Alce Nero, un “santone dei Sioux Oglala”… nel raccontare la propria storia, ha detto che per lui non era la sua storia a essere importante, ma quello che aveva condiviso con tutta la vita: “è la storia di tutta la vita che è sacra e che merita di essere detta, e noi con due gambe la condividiamo con i quattro-gambe e le ali dell’aria e tutte le cose verdi”. Della grande visione che gli giunse quando era ancora piccolo, ha detto: “ho visto che il sacro salto del mio popolo era uno dei molti salti che compongono un circolo, completo, ampio come la luce del giorno o la luce delle stelle, e nel centro cresceva un albero che fioriva potente per accogliere e proteggere tutti i figli di una madre e un padre. E ho visto che era sacro”.

[…] Come negli ingressi a un pascolo, anche nei corsi d’acqua si accumula un fitto andare e venire. I corsi d’acqua scendono e i sentieri scendono anche più in basso. Per un po’ cammino lungo una vecchia pista per i carri, sepolta sotto le foglie: un frammento senza inizio e senza conclusione, come la parte centrale di un discorso incompleto in un brandello residuo di papiro. C’è un cedro, i cui rami si protendono sopra questa pista e sotto i rami scorgo i resti di due vittime d’uccello da preda. La più fresca è un cumulo di penne di ghiandaia blu. Sull’altra ha infierito la pioggia e non è più identificabile. Quanto è poco quello che sappiamo. E quanto poco di questo era mai stato nelle intenzioni o nelle aspettative di un essere umano. La pista che è divenuta la tomba dei passaggi degli uomini ha portato alla vita dei campi.
E a me stesso dico: ecco, è la tua strada
non ha inizio né fine; dalla terra appare
nella terra si perde; solo il falco l’aggrava
coi suoi morti; fitte sopra s’ammassano le foglie
a produrvi altra terra e nuova vita s’aggiunge
e prende forma. Torna l’assenza, nelle tracce
della pista, colme di terra. Anche la strada si logorò,
sotto il peso degli uomini e il carico di terra
che portavano via, lungo il cammino. Giunsero, poi,
dove una fine non c’era più. Passarono,
e passando non riuscivano a stare, ma gli alberi
si erano alzati e stanno, fermi. E ora volge al buio,
a mattine in cui tu non sarai. E la tua strada
è ancora qui, non ha inizio né fine, come Dio.
Adesso sono sceso dentro il rumore dell’acqua. L’inverno è stato piovoso e per la collina s’infittiscono oscuri gorgoglii, affioramenti, gocciolamenti, che alla fine si raccolgono, lungo questi crinali, in flussi d’acque scorrenti. Il loro rumore diviene un elemento di questi luoghi, ne definisce un’area…
Ho già superato il punto in cui, nel percorso che sto seguendo, l’acqua comincia a fluire. Emerge alla luce, dietro uno sperone roccioso, un rivolo sottile e brillante. Adesso, marciando, lo trovo al mio fianco, vedo che mi supera e si allontana; non sembra che abbia preso veramente a muoversi, è appena un filo di luce e rumore. Adesso dall’alto mi arriva il frastuono costante dello scorrere e sbattere delle acque del Camp Branch – da quale campo innominato avrà preso questo nome? – e gradualmente, mentre scendo, il rumore del corso più piccolo finisce per fluire e perdersi in quello del corso maggiore.
Adesso i sentieri dei loro letti si congiungono; il punto in cui i due corsi d’acqua si uniscono è oscurato, anche in inverno, dall’addensarsi degli alberi. Ma i due corsi d’acqua si incontrano proprio come se fossero due strade. Certo, sono i loro letti a incontrarsi così: uno s’immette nell’altro. Dell’incontro delle acque non si percepisce nulla. Non si vede quella dell’uno entrare, finire nell’altra: le prosegue dentro, sono una sola cosa, corpi chiari liberamente fusi in un fluire senz’ombre. Tutte le acque sono una. Questa, qui, è un’estensione del mare, gettata sulla collina come una rete da pescatori, che ora viene tirata indietro verso il mare […]
Quando giungo al punto di convergenza dei corsi d’acqua, è impossibile che la mia mente resti vuota o s’impigrisca. Qui si avverte il pulsare del lavoro che manda avanti il mondo. È in posti come questi che si avverte la presenza attiva della creazione, viva e attenta ai materiali del suo operare. Nell’angolo in cui le due correnti s’incontrano, s’innalza la punta boscosa della cresta, come la prua di una barca rovesciata – compiuta e perfetta, come già lo era mille anni fa, come lo sarà ancora fra altri mille anni. Quello che può capitarle non incide su quello che è. Sarà, perché è. Non ha scopi o fini, tranne essere. E, essendo, cresce e si volge in quello che sarà. Il torrente si dirama proprio ai piedi del pendio, in due rami che sembrano il martello e il cesello deposti ai piedi di un’opera ultimata. Ma il torrente non è uno strumento morto; è vivo, non ha smesso di lavorare. Tuffateci dentro la mano, se volete avvertire quanto sia sana questa parte del mondo. Sentite, qui, come batte il polso della collina.
