Blessed be all metrical rules that
forbid automatic responses,
force us to have second thoughts,
free from the fetters of Self.
W.H. Auden, Shorts

Salve. Sono il dottor Cohen.
Lei non è il dottor Cohen che aspettavo.
Mi dispiace. Forse aspettava il dottor Robert Cohen.
Sí. Immagino che i dottor Cohen non manchino.
Probabilmente no. Tutto bene? Come sta?
Come sto.
Sí.
Sono alla neuro.
Be’. A parte questo, intendo.
Da quanto tempo fa questo lavoro?
Circa quattordici anni.
Registrerà tutto.
L’accordo era questo mi pare. Va bene?
Presumo di sí. Allora pensavo che lei fosse un altro. Non va bene.
No. È okay. Anche se dovrei precisare che io ho
solo acconsentito a chiacchierare. Non a seguire terapie.
Certo. C’è qualcosa che vorrebbe chiedermi? Prima di iniziare.
Abbiamo già iniziato. Qualcosa tipo?
Forse potrebbe dirmi qualcosa di lei.
Oddio.
No? E poi mi farà colorare seguendo i numerini?
Scusi?
Non importa. È solo che sono tanto ingenua da immaginare ancora che sia possibile lanciare questi scambi lungo un vettore non distorto all’inverosimile dall’ipocrisia. […]

Si occupa ancora di matematica?
No. Non della matematica propriamente detta.
Che matematica faceva?
La topologia. La teoria dei topoi.
Ma adesso non se ne occupa piú.
No. Sono stata distratta.
Cos’è che l’ha distratta?
La topologia. La teoria dei topoi. […]
,,, Eravamo amici. Siamo amici. Condividiamo un certo scetticismo.
Su cosa?
Sulla matematica.
Non sono sicuro di seguirla.
Non importa.
È scettica sulla matematica?
Sí.
Si sente in qualche modo delusa dalla disciplina? Immagino che non si possa essere scettici sulla materia in toto.
Lo so.
Però l’ha delusa.
Volendo potremmo dire cosí.
Come ha fatto a deluderla?
Be’. In questo caso è stato per via di un gruppo di perfide e aberranti e assolutamente malvagie equazioni differenziali alle derivate parziali che avevano cospirato per sottrarre la loro stessa realtà ai discutibili circuiti cerebrali del loro ideatore in modo non dissimile dalla ribellione descritta da Milton e issare la loro bandiera di nazione indipendente svincolata da Dio quanto dagli uomini. Qualcosa del genere…
È un matematico di spicco? Il suo amico.
Grothendieck. È comunemente considerato il piú importante matematico del ventesimo secolo…
Ha lavorato con lui?
Non so se potremmo definirlo lavoro. Abbiamo passato molto tempo a parlare. Veniva all’Istituto di martedí. E ho passato molto tempo a casa sua. Mangiavo con la sua famiglia. Poi le conversazioni si protraevano fino a notte fonda. In un certo senso eravamo semplicemente insieme nello stesso manicomio…
Ma Grothendieck prestava attenzione a ogni singola parola che dicevi. Annuiva e scribacchiava sul suo blocco per appunti. Parlava. Ti poneva domande che tu non ti eri posto.
Lei quanti anni aveva?
Diciassette.
E non era un problema? La sua età.
Non gli sarebbe neanche passato per la testa. […]
Però ha mollato tutto.
Sí.
Perché? Secondo i suoi amici è diventato via via sempre piú instabile mentalmente.
È cosí?
È complicato. Alla fine ci si ritrova a parlare di fede. Della natura della realtà. Comunque sia, tra i miei colleghi matematici c’è chi si divertirebbe a sentir descrivere l’abbandono della matematica come una prova di instabilità mentale. […]
Quando arrivi alla teoria dei topoi ti affacci su un altro universo. Hai trovato un posto da dove puoi voltarti a guardare il mondo dal nulla. Non è solo una configurazione qualsiasi. È basilare. […]
Si sente al suo posto qui? Alla Stella Maris?
No. Ma questo non risponde alla domanda. L’unica entità sociale di cui io abbia mai fatto parte era il mondo della matematica. Ho sempre saputo che il mio posto era quello. Credevo addirittura che avesse precedenza sull’universo. E lo credo ancora. […]
Forse mi stupisce solo che possa sentirsi a casa in una struttura psichiatrica.
