A lone sail – Giorgio Manganelli e Paul Celan

 

“Sapevate di me,
mani?”

 

 

Chiosa alle parole: «io morto, infine, un giorno, ignaro o meno, ritroverò le mie mani».

 

Tu avrai ben riconosciuto, diletto Calibano, mio passionale e disperato amico, uomo da suicidio se mai altri, in codeste mie parole una eco di quei nostri ansiosi conversari notturni, per le strade accaldate della grande città, o sugli argini, a notte, sotto il cielo timbrato dalla tonda insolenza lunare! O, d’inverno, nelle nostre misere stanze, quando si discorreva sottovoce, non ci udisse la esigente padrona di casa: più che per non molestare, perché non ascoltasse la gloriosa follia dei nostri discorsi! Ci angustiava la nostra ricorrente solitudine; ci chiedevamo che mai significassero quelle separazioni, commiati e scissioni che ininterrottamente invadevano la nostra vita; e ci provavamo a immaginare teorie ed ipotesi, onde risultasse che: o la solitudine fosse identica al suo contrario; o in qualche modo venisse emendata e illuminata alla fine dei secoli, così da concludere nel suo contrario; e questo volevamo conseguire, oh Calibano, senza mai ricorrere al nome di Dio, l’incognita onnivalente, il jolly teologico, che vale tutto, sana tutto, rettifica tutto. No: noi volevamo dell’universo una immagine coerente e innocente, che stesse assieme da sola, senza il gesto arrogante di un arbitrario, triangolare capoccia dei cieli. In quelle ore io schizzai la mia teoria dell’equivalenza dell’incontro e del distacco; e tu, anima condannata all’innamoramento, sempre illusa, elusa e delusa, escogitasti quella teoria degli eidola, che tanto a lungo mi tenne affascinato, che mi turbò alle lacrime e non so se più mi racconsolasse o trangosciasse. Dopo tanti anni, spero di non travisare troppo villanamente le tue parole.
Tu affermavi essere la nostra persona, quella che si aduna sotto le bandiere di un unico e non revocabile nome, abitata da infinite animule; e queste tu denominavi eidola, immagini, a indicarne la qualità essenziale, che è di essere forme perfette, non abbisognanti delle consanguinee alla propria integrità ed esistenza. Precisavi che l’io non è da vedersi nella somma di codesti eidola, né, strettamente parlando, nelle loro relazioni: ma in ciascuno d’essi; e se accade, come accade, che io creda di essere più l’uno che l’altro di quelli, ciò viene dal prevalere o decadere di uno o altro eidolon: ma io sono pur sempre tutte, e ciascuna, di codeste animule.
A ciascun eidolon tu attribuivi un unico destino cui esso potesse attendere con passione e competenza; destini, aggiungevi, reciprocamente intollerabili, anche assolutamente contraddittori; donde veniva che, essendo io ciascuno di quegli eidola, codesti destini reciprocamente repugnanti mi appartenevano integralmente. Ciò generava furori interiori, disperazioni, deliri, euforie, frodi, violenze e diserzioni.

 

 