Forse è per preparami ad ascoltare, un giorno, la musica delle sfere celesti, che amo sempre prestare l’orecchio alla musica dei ruscelli. C’è musica nei corsi d’acqua, certo, ma non per chi ha fretta. Bisogna che la si aspetti, la si desideri, la si evochi e la si immagini. Oppure dobbiamo spingere l’immaginazione, molto avanti e oltre, perché per gli uomini non è affatto facile. La Natura ha un orecchio paziente. Per lei la più lenta delle marce funebri suona vivace come una giga. Le piace quando le note vengono prolungate, sino alla lunghezza dei giorni, delle settimane, dei mesi. Non disdegna le piccole variazioni, le modulazioni dolcemente pausate, come lo schiudersi d’un fiore […]
Domani il flusso potrebbe crescere o ridursi, e il tono allora varierebbe. Quella pietra potrebbe essere portata via, magari in un’ora, o anche una settimana, e la composizione passerebbe a una tonalità diversa. È possibile farsene un’idea, se ci si muove lentamente e si notano i cambiamenti quando si passa da una piccola cascata a una rapida e poi un’altra ancora, tenendo nota delle variazioni. Ma questa è una versione estremamente semplificata e diluita della cosa reale, che è troppo complessa, troppo ramificata e diffusa, perché possa essere colta davvero da uno di noi. L’orecchio dovrebbe immaginarsi una pazienza insostenibile anche solo per arrivare a cogliere l’inimmaginabilità di quella musica. Ma la creazione è musicale, e questa, qui, è parte della sua musica, come il canto degli uccelli e le parole dei poeti. La musica dei torrenti è la musica della terra nel suo prendere e mutare forma, con la quale le pietre sono scalzate, rimosse e avviate al livello del mare. […]

Al sole morente cantano i tordi,
In assoli o duetti fischiettano i cardellini,
Al diffondersi delle tenebre gli usignoli,
Nei cespugli,
Intonano il loro acuto canto,
Come solo loro riescono quando Aprile si strugge,
Come se il Tempo fosse loro intangibile dominio.
Novelli uccelli, che un anno fa, o meno di due,
Non erano cardellini, non erano usignoli,
Non erano tordi,
Ma solo particelle di materia,
E terra, e aria, e pioggia.
Thomas Hardy
… M’intrometto tra le spire slabbrate del filo di ferro d’una recinzione e in quel movimento esco dal tempo e accedo all’atemporalità. Sono in un luogo selvaggio, incontaminato. Gli alberi sono cresciuti grandi, i loro tronchi salgono puliti in alto, senza sottobosco. Questo luogo ha una serenità e una dignità che si avvertono immediatamente; la creazione, libera da ogni ostacolo, si dispiega qui nella sua pienezza. Non si avvertono qui le ansie e le insoddisfazioni, le parzialità e le imperfezioni dei luoghi sottoposti al dominio meccanico degli uomini. Qui anche quello che a chi è abituato a prendersi cura di una casa potrebbe apparire disordinato è comunque ordinato, rientra in un ordine; quello che potrebbe apparire arbitrario o casuale rientra nel disegno complessivo del tutto; quello che potrebbe sembrare violento o malvagio è un utile membro della famiglia comune. Dove la creazione è intera, nulla le è estraneo. È la presenza della creazione a rendere sacro questo luogo ed è in veste di pellegrino che io ci sono giunto. È stata la creazione ad attrarmi, la sua perfetta fusione di vita e progetto. La mia intenzione è farmi suo seguace e suo apprendista.