Non so se sia questione di essere a casa. Forse è solo questione di approfittare della libertà d’azione accordata ai matti. [-]
E’ solo che essere ipso cazzo facto dichiarato malato di mente e bisognoso di cure perché conduci una vita intellettuale in contrasto con quella del resto della popolazione a me sembra grottesco. La malattia mentale si distingue dalla malattia fisica in quanto a causare la malattia mentale è sempre e soltanto l’informazione.
L’informazione.
Sí. Qui il presupposto è sapere lo stretto necessario. L’evoluzione non prevede un meccanismo per informarci dell’esistenza di fenomeni che non impattano sulla nostra sopravvivenza. Di ciò di cui qui non sappiamo niente non sappiamo niente. Lo crediamo solo.
Sarebbe a dire il soprannaturale?
Direi semplicemente il di cui.
Il di cui.

Penso che la nostra esperienza del mondo sia sostanzialmente un proteggersi dallo sgradevole dato di fatto che il mondo non sa che siamo qui. E no, non so bene cosa voglia dire. Penso che
secondo una visione piú spirituale la grazia si trovi nell’anonimato. Raggiungere la notorietà significa spianare la strada al cordoglio e alla disperazione. Lei cosa ne pensa?
Non lo so.
Non è una cosa che la gente domanda. È solo una cosa su cui si interroga: Se il mondo in realtà abbia coscienza di noi. Ma è in buona compagnia. Come domanda. Che ne dice di: Ci meritiamo di esistere? Chi l’ha detto che è un privilegio? L’alternativa all’essere qui è il non essere qui. Ma anche cosí, di fatto vorrebbe dire non essere piú qui. Non possiamo non
essere mai stati qui. Non ci sarebbe un noi che non sia esistito. Cosa ne pensa, dottore? […]

Come andiamo?
Tutto okay.
Mi è mancata la settimana scorsa
Sí, be’. Sa com’è. Avevo da fare.
Aveva da fare.
Sto scherzando.
Bene.
Bene.
E quindi cosa le ha occupato i pensieri? […]
Ricorda i suoi primi pensieri?
Non avevo altro.
Non sono sicuro di capire.
Ho capito che ero in un posto dove sarei rimasta a lungo e che dovevo decifrarlo. Che tutto dipendeva dal fatto che scoprissi dov’ero. Non che pensassi che ci potesse essere un altro posto in cui stare. Che il mondo fosse un assoluto mi era ben chiaro. Ma dovevo sapere cos’era.
Era mossa dalla paura?
Sí.
Che rapidità.
I bambini sono creature paurose.
Quanti anni aveva quando ha scoperto la matematica?
Direi piú di quanti ne ha la memoria. Inizialmente mi sono dedicata alla musica. Ero perfettamente intonata. Lo sono tuttora. Piú tardi suppongo di essere arrivata a vedere il mondo come assai impermeabile a qualsiasi descrizione esaustiva ne venga data. Ma la musica sembrava sempre fare eccezione a tutto. Sembrava inviolabile. Autonoma. Completamente autoreferenziale e coerente in ogni sua parte. Volendola descrivere come qualcosa di trascendente potremmo parlare di trascendenza ma dubito che andremmo lontano. Ero profondamente sinestesica e pensavo che se la musica aveva una realtà intrinseca – colore e sapore – che solo poche persone erano in grado di cogliere, magari aveva altri attributi ancora da individuare. Il fatto che fossero cose soggettive non le bollava in nessun modo come immaginarie. Potrei fare di meglio, vero?
La sto ascoltando.
Se stirassi – per cosí dire – un brano musicale, mentre il suono scema il colore sbiadirebbe. Non so proprio cosa dedurne.
Quindi la musica da dove viene?
