la libertà alle prese con il destino – Jean Genet

 

” Montrer … que seule la liberté peut rendre compte d’une personne en sa totalité, faire voir cette liberté aux prises avec le destin d’abord écrasée par ses fatalités puis se retournant sur elles pour les diriger peu à peu, prouver que le génie n’est pas un don mais l’issue qu’on invente dans les cas désespérés, retrouver le choix qu’un écrivain fait de lui-même, de sa vie et du sens de l’univers jusque dans les caractères formels de son style et de sa composition, jusque dans la structure des images, et dans la particularité de ses goûts, retracer en détail l’histoire d’une libération : voilà ce que j’ai voulu ; le lecteur dira si j’ai réussi”
da Saint Genet. Comédien et martyr –
J.P. Sartre

 

 

Il Pescatore del Suquet

 

[Una complicità e un accordo si stabiliscono fra la mia bocca e il cazzo – ancora nascosto negli shorts azzurri – del pescatore di diciotto anni.]

Intorno a lui il tempo, l’aria, il paesaggio divenivano incerti. Steso sulla sabbia, ciò che scorgevo fra i rami divaricati delle gambe nude tremolava.

La sabbia conservava la traccia dei suoi piedi, ma conservava anche la traccia di un sesso commosso dal calore e dal turbamento della sera. Luccicavano i cristalli.

– Come ti chiami?

– E tu?

Da quella notte amo il fanciullo malizioso, leggero, lunatico e vigoroso il cui corpo fa fremere, avvicinandosi, l’acqua, il cielo, gli scogli, le case, i ragazzi e le ragazze. E la pagina sulla quale scrivo.

La mia pazienza è una medaglia al tuo bavero.

Una polvere d’oro gli fluttua intorno. Lo allontana.

[Con il sole del suo volto è più tenebroso di un gitano.]

I suoi occhi: fra i cardi, le spine nere, la veste vaporosa dell’autunno.

[Il suo pene: le mie labbra rivoltate sui denti.]

Le sue mani rischiarano gli oggetti. Li oscurano ancora. Li animano e li uccidono.

Il grosso alluce del piede sinistro, con l’unghia incarnata, ogni tanto mi sfrucona la narice, ogni tanto la bocca. È enorme ma ci passerebbe anche il piede, e poi la gamba.

 

 

Vuoi pescare allo scioglimento delle nevi
Nei miei stagni della ritenzione d’anelli
Nei miei occhi belli tuffare le braccia nude
Protetti da due file di ciglia di nero acciaio
Sotto un cielo di tempesta e di alti abeti
Pescatore bagnato coperto di scaglie bionde
Nei tuoi occhi dita di vimini di bianche mani
Vedono i pesci più tristi del mondo
Fuggire dalla riva dove sbriciolo il pane.

Trema. Sopra di te solo in equilibrio
Il roseo calcagno aggancia alla ramaglia
Il sole levante. Trema il tuo murmure
Fremendomi sui denti. Le dita rotte
Pettinano l’azzurro strappando la scorza.
Oh trema, ti rende dolce e frangiato
Di neve. Erige, esige questo busto
Una ferita profonda ma da piuma alleviata.
Le mie labbra lo sforzano a sbocciare.

Quando il sole accende la brughiera
Lento sui vostri pendii bei polpacci
Vado fra i macigni da cui mi parlavi
Spahi biondo in ginocchio nella luce.
La voce dei morti sveglia un serpente.
Sotto i miei piedi spossati volano pernici.
Al tramonto scorgerò i cercatori d’oro
Sotto la pazza luna fare il lavoro
E i profanatori di tombe tirare a sorte.
Quanta ombra ai tuoi piedi in scarpe di vernice!
Piedi gelidi nei miei stagni di lacrime
Piedi impolverati e scalzi da carmelitano,
Inzaccherati di cielo i piedi benedetti
Stasera mi marcheranno le pallide spalle
(Foreste che la luna popola di lupi)
Oh pescatore all’ombra dei miei salici,
Carnefice ricoperto di stelle e chiodi
In piedi, tenuto dal bianco braccio del molo.