La primavera scorsa, nelle prime ore del mattino, sono venuto qui e ho trovato il suolo del bosco coperto di campanule azzurre. Nella luce solare ancora fresca e nei ricami ombrosi della luce nel bosco primaverile, l’azzurro di questi fiori, la loro forma elegante, il loro profumo delicato mi hanno spinto a fermarmi e contemplarli. Ho trovato in loro un piacere che non riesco a descrivere e non dimenticherò mai. Anche se conosco bene, da tempo, la maggior parte dei fiori primaverili dei boschi, questi non li avevo mai visti e non sapevo neppure che potessero trovarsi qui. Ho provato una strana sensazione di perdita e dispiacere, per non averli mai visti prima. Ma mi dava anche gioia vederli ora: sapere che erano qui.
Per me, il pensiero di quei fiori rinnoverà sempre il senso di gioiosa sorpresa che ho provato trovandoli: la sensazione che il mondo sia colmo di benedizioni assai più di quello che io possa comprendere, con un’abbondanza di forme che non arriverò mai a conoscere. Quali e quante sono le vite che potrebbero offrirsi a me sul mio cammino, darmi la gioia della scoperta domani o nei prossimi vent’anni? Se pure so bene di portare, nella mia realtà di essere umano, grandi mali e la possibilità di grandi privazioni e sofferenze, so anche che alla mia vita è stata donata la benedizione e la grazia di assistere ogni anno all’apparizione delle campanule in fiore. Come sono perfette! La loro presenza mi rende umile e gioioso.
Anche se fossi stato dotato di tutte le metodologie e i saperi della mia razza, non riuscirei comunque a produrne una, e nemmeno a immaginarla. Salomone, nella pienezza della sua gloria, non fu mai ammantato con tale splendore. All’apprendista della creazione spetta almeno il privilegio di poter attingere, con la propria immaginazione, l’immaginabile, e l’indicibile con la sua parola.

I Solo un uomo che erpica le zolle
in lento silenzioso incedere
con un vecchio cavallo che inciampa e ciondola il capo,
mezzo assonnato, avanzando.
II Solo un fumo sottile senza fiamma
dai cumuli di gramigna;
eppure tutto ciò continuerà tale e quale,
anche se le Dinastie tramontano.
Thomas Hardy
Ma qui non si avverte soltanto una diffusa presenza di pace, c’è anche gioia. E la gioia, meno innegabile nella sua evidenza rispetto alla pace, ne è la conferma. Una sera d’estate, mi ero seduto a osservare un grande airone che stava scendendo dalla cima della collina verso la valle. Veniva giù a una velocità deliberatamente moderata, controllato e maestoso in ogni movimento, come un dignitario che discenda uno scalone. E poi d’un tratto, quando aveva già percorso, a quello che mi parve, almeno la metà della sua discesa al fiume, fece, improvvisamente, senza minimamente variare il ritmo del battito delle ali, un salto all’indietro nell’aria, rovesciandosi in un giro della morte. Quello poteva essere stato solo un gesto di pura esuberanza, di gioia: la comunicazione della sua sensazione del momento per il pomeriggio, il completarsi e chiudersi della giornata, la discesa a casa. Fece poi un solo, lento spostamento di fianco e disparve alla mia vista, dirigendosi dietro una più lontana ansa del fiume. Il movimento fu di incredibile bellezza, un connubio di esultanza e maestosa compostezza, una benedizione che planava sul pomeriggio, sul fiume, su di me. La sua perfezione sembrava confermare la presenza nel mondo di una gioia non umana, una gioia a cui sento un gran bisogno di credere, ma che in quel momento, nel suo fulgore, generò in me l’impulso scettico a dubitare dei miei occhi. Se quello che ho visto fosse reale, pensai, non potrebbe essere altro che il segno della presenza in terra di qualcosa che appartiene ai cieli. E poi, in un altro pomeriggio, un anno dopo, lo rividi ancora. […]
“Strappa da te la vanità, non fu l’uomo
A creare il coraggio, o l’ordine, o la grazia,
Strappa da te la vanità, ti dico strappala
Impara dal mondo verde quale sia il tuo luogo.”
E. Pound
[…] Dopo più di trent’anni sono arrivato a essere così candido da stare in questa parte di terra, così segnata dalla mia storia e dai danni da questa prodotti e chiedermi: cosa è questo posto? Cosa ospita? Quale è la sua natura? Cosa devo fare io?