Nessuno lo sa. Una teoria platonica della musica non fa che confondere le acque. La musica è fatta di niente se non un pugno di regole alquanto semplici. D’altra parte è vero che non le ha inventate nessuno. Le regole. Le note stesse non corrispondono
Se vuoi chiama pure le note con le lettere dell’alfabeto ma non cambia. Per quanto curioso possa sembrare, non sono astrazioni. Cosí come la conosciamo la musica è completa? In che senso? Esistono categorie quali maggiore e minore che dobbiamo ancora scoprire? Sembra poco probabile, vero? Eppure molte cose sono improbabili finché non appaiono. E cosa esprimono queste categorie? Da dove sono uscite? Che cosa significa che sono di due diverse sfumature di blu? Ai miei occhi. Se la musica era qui prima di noi, per chi lo era? Da qualche parte Schopenhauer dice che se l’intero universo svanisse l’unica cosa che rimarrebbe sarebbe la musica.
Piuttosto ardito. Lo credeva davvero?
Probabilmente no.
e lei?
Penso che stesse solo cercando di stabilirne il primato. Della musica. In quanto fenomeno trascendente forse? Una cosa che può esistere senza bisogno d’altro?
Può qualcosa esistere senza bisogno d’altro?
A rigor di logica no. Se lo spazio contenesse una sola entità tale entità non esisterebbe. Non esisterebbe niente che ne giustifichi l’esistenza.
Non capisco.
Non importa. Fatto sta che questo è un mondo classico.
Tutto ciò la preoccupa da quando?
Non lo so. Non so bene cosa significhi memoria. Per cominciare. Uno dei problemi è che ogni ricordo è il ricordo di un ricordo precedente. Impossibile ricordare la circostanza che ha occasionato il ricordo effettivo. Come si fa? Si può solo ricordare di averlo ricordato. E solo il ricordo piú recente, tra l’altro.
Non so se la seguo.
Quando sono arrivata al liceo il primo posto in cui sono andata è stata la biblioteca. Era un semplice stanzino con uno sportello e forse un migliaio di libri. Forse nemmeno. Ma tra i volumi c’era un libro di Berkeley. Non so cosa ci facesse lí. Probabilmente è perché Berkeley era un vescovo. Sí. È quasi certamente per questo. Fatto sta che mi sono seduta per terra e ho letto Saggio su una nuova teoria della visione. E mi ha cambiato la vita. Per la prima volta ho capito che il mondo visivo è nella nostra testa. Il mondo intero, in realtà. Non mi sono lasciata prendere dalle sue speculazioni teologiche ma la fisiologia era inconfutabile. Sono rimasta lí per un bel pezzo. Ad assimilare quello che leggevo. Era difficile aggirare l’idea che il mondo visivo sia la creazione di esseri provvisti di occhi con cui farlo. Non creato dal nulla ma da quel qualcosa la cui realtà oggettiva è per sempre inconoscibile. Kant. E non è che si possa accertare la realtà del mondo visivo allungando una mano e toccandola. Per dire. Come potrebbe avere una realtà antitetica? Se fossimo dotati di sensi che sono in disaccordo tra loro non saremmo nemmeno qui.
Mi sa che dovrò pensarci su. Intanto devo attirare la sua attenzione sul fatto che altri giungono alla stessa conclusione riguardo al luogo in cui il mondo visivo accade – nella corteccia visiva e non là fuori nel mondo – senza per questo perdere la realtà del mondo.
Non è stato cosí semplice. Quello a cui ha aperto la porta era un mondo rimasto in attesa dietro le quinte per dieci milioni di anni. Quando mi sono alzata dal pavimento della biblioteca ero un’altra persona. […]
Una delle cose di cui ho preso coscienza è che l’universo è evoluto per miliardi e miliardi di anni nell’oscurità e nel silenzio assoluti e che il modo in cui lo immaginiamo non corrisponde a quello che è. In principio c’è sempre stato il nulla. Le novae che esplodevano in silenzio. Nell’oscurità assoluta. Le stelle, le comete fugaci. Nel migliore dei casi tutto di un’esistenza ipotetica. Fuochi neri. Come i fuochi dell’inferno. Silenzio. Nulla. Notte. Soli neri a guidare i pianeti in un universo dove il concetto di spazio era privo di senso per mancanza di una fine. Per mancanza di una nozione cui contrapporlo. E di nuovo la questione della natura di quella realtà che non aveva testimoni. Tutto questo finché la prima creatura vivente dotata di vista ha acconsentito a che l’universo si imprimesse sul suo apparato sensorio primitivo e tremulo e poi a corredarlo con colore e movimento e memoria. Ha fatto di me una solipsista dalla sera alla mattina e in qualche misura lo sono ancora.
