“ Se veniamo dal nulla, è chiaro che andiamo verso il tutto” – Terze Storie

” Vi è una rossa o blu impossibilità nel viola (e nel non viola)”

Arroio-das-Antas

 

Dove – il deserto, il paesino palustre, in brutto il cattivo sertão – dove potevano darsi dei prodigi? Là andò Drizilda, neppure quindici anni, che non piangeva più: decisa cancellandosi, terminabilmente, soletta vedova. Scontato che la dimenticassero. Era quasi bella; e i capelli le si stavano allungando. Il fiore è solo fiore. L’allegria di Dio ha un vestito di amarezze.
Picchiando di porta in dolore, all’inaudace, per in ritiro vivere per sempre, fin dal disincanto. Il fratello le aveva ammazzato il marito, sfrenato, ribelle, che la disprezzava. Perché non gli dava figli? Estranei a incolparla, come d’uso, e la schiera dei parenti: maldestinata, abominata. Tanto punta il fiore al niente che un bel giorno si spelacchia.
L’avevano cacciata e volle, furtivamente, per non imbattersi in nessuno, evitarsi accuse, diceché, pietà. Ogni grande distanza può essere celeste. Di là dalla spessa cordigliera, nell’ultimo posto del mondo, fine del suono, dell’andato di–là. Arroio-das-Antas – dove rimanevano soltanto vecchi, oltre all’avanzo di vecchie rinsecchite, tristoiose. Perché era così che era, essendoci molta realtà. Che facevano quelle anime?

L’avevano circondata – scaltre, dubbiose, discordi – fino al gracidare della prima ranocchia. Non trovavano granché da domandare, nell’anticamente. I loro occhi aggiungevano parole e frasi. Era venuta a loro la fanciulla, delizia, più vaga e chiara di un pensiero; dovevano, alla fredda percezione, tenersela nel male o nel bene.
Di là – cantuccio risicato e penoso, senza avvenimenti – uomini e donne fuggivano presto, per talmente lontano; e, quella, veniva? Così poco nota e neppure possibile, niente di comune la sviliva: come ogni essere, costretto a tacere, commuove.
Da sole, dopo, continuavano a parlare, bisbigliando, in cerchio, le candele accese. Nessuna di loro aveva mai della vita ottenuto il molto – e non sapevano di volerlo – che si fa romanzo, un’altra maniera dell’anima. Aspettavano la notte. Ma la vecchiaia era loro portentosa lanterna, tubavano allo Spirito Santo.

Senonché, una, nonna Edmunda, a bassissima voce, la benedisse: – Garofonuccio mio grande… – Un’altra la difese, facendo la voce grossa: – Gente bugiarda! – Sospirarono di più, in giro dolce, infine, mezzocoscienti, gli occhi annacquati, con una tenerezza che era quasi nostalgia. Drizilda si abbandonò, i capelli tremanti, desiderava un fermarsi – pian piano acquietante – nel limbo, nell’oblio, nel non revocato. Fece proponimento: di lavorare, per proprio conto, attiva inertemente; guarita la pena dei ricordi, i giorni inabissandosi, senza più soprassalti.
Soffriva, soffriva, tutta la notte. Peccato capitale – in scrupolo e riserbo, la delicata sofferenza, breve come una piuma di morte, peso che nessuno solleva. Il marito, sottoterra; il fratello, carcerato condannato; rivali, i due, per un’altra donna, chissà chi beata, avvenente… Sa Dio quel che non accadrà. Dimentichiamo – e le cose si ricordano di noi.
Per lo più, il posto – solitudine, l’aria, lunghi uccelli in breve cielo – dove, mormoranti, nei fazzoletti, savie vecchiette si davano consiglio. Qui, non dovevano spargere notizie, il molto già notorio. Si taceva la tenerezza – infinito monosillabo. Ciò che non aveva potuto, non lo aveva nemmeno saputo; non dandosi un ricominciare. Sgobbava tutto il giorno, fatalità, sprofondata in se stessa, gli occhi a terra, mentendo all’anima. Senza padrone, senza ombre, talmente danneggiata; come gli altri di campo, gialli o violetti, fiorellino sventurato? Un cane passava di lì, di ritorno a qualche infanzia. Da quel tempo in avanti. Vigilavano su di lei le vecchie, senza parole.