Le risposte non le ho trovate, anche se credo che, a pezzi e frammenti, per vie tortuose, qualcosa di esse abbia cominciato a giungermi. Ma le domande sono più importanti delle risposte che provocano. Perché, in definitiva, non hanno risposte. Sono come le domande, sono forse quelle stesse domande, che guidarono il duro apprendimento di Giobbe. Fanno parte del necessario processo di assunzione dell’umiltà, nel quale a un uomo viene insegnato quale sia la sua importanza, quale sia la sua responsabilità e
quale sia il suo posto, sulla superficie della Terra e nell’ordine delle cose. E, anche se le risposte ci perverranno sempre oscure e in frammenti, le domande debbono essere poste. Sono fertili. In ciò che comportano e in ciò che producono hanno un valore morale ed estetico e, nel senso più alto e completo della parola, anche pratico. Promettono una relazione col mondo salutare e degna.
Possiedono anche, per origine ed effetti, un carattere religioso. Confesso di provare disagio nell’impiegare questo termine, perché la religione, nella forma in cui è stata praticata in questa parte del mondo, si è nutrita e diffusa sulla produzione di uno scisma rovinoso tra anima e corpo, Cielo e terra. Ha spinto la gente a credere che il mondo non avesse alcuna importanza e che l’unico obbligo da rispettare, per guadagnare il Cielo, fosse la sottomissione a un insieme di formule ecclesiastiche. Così proprio quelle persone da cui ci si sarebbe potuto attendere interesse e disinteressata cura per il mondo hanno dovuto volgere altrove la loro mente: verso una “salvezza” che era in realtà solo un’altra delle forme assunte dall’avidità e dall’amore di sé, il desiderio di perpetuare la propria personale vita, oltre la vita del mondo. Bramosi di Cielo hanno sconsideratamente ferito la terra, per disattenzione, e la loro negligenza sprezzante ha incoraggiato altri a infierire su quelle ferite, per calcolo deliberato. Rimosso il creatore dall’opera della sua creazione, la divinità divenne una remota astrazione, uno strumento sociale delle istituzioni religiose. Questa lacerazione dei valori pubblici produsse, o si accompagnò a, com’era destinata a essere, un’altra divisione artificiale e orribile nella vita delle persone, facendo sì che un uomo, mentre mirava al Cielo col sublime desiderio che credeva gli ardesse nell’anima, poteva distogliere il proprio cuore dal prossimo e levare la sua mano contro il mondo. Per questi motivi, io, pur sapendo che le domande che pongo sono religiose, faccio fatica quando devo dire che lo sono.
Ma, quando le avanzo, quello che più mi spinge non è il desiderio di ottenere il Cielo. Il Cielo è certo molto più importante della terra, se tutto quello che ne dicono è vero, ma anche così è dalla terra che trae giustificazione morale e fondamento e io posso pensarlo e desiderarlo solo nei termini di quello che conosco della terra. E quindi le mie questioni non mirano a qualcosa che vada oltre la terra. È verso la terra ed entro la terra che mirano. Forse è a risolversi in essa che mirano. Sono religiose perché me le pongo giunto ai limiti della mia conoscenza, perché riconoscono il mistero e ne onorano la presenza nella creazione; sono formulate con reverenza per l’ordine e la grazia che vedo e a cui con convinzione mi affido, anche oltre quello che riesco a vedere.
Gli uomini sono fatti di ciò che è fatto
Il cibo, la bevanda, la vita, il grano,
Da essi raccolto, in essi rinato.
E cicli che si creano da sé racchiudono
La nostra vita; arte primitiva
E semplici incantesimi affrancano
Dagli spaventosi labirinti del cuore.
E con la nostra casuale successione si intreccia
La resurrezione della rosa.