Quanti anni aveva?
Dodici.

Cos’è che non sappiamo che lei vorrebbe sapessimo?
Intende a parte i vecchi standard che non hanno risposte?
Chi siamo, perché siamo qui, perché c’è qualcosa anziché niente. […]
,,, la meccanica quantistica, per i fisici l’accento è su quantistica. Poiché specifica di che tipo di meccanica si tratta. Non è meccanica quantistica. […]
Feynman sostiene che tutta la stranezza dei quanti è già presente nell’esperimento della doppia fenditura. E probabilmente ha ragione. Come al solito. L’esperimento, ripetuto ad quel che è, dimostra che una singola particella può passare attraverso due aperture contemporaneamente.
Lei ci crede?
Con tutta me stessa. […]
Alcuni fisici sospettano che alla fine la teoria dovrà approdare all’idea che l’universo stesso è un fenomeno quantistico. Che in ultima analisi quello che la meccanica quantistica descrive è l’universo.
Lo sospetta anche lei?
Sí. Sono tra i sospettosi.
Cos’altro.
Cos’altro?
C’è di strano.
Gli esperimenti, gedanken o reali, sembrano richiedere un coinvolgimento attivo. Senza la nostra presenza non funzionano. L’amara verità è che a parte la teoria sui cammini di Feynman non c’è nessuna spiegazione plausibile della meccanica quantistica che non implichi la coscienza umana. Questo naturalmente solleva la questione del come abbia fatto a cavarsela senza di noi prima che venissimo inventati. Ma non è cosí semplice. A mio parere quel che si vuole sottolineare è che la coscienza umana e la realtà non sono la stessa cosa. E questo lo sappiamo da un pezzo. Anche se su Kant non siamo cosí sicuri. […]
I fisici di questo cosa dicono? Niente di che. Perlopiú alzano gli occhi al cielo. Non sono tipi kantiani. Il problema con l’assoluto inconoscibile è che se si potesse dirne qualcosa non sarebbe piú l’assoluto inconoscibile. Si può passare dal noumenico al fenomenico stando comodamente seduti in poltrona. In altre parole, niente può essere estratto dall’assoluto senza essere reso percettivo. Tenendo presente che attribuire realtà all’inconoscibile è già glossolalia. Il guaio con il mondo perfetto e oggettivo – di Kant o di chiunque altro – è che è inconoscibile per definizione. Anche se amo la fisica io non la confondo con la realtà assoluta. È la nostra realtà. I concetti matematici hanno una durata a scaffale considerevole. Esistono nell’assoluto? È possibile? Mi sono chiesta. Ma poi la me che se l’è chiesto è diventata un’altra. Com’è giusto. E si è portata via la matematica. Il concetto. Un lungo periodo di incertezza. Quando sono tornata a connettere ero da un’altra parte. Quasi mi fossi sottratta al mio stesso cono luce. Fuggita in quello che un tempo chiamavano l’altrove assoluto.

Comunque, era da un po’ che volevo chiederle il suo parere sugli psichiatri. Leggi quanto è negativo.
È sulla lista?
Perché non dovrebbe?
Ho sempre pensato che per voler fare psichiatria uno debba essere un po’ instabile di suo. Se la tua visione dei pazzi è troppo clinica parti svantaggiato. D’altro canto non basta essere fuori di testa.
L’ha sempre pensato.
Sí.
E adesso?
A cosa serve?
Probabilmente li conosce meglio di me. Non lo so. Direi che non me la vedo a bazzicare un branco di strizzacervelli. Dopodiché non ho idea di chi bazzichi.
Penso di poter dire che trovo i pazienti piú interessanti dei medici.
Anch’io.
Per lei quello che facciamo non è scienza.