Già cospiravano con Dio, in punta di silenzio, quelle creature ponderate. A vederla focolareggiare, si dispiacevano, uccelletto in muta, fiore, che alla fine appassisce; e non potevano neppure distrarla, dentro, da quel rinunciare. Però, miravano più in alto. Misuravano, tutte insieme, la fede di mortificate orazioni, novene, scongiuri, settemplici. – Dio e gloria! – indovinavano, gravi d’amore, si entusiasmavano. Loro, per il bruciare e il fervore di Dio, sarebbero di certo andate bene – fascina di legnuccia secca. Per il miracolo fatale!
Si parlava di una tenerezza perfetta, che ancora neppure esisteva; l’affetto senza sfiducia. Mentre lui, il tempo, come sempre, fingeva di passare. Le vecchiette pattuivano l’allegria di penare e persino in anticipo morire – purché nel sertão una volta almeno avessero la meglio la grazia e l’incanto.
Drizilda si svegliava di soprassalto, nella disquiete, ancora con spaventate palpebre primitive. Qui nessuno venisse – il mondo tutto invisibile – soltanto la virtù prolungata, segnali di Maria e di Cristo, i cani con la tenerezza nelle narici, farfalle terra–terra. Voleva la nostalgia. Se pioveva oppure il sole, ioso far–niente, monotonia, lotte luna di chiar–di–luna, nuvole nienti. La sua nostalgia – tendenza segreta – senza memoria. Lei, materna con le sue vecchiette, ostensori, bambina amante: la nonnina… La spingevano innanzi, sotto irresistibili effluvi, l’aspergevano, le benedicevano il cuscino e i capelli. Si faceva baratto. Occhi ricettivi, la testa dal lato pronto ad accogliere l’affetto – sorrideva, in regalo.
La sua nostalgia cantava in gabbia; non aspettarsi niente comporta misteriose certezze. Arrivavano le vecchie, la circondavano. Qualcuna diceva: – Ogni giorno è vigilia… – e via cantando. La vedevano in riboccio – l’ardore della vita – che, a furia di, un giorno, infine, di gambo si spezza. Pregavano, digiunavano, pretendevano, tremule, possenti, tramavano.
Nonna Edmunda, all’improvviso, quindi. – È morta, è morta di penitenze! – Trionfanti, in ordine, così anziane, le altre giubilavano.
C’era il funerale – Drizilda davanti, con l’inghirlandata croce – passite, finali, le vecchiette, il mattino, più anime.

E veniva di laggiù un cavallo grande, sulla punta di una freccia – imboccava la strada. In galoppo serrato, il Ragazzo, le redini raccolte, caracollando, smontò di sella, si scoprì. Vantava: occhi generosi, di lato la mano come per accarezzare – sorrideva, padrone. Niente; se non che la voleva e amava; traspariva dal suo aspetto e presenza.
Lei lo intuì puramente; sollevò la bellezza del viso, rifiore. Stava andando. E disse a voce alta un segreto: – Sì, – Solo l’anelo debole, entrepalpitante, di cui intorno le vecchiette erano grate.
Così è rammentata quella coppia – entreamore – Drizilda e il Ragazzo, passione per tutta la vita. Qui, nella solida fazenda, felice che fu edificata ed è ancor oggi, dov’era Arroio.

 

 

 

“Anche la vita va letta. Non alla lettera, ma nel suo sovra–senso.
E intanto, però, la si legge soltanto su righe storte. “

 

 
 

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* il racconto è tratto da
Tutameia, Terze storie di
João Guimarães Rosa
Le citazioni sono dell’autore

** le foto, tratte dalla raccolta
Blackpool Illuminationes. sono di
Gueorgui Pinkhassov

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il film As Cançōes è di Eduardo Coutinho