All’albero verde eretto, la fronte china
Sul fogliame, allacciato, calda bestia,
(Animale d’amore albero d’oro a due teste)
Da un solo piede te ne stai agganciato.
Nell’azzurro suonano un valzer lento
Con l’armonica ma i tuoi occhi vedono
Un’alba meravigliosa dall’albero di trinchetto?
Pescatore nudo a cuore leggero dall’albero
Scendi, scendi, temi il canto delle mie foglie.

Addio Regina del Cielo, addio Fiore
Di pelle ritagliata dal mio palmo.
Oh silenzio abitato da un fantasma,
Gli occhi, le dita, silenzio. Il tuo pallore.
Le onde sui gradini silenzio ancora, dove
Ogni volta i tuoi piedi depongono la notte.
Un chiaro angelus risuona sotto il suo arco.
Addio sole che dal mio cuore fuggi
Con atroce e notturna andatura.

[Il pescatore scendeva la sera da azzurre case
E io lo ricevevo fra le mie mani tese.
Sorrideva. Il mare ci tirava per i piedi.
Appeso alla cintura, con i capelli bagnati,
Un grappolo dorato di otto teste di ragazze
(La cintura borchiata brilla sotto la luna)
Il biasimo nell’occhio, stupite della morte.
Il pescatore si specchiava nel cielo, presso il porto.]
Sepolti sotto i piedi i tesori della notte
Su viottole di brace andate in souplesse.
La pace è con voi. Fra le ortiche,
I giunchi, i prugnoli, le foreste,
Il passo depone misure di tenebre.
E i vostri piedi, ogni passo di gelsomino,
Mi seppelliscono in una tomba di porcellana.
Oscurate il mondo.

 

 

I tesori della notte: l’Irlanda e le sue rivolte, i topi muschiati in fuga nelle lande, un’arca di luce, il vino risalito dal tuo stomaco, la nozze nella valle, dal melo in fiore dondola un impiccato, infine la regione abbordata col cuore in gola, in calzoncini protetti da un biancospino in fiore.

Da ogni parte scendono i pellegrini
Contornandoti i fianchi dove tramonta il sole
Varcando a stento i pendii boscosi delle cosce
Dove anche di giorno è notte.

Su erbose lande, sotto la cintura
Slacciata arriviamo con la gola secca
Accanto a Lui, con spalle e piedi stanchi.
Fra i suoi raggi lo stesso Tempo ha un crespo di lutto sul quale brillano forse il sole, la luna, le stelle, gli occhi, le lacrime.
È fosco ai suoi piedi il Tempo.
Fioriscono solo strani fiori viola
Dai bulbi rugosi. Al cuore portiamo le mani,
E sui denti i pugni.

Cos’è amarti? Temo di vedere scorrere l’acqua
Fra le mie povere dita. Non oso ingoiarti.
La bocca modella ancora una vana colonna
Che leggera scende in una nebbia d’autunno.
Giungo all’amore come si entra nell’acqua,
I palmi in avanti, accecato, i singhiozzi
Repressi gonfiano d’aria la tua presenza in me
Dove la tua presenza è pesante, eterna. Ti amo.

[Mi si scioglie in bocca. È solo un verso? Per quale ragazza e quale giardino? Quale sogno lo assopisce, lo avvolge in se stesso, con delicatezza lo tormenta, dandogli una lenta molle colica?

– Mi disdegni?

Ma quale tenerezza deve richiamare a sé per ritrovare ciò che altrove i sogni gli offrono a profusione! Quali mazzi di fiori tagliati e buttati per dimenticare i propri boschetti!

Accarezzo la piccola massa di carne, vergognosa, rannicchiata nella mia mano, e guardo i tuoi occhi: ci vedo molto lontano il tenero animale che dà tale tenerezza al tuo uccello.

Provi a risalire fino a me. Arrivano onde. Lo prova la schiuma ai tuoi occhi. Ma il più grave di te resta nelle profondità. E là affondi.

Se presto ascolto, sento che la tua voce mi chiama, però è così bene ingarbugliata nel canto delle sirene che non saprei districarla per tirarla pura fino al mio orecchio.

Tuttavia non ti abbandonerò.

– Si ritira?

Si ritira in me.

Tutti i suoi baci di scusa aggiungono ancora qualcosa alla notte che si installa in me e intorno a me.

