Ma no! Vince l’Azzurro, e lo odi che canta
Nelle campane. Voce si fa per farci più
Paura, anima mia, trionfando malvagio,
E del metallo vivo sorge in angelus blu!
Rimbomba per la bruma, antico e traversa
La tua innata agonia come un gladio sicuro;
Dove fuggire, inutile e perverso ribelle?
L’Azzurro mi perseguita. Azzurro! Azzurro! Azzurro!
Stéphane Mallarmé

Thomas si sedette e guardò il mare. Per qualche tempo rimase immobile, come se fosse venuto lì per seguire i movimenti degli altri nuotatori e, benché la nebbia impedisse di vedere lontano, fissò ostinatamente quei corpi che restavano a galla con difficoltà. Poi, quando un’onda più alta lo raggiunse, scese sulla pendice sabbiosa insinuandosi tra i flutti e subito ne fu sommerso. Il mare era calmo e Thomas aveva l’abitudine di nuotare a lungo senza stancarsi. Ma oggi aveva scelto un nuovo itinerario. La foschia nascondeva la riva. Una nuvola era scesa sul mare e la superficie si perdeva in un lucore che sembrava l’unica cosa davvero reale. Dei vortici lo scuotevano senza che avesse la sensazione di trovarsi tra le onde e di muoversi in elementi noti. La certezza che l’acqua mancasse imponeva al suo sforzo di nuotare il carattere di un esercizio futile, da cui ricavava solo sconforto. Forse gli sarebbe bastato dominarsi per scacciare simili pensieri, ma il suo sguardo non riusciva ad appigliarsi a nulla, aveva l’impressione di contemplare il vuoto per trovare in esso qualche soccorso. Fu proprio allora che il mare, sollevato dal vento, si scatenò. La tempesta agitava il mare, lo disperdeva in regioni inaccessibili, le raffiche sconvolgevano il cielo e al tempo stesso il silenzio e la calma facevano pensare che tutto fosse già distrutto. Thomas cercò di liberarsi dal flutto insipido che lo pervadeva. Un freddo intenso gli paralizzava le braccia. L’acqua turbinava in mulinelli. Era davvero acqua? Ora la schiuma volteggiava davanti ai suoi occhi in fiocchi biancastri, ora l’assenza d’acqua s’impadroniva del suo corpo e lo trascinava con violenza. Respirò più lentamente e per un po’ tenne in bocca il liquido che le raffiche gli gettavano addosso: dolcezza tiepida, strana bevanda per un uomo privo del gusto. Poi, per stanchezza o per una ragione ignota, le membra gli trasmisero la stessa sensazione di estraneità dell’acqua in cui si stavano muovendo.
Quella sensazione gli parve dapprima quasi gradevole. Continuando a nuotare, dava seguito a una specie di fantasticheria in cui si confondeva con il mare. L’ebbrezza di uscire da sé, di scivolare nel vuoto, di disperdersi nel pensiero dell’acqua, gli faceva dimenticare ogni malessere. Anzi, quando il mare ideale in cui sempre più intimamente si stava tramutando divenne il vero mare in cui era come annegato, non fu colpito quanto avrebbe dovuto: vi era senza dubbio qualcosa di insopportabile nel nuotare così all’avventura con un corpo che gli serviva solo a pensare di nuotare, ma avvertiva anche un sollievo, come se finalmente avesse scoperto la chiave della situazione e tutto si fosse limitato, per lui, a continuare il suo viaggio interminabile con un’assenza di organismo in un’assenza di mare. L’illusione durò poco. Fu costretto a rollare da un fianco all’altro come una barca alla deriva, in quell’acqua che gli conferiva un corpo per nuotare. Quale via d’uscita? Lottare per non farsi trascinare dall’onda che era il suo braccio? Essere sommerso? Annegare amaramente in se stesso? Quello avrebbe certamente dovuto essere il momento di fermarsi, ma gli restava una speranza e nuotò ancora, come se avesse scoperto una nuova possibilità all’interno della sua intimità ripristinata. Nuotava, mostro privo di pinne. Sotto il microscopio gigante, si trasformava in un ammasso di ciglia e di vibrazioni. La tentazione assunse un carattere del tutto insolito quando, dalla goccia d’acqua, tentò di insinuarsi in una regione vaga eppure infinitamente precisa, qualcosa di simile a un luogo sacro, così adatto a lui che gli era sufficiente trovarcisi per essere; era come una cavità immaginaria in cui s’immergeva poiché recava già la sua impronta ancor prima che vi fosse dentro. Fece dunque un ultimo sforzo per entrarci completamente. La cosa gli riuscì agevolmente, non incontrava ostacoli, si raggiungeva, si confondeva con se stesso installandosi in un luogo in cui a nessun altro era dato penetrare. Alla fine dovette tornare indietro. Trovò facilmente la via del ritorno e si fermò in un punto che certi nuotatori usavano per tuffarsi. La stanchezza era scomparsa. Aveva un ronzio alle orecchie e un senso di bruciore agli occhi, come capita dopo una permanenza troppo lunga nell’acqua salata. Se ne rendeva conto quando, volgendosi verso la distesa infinita su cui si rifletteva il sole, cercava di capire in quale direzione si fosse allontanato. Aveva davanti agli occhi una vera e propria nebbia, ma distingueva ogni cosa nel vuoto torbido che il suo sguardo trapassava febbrilmente. A forza di spiare scoprì un uomo che nuotava lontanissimo, quasi perso sotto l’orizzonte. A una simile distanza il nuotatore gli sfuggiva di continuo. Lo vedeva, non lo vedeva più, eppure aveva la sensazione di seguirne tutte le evoluzioni: non soltanto di percepirlo sempre benissimo, ma di essergli intimamente vicino, più di quanto sarebbe stato possibile tramite qualsiasi altro tipo di contatto. Rimase a lungo a guardare e ad aspettare. In quella contemplazione vi era un che di doloroso, come il manifestarsi di una libertà troppo grande, di una libertà ottenuta attraverso la rottura di tutti i legami. Il suo volto si turbò e assunse un’espressione insolita. […]
da Thomas l’Oscuro –
Maurice Blanchot


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* in copertina
Sea – Bill Armstrong
** film Sundown
di Michel Franco