Tu recavi ad esempio quel che accade all’innamorato: avviene in costui, dicevi, una straordinaria accelerazione degli eidola, come atomi di idrogeno in ampolla surriscaldata; le animule affamate si precipitano dapprima a far ricognizione, poi ad alimentarsi, quelle cui conviene, di quel che di destino abbiano creduto di riconoscere nel volto che le sfida. Via via che ferve l’innamoramento, la forma dell’amante si modifica, si aerodinamicizza, come alle decidue, arcaiche animule le nuove subentrano, che tu dicevi eidola futuranti.
La novità del destino dell’amante rallegra alcune animule, altre smaga; alcune accelera, altre paralizza; alcune illumina, altre inombra; alcune sfama, altre affama. Ma ecco, al raggelarsi del calore amoroso, oscurarsi e spegnersi la luminaria che rese perspicuo il sabba delle animule; le euforiche smagrano e s’avvizzano; si aggrembano come feti, o mummie tribali, o lo scheltro dell’orno della clava; per la gran scaffalatura dell’interiore silos s’accoccolano le ibernanti, taciturne, risecche, come morte, non fosse il rado, secco scricchiolio dei capelli e delle unghie in crescita ostinata.
Infervorato nel discorso, congestionato il volto di ragazzo inciprignito dall’errore della nascita, passeggiavi per l’angusta stanza, articolando le braccia magre, la lunghezza delle gambe, e continuavi: ma esiste, esiste una condizione in cui cessa la repugnanza delle alternative, pabulum idoneo al simultaneo nutrimento di tutte le contraddizioni, dove si fanno integri i mutili destini; esiste la morte, solecismo che rigorizza il lessico matematico, errore che dà senso all’impeccabile discorso, quotidiana apocalisse, portatile fine del mondo, azzeramento di ogni programmato universo: essa affranca le animule schiave, col calore del suo fiato rinsangua le esangui, le nutre del suo nero latte affettuoso.
Veramente era un discorso assai devio, questo che ti avviava alla conclusione cara al tuo cuore passionale. Con brusco passaggio dal teoretico al personale, tu dicevi a questo punto che mai avevi dimenticato donna che tu avessi amato; nel caotico solaio del tuo cuore si affastellavano ritratti di donne, variamente dilette; da anni affatto uscite dalla tua vita; certo, talune, morte; o affatto dimentiche; o riluttanti a ricordare; talora neppure più decorate dal fregio di un nome; sopravvissute, talune, grazie ad una asprezza della bocca, un gesto della mano; o immobili nell’ambra di una bizza domenicale; meno ancora: donne intraviste per la strada; ragazzette passate di corsa, illuminate da una bianca bottiglia di latte; certo già madri, molte; altre, già morte, non v’ha dubbio. Ma grandeggiavano talune figure più fatalmente dilette: volti solenni, taciturni, non sereni. «Tutte queste,» tu dicevi, agitandoti «tutte queste io ho potuto amare solo imperfettamente, come consentiva l’angustia di un’unica esistenza, la pochezza del linguaggio, la disfunzione e diffidenza delle passioni. Ciascuna d’esse mi ha dato indizio di un destino che riconosco come mio e a me necessario, e che non posso né consumare né rinnegare. Ma una volta morto, una volta sottratto alle rozze abbreviazioni dell’ora, mi scioglierò nelle mie infinite animule: ed io sarò ognuna di esse, come vuole l’infinità dei miei destini. Ciascun eidolon ricercherà quell’altro estrinseco che intravide nella esistenza premortale, e da cui trasse frettoloso ma indimenticabile nutrimento; ed accorreranno gli eidola ad un abbraccio non più scindibile, definitivo, necessario; né vi sarà intolleranza tra codesti totali ed esclusivi amori. Ognuna delle donne che io inesattamente amai ritroverò nella precisione della morte: e saranno, tutte, ugualmente, fatalmente, amabili, amande, amanti, amate».
Ti coglieva allora una sorta di funesta letizia, quasi ti scoprissi addosso una febbre, una adolescente lascivia di presto morire: e ricordo d’averti visto tremare, alla speranza di codesto cosmico recupero dei tuoi amori.
 

da Hilarotragoedia
Giorgio Manganelli

 

 

Matiêre de Bretagne

Luce di ginestra, gialla, i pendii
marciscono in cielo, la spina
aspira alla ferita, risuona in essa,
è sera, il nulla
dispiega i suoi mari verso la preghiera,
la vela insanguinata termina con te.

Arido, interrato il letto
dietro di te, la sua ora
ricoperta di giunchi, in alto,
vicino alla stella, lattei i canali
borbottano nel limo, il dattero di mare,
in basso, nel folto, si spalanca blu,
un arbusto caduco, bello,
saluta la tua memoria.

(Sapevate di me,
mani? Andai
lungo la biforcuta via che mi mostraste,
la mia bocca
sputò ghiaia, andai, il mio tempo,
orologio errante, allungava la sua
ombra – sapevate di me?).

Mani, la spina ferita
corteggiata, risuona,
mani, il nulla, i suoi mari,
mani, nella luce di ginestra, la
vela insanguinata
termina con te.

Tu
tu insegni
tu insegni alle mani
tu insegni alle tue mani tu insegni
tu insegni alle tue mani
a dormire.
 

Paul Celan

 

 

[…] l’intera poesia di Celan ci sospinge verso un movimento – verso il tu – che veleggia incontro alla fine. Eppure tu, nel momento in cui ti raggiungiamo, ti stai appena raccogliendo in un luogo dove noi non possiamo arrivare: il sonno. Al posto delle parole, intorno a te i versi sono riempiti da spazi vuoti come a suggerire il tuo graduale ritirarti, lontano dalla nostra comprensione. Cosa potrebbero insegnarci insegnarci le tue mani, se tu non fossi scomparso? Il rimanere su questo confine, nel segno della bianchezza, sfinisce il nostro potere di ascolto e ci rende consapevoli di una tua crisi. Noi ci incamminiamo verso la tua crisi, arriviamo, eppure non possiamo trarne un senso: è terribile ma, dopotutto (e in termini strettamente economici!), noi siamo la vela sbagliata che tu stai aspettando.
 

da Economia dell’imperduto
Anne Carson

 

«NON PIÙ ARTESABBIA, né librosab–
bia, niente maestri.

Gettati i dadi: niente. Quanti muti?
Dieci sette.

La tua domanda – la tua risposta.
Il tuo canto, cosa ne sa?

Neveprofonda,
veprofo,
e-o-o».

 

 

 

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* i dipimti sono di
Pierre Soulages (la copertina e i primi tre dipinti)
Louise Bourgeois
Qi Baishi, dal titolo A lone sail
* Le poesie di Celan sono tratte dal libro della Carson