Edwin Muir
I difensori della natura e di tutto ciò che è incontaminato e selvaggio – non diversamente dai loro nemici, i paladini dell’economia industriale – qualche volta danno l’impressione di essere convinti che ciò che è umano e ciò che è naturale appartengano a due regni separati, radicalmente diversi e radicalmente divisi. I difensori della natura e degli spazi selvaggi qualche volta danno l’impressione di sentirsi obbligati a opporsi fieramente a ogni forma e sorta d’intrusione umana, con lo stesso rigore con cui gli industrialisti sembrano considerare doveroso stimolare la massima espansione dell’intrusione umana, al fine, come dicono loro, di “completare la conquista della natura”. Ma nella comune opposizione, che gli uni e gli altri accettano, c’è un pericolo, che forse sarebbe meglio affrontare dopo aver compreso che queste due categorie pure e separate sono solo idee astratte, senza riscontro nella realtà. […]
La gente non può vivere staccata dalla natura: questo è il primo principio dei conservazionisti. Tuttavia la gente non può vivere nella natura senza modificarla. Questo, però, è vero per tutte le creature: dipendono dalla natura e la trasformano. Quella che chiamiamo natura è, in un certo senso, la somma dei vari cambiamenti operati da tutte le varie creature e forze naturali nel complesso groviglio di azioni e influenze che intessono le une sulle altre e sui luoghi in cui operano. […]
Non c’è da aspettarsi che per l’uomo sia possibile non modificare la natura. Gli umani, come tutti gli altri animali, devono produrre una differenza: non potrebbero vivere, altrimenti. Ma, a differenza degli altri animali, gli umani devono anche scegliere il tipo e la misura dei segni che lasceranno.
[…] Se scelgono di produrre una differenza troppo piccola, diminuiscono la propria umanità. Se scelgono invece di produrne una troppo grande, tolgono qualcosa alla natura e restringono il campo delle proprie possibili scelte future: alla fine, diminuiscono e distruggono se stessi. La natura non è solo la fonte che ci alimenta, è, per noi, anche limite e misura. […]
[…] In tutte le varianti di quello che viene definito ruralismo, la questione dei limiti resta decisiva. I coltivatori che aderiscano a una prospettiva ruralista vedono bene i propri limiti, li accettano e adattano a essi la propria vita. Capiscono cosa comporta l’affermazione “c’è questo e nulla di più” e lo accettano di buon grado. Nelle loro fattorie, tutto quello che accade è determinato o condizionato dalla consapevolezza che di terra c’è quella che c’è, l’acqua è quella che la cisterna contiene, il fieno è quello deposto nel fienile, di mais c’è quello messo nella mangiatoia, di legna da ardere c’è quella messa nel casotto, da mangiare c’è quello che sta in cantina o nel freezer, di forza c’è quella delle braccia e della schiena e non c’è altro. Una volta chiarito questo, ci si organizza con la parsimonia, la collaborazione della famiglia, i rapporti di buon vicinato e le economie locali. Entro i limiti conosciuti e accettati, queste virtù divengono necessità. Il senso rurale dell’abbondanza si forma sulle possibilità sperimentate della frugalità e del rinnovamento, nel rispetto di limiti ben precisi. Questo è l’esatto opposto dell’idea industriale dell’abbondanza come prodotto della violazione dei limiti, grazie alla mobilità personale, a un macchinario di grande forza estrattiva, a trasporti a lunga distanza e a straordinarie innovazioni scientifiche e tecnologiche. Se usiamo sino all’esaurimento le buone possibilità di una località, importeremo prodotti da un’altra zona o ci sposteremo in qualche altro posto. Se la natura tarda nel rilasciarci le sue ricchezze, gliele strapperemo con la forza. Se abbiamo reso il mondo tossico per le api, il cervellone di qualche conglomerato, magari la Monsanto, riuscirà certamente a inventare piccoli robot volanti, che impollinano i fiori e possono fare anche il miele. […]
Nel dire questo, si ripropone la vecchia questione sulla natura del rapporto – amichevole oppure ostile – tra natura ed esseri umani, con la consapevolezza che la risposta non sia affatto semplice. Comunque, se dobbiamo affrontare la questione tentando di tenere in giusto conto la difficoltà di una risposta, non possiamo che dichiararci contrari a quella convenzionale credenza americana in un rapporto sostanzialmente ostile e agonistico tra uomini e natura, che è tanto profondamente radicata nelle nostre menti e nei nostri comportamenti. Ci siamo opposti alle antichissime foreste della costa orientale e poi agli antichissimi deserti e alle antichissime praterie dell’Ovest, abbiamo lottato contro gli animali che si nutrivano di uomini e contro gli insetti, contro i coyote che mangiavano le pecore e i falchi che mangiavano galline. Nei prati, negli orti e nei campi coltivati, lottiamo contro quelle che chiamiamo erbe infestanti. E tuttavia, un numero costantemente crescente di noi sta infine iniziando a capire come questa opposizione sia in definitiva distruttiva, anche per noi stessi, che non dia conto di tante cose che invece sarebbe necessario spiegare: in altre parole, che si basi su una convinzione del tutto falsa.
