un museo di storia naturale o vado a vedere i calchi del Partenone – Cravan, Golpeador – mi dia il suo naso – Se mi rifiuta mi farò investire dal carro della luna – che respira come un pargolo – nei pittori la pittura è una secrezione – tra la gente istruita ci sono quasi soltanto dei ricchi poveri – quando parlo le lingue ho un accento personale: sono nato biondo chiaro e diventato gradualmente bruno – questo libro ha certamente il suo posto
nella superproduzione contemporanea – una volta all’anno bisogna rimettere in gioco il proprio avvenire – guardavo sorridendo quell’uomo che da anni non era cambiato di un chilo – non mi resta che vendere il mio scheletroag a un naturalista o la mia anima a uno psicologo – languore degli elefanti, romanza dei lottatori.

 

 

A Mina Loy

Bambina mia adorata,

non ce la faccio più. Sono devastato da una rabbia impotente. Se tu sapessi che cosa sta succedendo dentro di me! Sono perso d’amore per te. Ah, se si potesse morire piangendo come quando ci si taglia le vene! Che morte dolce! Se potessi rivederti cinque minuti, ti darei le indicazioni da seguire per rivederci. Ho angosce da condannato a morte e non riesco nemmeno a dare un seguito alle mie idee. Chiedi alla signora Meier di prestarti la corrispondenza tra Alfred de Musset e George Sand. È la mia storia, a parte il tradimento.
Da quando sono al mondo, mai come in quest’anno in cui mi hai conosciuto mi sono dimostrato così grossolano nell’istinto e nel pensiero, ed è per questo che ho paura. Tu invece sei stata un angelo di delicatezza e adesso non sei più con me. Ho gli occhi sempre pieni di lacrime. Sono ridotto uno straccio. E dire che hai perfino dubitato del mio amore! Sai che per andare a Buenos Aires sarò probabilmente costretto a passare dalla Spagna? Riesci a immaginare i problemi che ho in questo momento? Non avrò mai i soldi per poterlo fare e lo farò comunque, per te. Non c’è altra strada, a quanto pare. Corro tutto il giorno in cerca d’informazioni. Capisci quale sarebbe la mia disperazione se dopo miracoli di dedizione, perché dovrò fare veri e propri miracoli, tu non venissi a raggiungermi. La mia testa non lo reggerebbe; è già piuttosto scossa. E non credere che stia cercando di intenerirti; non ti dico neanche la metà della verità. Perché non ho pianto ventiquattr’ore prima di lasciarti, per darti una vaga idea del mio amore? Non oso più guardare la tua fotografia. Ah, che Natale! Non avrei mai creduto che fosse possibile soffrire così, e temo addirittura per il mio equilibrio. […]

Mexico, 27 dicembre ’17

Dear Mina,

I shall write to you a few lines in English and then in French as I surely master this language a little bit better. I only wish you could read Spanish because only in that idiom I can really express my feelings.
Sì, dovrei scrivere in spagnolo. Quanto mi manchi, mia povera Mina, è spaventoso. Quel che patisco non è più esprimibile in lingua umana. Ogni tanto scuoto la testa per vedere se hoap ancora la ragione. Ho una tremenda paura di diventare pazzo. Non mangio quasi più e non dormo più. È un martirio che ormai non potrò sopportare molto a lungo. Bisogna che tu venga o verrò io a New York o mi suiciderò. Sono disperato. Ieri ho pianto per due ore e oggi non so come andrà. Vieni. Sono posseduto da uno di quegli amori eccezionali, così come nasce un grande talento solo ogni cinquant’anni. Vorrei passare il resto della mia vita con te. Non ridere. Sai benissimo che qui posso provvedere a tutte le tue necessità e che se potrò farlo sarò l’uomo più felice del mondo… Qualsiasi cosa pensi di me, vieni subito, prima che sia troppo tardi.

Mexico, Christmas 2017

Mia carissima, mia bellissima

[…] Da quando sono partito mi sono incredibilmente purificato e se riesco a vivere mi propongo di diventare un vero santo. Ma non credo che riuscirò a vivere. Se non ricevi più lettere saprai che sono morto o impazzito. Se non sarai tu a darmi consolazione, scomparirò dal mondo sensibile o quantomeno razionale. Non posso più guardare una stella o leggere un libro senza essere pervaso dall’orrore. Non ho quasi più la forza di scriverti e se sapessi di farlo invano mi suiciderei tra cinque minuti. Non smetto un attimo di pensare al suicidio. Poiché probabilmente non sei nella mia stessa condizione non puoi sapere com’è. Se provassi la metà della mia sofferenza voleresti da me. Ascolta, Mina, quasi ti chiederei di mentire. L’idea di morire mi appare orribile, e anche se tu non dovessi venire ti chiedo di darmi l’illusione cara che ti ritroverò. Non potrò mai sopportare la verità. E più che della morte ho paura della follia. Il mio cervello non riesce più a rimediare alle sue perdite e l’unica cosa di cui mi rendo perfettamente conto è che sono spacciato. Non faccio che parlarti di me; ma mi identifico talmente con te che è come se mi interessassi a te. […]

Mexico, 30 dicembre ’17

Cara Mina,

oggi ti scrivo ancora una cartolina. È tutta la forza che mi resta. Potrei scriverti per ore e ore e ore. Quanto è orribile la vita. Cerca di capirmi e sii buona. Non è forse vero che abbiamo avuto bei momenti? Ma non è valso a nulla, a causa del fraintendimento. Ah, se l’avessi saputo, non mi sarei comportato in quel modo! Sarebbe stato qualcosa di sublime.
Telegrafa. Ho una paura tremenda che stia arrivando la fine. Frost non avrà sofferto, ma io sì. Morire nell’anima è mille volte peggio del cancro. E io sono più che spacciato. Se sapessi come mi sento puro. Ho già messo le ali e tutto ciò andrà perduto. Dimmi che non è possibile. È colpa mia, è colpa mia. Addio, Mina. Pensa a tutto quello che ti ho scritto nelle mie lettere. Le ricevi? Ti scrivo tutti i giorni. Felice anno nuovo. Non lavorare troppo. Vieni a riposarti.
Addio, addio, addio. A tutto, tutto. La vita è atroce.

Arthur

Mexico City, 31 dicembre ‘17

 

 

” […] Quando il peso delle ambizioni diventa per lui un carico insostenibile, quando il mondo gli sembra solo un teatro d’ombre vago e penoso, quando sente la testa andargli a fuoco, Arthur, ormai lo sappiamo, corre in direzione dell’acqua. Anche stavolta, dopo quell’ennesima sconfitta, e dopo che Mina gli ha annunciato di essere incinta, lascia Città del Messico e scende verso il Pacifico. Un lungo viaggio – quasi 800 chilometri – che, al di là di qualche indugio, di qualche imprevista deviazione, di qualche casuale scarto, si conclude a Salina Cruz, davanti all’arco azzurro e scintillante del Golfo di Tehuantepec. […] le notizie su Arthur Cravan terminano lì.[…] ”

Aveva appena 31 anni ma seppe vivere nella sua una moltitudine di vite.

 

” Il faut que tout en vous vive et se multiplie “

 

 

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* Poesie e testi tratti da
Grande trampoliere smarrito Arthur Cravan
a cura di Edgardo Franzosini
Maintenant di Arthur Cravan
***fotografie di Jonathan Smith
tratte dalle sue raccolte
Falls, Rivers, Streams, Ice Forms