Muori con le mie mani. Muori sotto i miei occhi.

Devo rendere la situazione quanto più possibile oscura, tesa fino a scoppiare, affinché il dramma sia inevitabile, affinché possa essere messo sul conto della fatalità.

Un sangue nero già gli cola dalla bocca e dalla bocca aperta esce ancora il bianco fantasma.]

 

                                   
                                   
            IL LADRO

Dove la notte si sveste ma lavora ai suoi fiori
I pugni chiari del macellaio hanno tenuto la rosa.
Oh notte del fanciullo scoperto nelle mie lacrime
Organizza un poema dove sia racchiusa la sua verga.

                                   
                                   
            LA NOTTE

I miei tesori saccheggiati dalle sue magre falangi
Fino ai calcagni scivolavano nel tuo sonno divino
E il suo respiro velava il lamento delle cincie
Ladro che dal naso sanguini sulle mie unghie vermiglie!

                                   
                                   
            IL LADRO

Il vento a passi lenti non mi prende. Mi uccidono.
Mi uccidono male. Ho paura. Vieni senza pericolo
Attraverso i prati del mattino, bella verga cocciuta,
E portami il mare con l’alba dei pastori.

                                   
                                   
            L’ALBERO

Dalla mia prigione, ladro, se passi scappano
Frementi ai miei piedi battaglioni riccioluti.
Non resistere, oh cuore, i rami si staccano.
Ti so morente, dai loro stivali calpestato.

                                   
                                   
            IL LADRO

Talvolta si sveglia per visitare le mie tasche
Mi deruba ma già col veleno è minacciato:
La mia aquila lo sorveglia e su alte rocce
Lo porta sottraendolo al vuoto del mio passato.

                                   
                                   
            L’ALBERO

Con mani piene di lampi il raggio bello mi spezza.
Vogliono che io sia folgorato dai tuoi occhi, ladro,
E la tua mano troppo vispa a sua volta sarà presa.
Un albero si è adornato con un destino di coraggio.

                                   
                                   
            IL LADRO

A ogni mio dito una foglia che si muove!
Questo verde disordine un fogliame commovente.
La pallida fronte del rapitore diventa rossa:
Fra i suoi boccoli freme una stella a Levante!

                                 
                                   
            LA NOTTE

Ma di chi parla? I pescatori si ritirano
Come il mare in fondo all’abisso, gli occhi.
La marea è esatta, la schiuma al riso
Risalita è per Lei un segno prezioso.

                                 
                                   
            L’ARTIGLIERE

I piedi avvolti in calzetti di lana
Nei miei gambali di cuoio attraverso i boschi.
Né il mare né la merda e neppure il tuo alito,
Ladro, impediscono che tutto tremi sotto di me.

                                 
                                   
            IL LADRO

Lei è ipocrita, immortale amazzone,
Col vestito d’organza su un cavallo ferito!
In petali perduti le belle dita sfogliate,
Addio grande giardino distrutto dal cielo!

 

 

Così resto solo, dimenticato da lui addormentato fra le mie braccia. Il mare è calmo. Non oso muovermi. La sua presenza sarebbe più terribile del suo viaggio fuori di me. Forse mi vomiterebbe sul petto.

E cosa potrei farci? Rimestare nelle vomiture? Cercare fra il vino, la carne, la bile, le violette e le rose diluite e sciolte da fili di sangue?

Lame di Fuoco, fiorellini calpestati!
Il mare mi lavora dove veglia la luna.
Il sangue nel mare mi sgorga dalle orecchie.
Pescatore malinconico i tuoi occhi abbassati
I tuoi occhi plumbei in un cielo di viaggio
Ancora spietati bucano i miei ascessi
Perché scorro via diventando palude
Dove la notte va a illividire i fuochi fatui
Lingua di fuoco che veglia il mio passaggio.
 

da Poesie
Jean Genet

 

 

 

 

 

“… Bambino senza madre, effetto senza causa, Genet realizza nella rivolta, nell’orgoglio, nella sventura il superbo progetto di essere la causa di se stesso. In occasione di un delitto particolare, uno sguardo lo ha sorpreso e lo ha costituito in indole perversa. Genet vuole togliere a questo sguardo la sua potenza costitutrice; egli compie i suoi furti deliberatamente come delle sfide e degli atti costitutivi”.
Non vuole essere ladro per designazione della società, vuole invece essere lui a volerlo fare, per libera scelta. Ciascuno dei suoi atti è un rito che gli assegna simbolicamente la natura di ladro.