Se il rapporto appropriato con la natura non consiste in un’opposizione, allora in cosa consiste?
Quello che sto tentando di dire va più a fondo. Ciò che ho in mente – perché è a questo che sembrano condurre tante testimonianze – è la probabilità che natura e cultura umana, domesticità e incontaminata spontaneità naturale non siano opposte, ma interdipendenti. Un’esperienza autentica di entrambe rivelerà il bisogno che l’una ha dell’altra. […]
Sostenere la necessità della preservazione di una selvatica spontaneità vitale entro, e a sostegno, dell’economia umana non comporta in alcun modo una negazione della necessità del mantenimento di aree naturali incontaminate. La sopravvivenza della natura selvaggia – di luoghi che non intendiamo alterare col nostro intervento, dove consentiamo l’esistenza anche di creature per noi mortalmente pericolose – è una necessità. È probabilmente indispensabile per garantire la nostra salute. Che ci si vada oppure no, sappiamo comunque che posti come questi esistono. E mi azzarderei a sostenere che non abbiamo soltanto bisogno dei grandi spazi pubblici di natura selvaggia, ma di milioni di piccoli spazi similari, privati o semi-privati. Ogni fattoria dovrebbe averne uno, la natura selvaggia può accamparsi negli angoli del terreno agricolo delle fattorie, in cantucci riparati nelle città: in spazi dove alla natura si lascia mano libera, dove non si svolge lavoro umano, dove le persone possono entrare solo in qualità di ospiti. Anche indipendentemente da ogni nostro progetto o intenzione, questi spazi svolgono, credo, la stessa funzione dei boschi sacri: luoghi che rispettiamo e lasciamo in pace e solitudine, non perché siamo ben sicuri di quello che può accadervi, ma proprio perché non lo sappiamo. Ci rechiamo a visitare questi sacrari di natura selvaggia per rimetterci in ordine, per ricevere una lezione sulle economie naturali della fertilità e del risanamento, per ammirare quello che a noi non è possibile fare. Qualche volta, come poi scopriamo con sorpresa, ci andiamo per essere castigati o corretti. E ci andiamo anche per rinnovare e ampliare conoscenze e visione delle cose e, al ritorno, giudicare con maggior precisione salubrità e salute della nostra economia e degli spazi che abitiamo. Quando torniamo da queste visite, capita anche che ci riesca di immaginare come potrebbe idealmente svolgersi, in una successione armoniosa di fasi di vita decorosa e gradevole, la transizione dalla natura selvaggia alla comunità umana e a ciò che la sostiene: la transizione dalla foresta ai lotti di bosco, poi all’agricoltura a due livelli e quindi alla rotazione triennale e il pascolo e i frutteti, i prati, i campi di grano, l’orto, il gruppo familiare e l’aggrupparsi di più famiglie a difesa e il villaggio e la città, in un modo e un percorso tali da far sì che, anche in città, non si perda la presenza e l’influsso della campagna che ci attornia. Quello che rimane al fondo di tutto ciò che dico è però il pensiero che a spingerci verso la natura selvaggia sia anche una ragione sbagliata. Quelle visite non debbono essere un’evasione dalla bruttezza e dai pericoli dell’attuale economia umana. Non dobbiamo abbandonarci alla sensazione che la nostra sia una fuga liberatoria. In primo luogo, fughe di questo tipo, oggi, sono un’illusione. In secondo luogo, ci dobbiamo ricordare che se, anche per la nostra identità di conservazionisti, vediamo l’economia umana e quella della natura come necessariamente opposte o inevitabilmente messe in opposizione, finiamo per accettare quella stessa rigida forma di esclusiva opposizione, che rischia di essere rovinosa per entrambe. Oggi capita spesso che ciò che è domestico e ciò che è selvaggio appaiano valori isolati e distinti, estranei e lontani l’uno dall’altro. Ma queste non sono polarità che si escludano, come il bene e il male. Fra loro ci può essere continuità. Ci deve essere. […]
da Il fuoco della fine del mondo:
Meditazione sulla vita e sull’ambiente-
Wendell Berry
°°°°°°°°°°
Dunque?
Sarà questo il nostro destino?

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Bellezza contemplata,
non cancellarti mai!
Edwin Muir