Cosa significa l’affermazione: “ho deciso di essere ciò che il delitto ha fatto di me”? Il nodo problematico risiede tutto nell’accostamento tra “essere” (momento oggettivo) e “decidere” (momento soggettivo). Nessuno di noi “è vile o coraggioso come questo muro è bianco, come questa coperta è verde”
Può Genet volere “tutt’insieme farsi cattivo perché fa il Male e fare il Male perché è cattivo»? La sua ambiguità deriva dal fatto che ogni decisione promana da una libertà, mentre l’essere, che Genet crede di aver ricevuto dagli adulti, è “già fatto”.

Appare chiaro come coesistano in Genet due sistemi di valori irriducibili, due tabelle di categorie per pensare il mondo: le categorie dell’Essere e le categorie del Fare che s’intrecciano, s’influenzano e reagiscono l’una sull’altra. Solo attraverso lo studio delle azioni reciproche del fare e dell’essere sarà possibile ricostituire la totalità concreta dell’esperienza interiore di Genet. Qualunque giudizio si voglia formulare su di lui, non si può non tener conto di questa ambiguità, che del resto è connaturata ad ogni essere umano: Genet è condannato a volersi come essere, come un oggetto analogo alle cose; ma è anche coscienza libera, ovvero soggetto e, appunto per questo, non può guardare se stessa come una cosa senza dissolversi.

“La prima conversione di Genet”, è quindi la scelta del Male, e cercando ostinatamente il Male, egli si condanna alla solitudine:
Si è soli, dice Sartre, quando si ha torto e ragione contemporaneamente: quando ci si dà ragione come soggetti – perché si è coscienti e si vive, e non si può né si vuole rinnegare ciò che si è voluto -, e ci si dà torto come oggetti, perché non si può rifiutare la condanna obiettiva decretata dall’intera Società… l’impossibile nullità” di Genet è la solitudine”.

Potrà mai Genet raggiungersi attraverso ciò che fa? Potrà mai sollevarsi dall’essere all’esistenza?

Ecco allora Genet che si pone come causa demoniaca di se stesso, della propria impotenza. Ha voluto il Male fino allo smacco del Male; ha voluto l’impossibilità di vivere fino alla sistematica distruzione della propria vita e ha finito per trasformare l’Essere in Apparenza. Ecco perché Sartre chiama il Male ” l’Immaginario”.

Genet aspira [ora} alla santità, mescolando il gusto del sacro al gusto dello scandalo; mostra una propensione vertiginosa all’abiezione, nella quale si perde come il mistico, nell’estasi, si perde in Dio. Non a caso Sartre parla di “Santo Genet”.
Quando il Male era ai suoi occhi possibile, Genet faceva il Male per essere cattivo; ora che il Male si rivela impossibile, Genet farà il Male per essere santo.

“Volendo se stesso ladro fino in fondo, Genet sprofonda nel sogno; volendo il proprio sogno fino alla follia, diventa poeta; volendo la poesia fino al trionfo finale del verbo, diventa uomo; e l’uomo è divenuto la verità del poeta come il poeta era la verità del ladro”.

” Gli atti di Genet sono insieme dei poemi e dei delitti, perché sono a lungo sognati prima d’essere commessi e perché egli li sogna ancora mentre li commette”.

“… la sua opera è la faccia immaginaria della sua vita e […] il suo genio fa tutt’uno con la sua volontà incrollabile di vivere fino in fondo la propria condizione. Per lui fu tutt’uno volere lo smacco ed essere poeta (…se ha vinto, è per aver giuocato senza posa a perdi-vinci)”.
 

liberamente tratto dalla pubblicazione
L’incontro con Sartre:
ritorno a Saint Genet –

Gabriella Farina

 

 

 

 

 

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* le opere in copertina e nel post sono di
Etel Adnan
** il virgolettato è tratto da
Saint Genet:
comédien et martyr

J.P. Sartre