No. I dottori le neuroscienze hanno tutta l’aria di evitarle. Vagano per le scissure armati di lanterna e portablocco. Non è difficile capire perché. Se una psicosi fosse solo una faccenda di sinapsi inceppate non dovresti avere semplicemente un’interferenza? Invece no. Ti ritrovi un mondo mai visto prima accuratamente confezionato e abbastanza eloquente. Chi è il responsabile? Chi è che corre di qua e di là a collegare i cavi penzolanti in modi nuovi e inusuali. Perché lo fa? Che algoritmo segue? Perché sospettiamo che ne esista uno?
Non ne ho idea.
I dottori non sembrano tener conto della cura con cui è assemblato il mondo dei matti. Un mondo che sono convinti di indagare mentre ovviamente non lo fanno. L’alienista percorre i contorni della pazzia come il prete quelli del peccato. Fermo sulla soglia del proprio mandato. A studiare con una smorfia una realtà che non sussiste. Alien nazione. Formula un’altra domanda. Concepisci una teoria. Il nemico della tua impresa è la disperazione. La morte. Proprio come nel mondo reale. Stavolta non la convinco.
Sto ascoltando. […]
Lei non pensa che il terapeuta abbia chissà che facoltà di guarire.
Io penso quello che pensa la maggior parte della gente. Che a guarire è l’accudimento, non la teoria. Il bene sparso per il mondo. E in ultima analisi potrebbe addirittura darsi che tutti i problemi siano problemi spirituali. Per quanto svitato fosse, Carl Jung a questo proposito aveva probabilmente ragione. Tenendo presente che la lingua tedesca non distingue tra mente e anima. Quanto alle case di cura, l’impressione è che un posto come la Stella Maris sia stato progettato con una certa cognizione di causa. Solo che non sapevano chi ci sarebbe arrivato. Trovo che in termini di cura qui non sia niente male, ma qui come ovunque la cura non riesce mai a stare al passo con il bisogno. Dopo tutti questi anni perfino i mattoni sono intossicati. Esistono dei rimedi ma non il rimedio. Luoghi che hanno accolto sofferenze straordinarie alla fine saranno dati alle fiamme o trasformati in templi.Luoghi che hanno accolto sofferenze straordinarie alla fine saranno dati alle fiamme o trasformati in templi.
Ha una visione cosí cupa su ogni cosa?
Io non la considero cupa. Mi pare semplicemente realistica. La malattia mentale è una malattia. Come altro vorrebbe chiamarla? Ma è una malattia associata a un organo che per la conoscenza che ne abbiamo potrebbe anche appartenere ai marziani. È probabile che il comportamento deviante sia un mantra. Nasconde piú di quanto svela. Fra i tanti problemi che il terapeuta deve affrontare c’è che il paziente potrebbe non desiderare di essere curato. Mi dica, dottore, che tipo sarei in quel caso?
I pazzi hanno un senso della giustizia?
È una domanda seria? Non si danno pace. L’ingiustizia è la loro preoccupazione principale. Mi pare che i suoi occhi inizino a velarsi. […]

Quando sono arrivata a casa mi sono seduta sul letto con la custodia sulle gambe e l’ho aperta. L’odore di un violino vecchio di trecento anni non assomiglia a nessun altro. Ho pizzicato le corde ed era sorprendentemente intimo. L’ho tolto dalla custodia e mi sono messa ad accordarlo. Mi chiedevo dove gli italiani fossero andati a prendere del legno d’ebano.
Ho tirato fuori l’archetto. Fabbricato in Germania. Splendidi intarsi d’avorio. L’ho teso e poi ho semplicemente iniziato a suonare la Ciaccona di Bach. In re minore? Non ricordo. Un brano cosí crudo, tormentoso. L’aveva composto per sua moglie, morta mentre lui era lontano. Ma non sono riuscita ad arrivare in fondo.
Come mai?
Perché mi sono messa a piangere. Mi sono messa a piangere e non riuscivo a fermarmi.
Perché piangeva? Perché piange?
Mi scusi. Per piú motivi di quanti potrei dirle. Ricordo di aver asciugato le lacrime dal legno di abete e di aver messo da parte l’Amati e di essere andata in bagno a sciacquarmi la faccia. Ma il pianto è tornato. Continuavo a pensare al verso: Che capolavoro è l’uomo. Non riuscivo a smettere di piangere. E ricordo di aver detto: Cosa siamo? Seduta lí sul letto con l’Amati tra le mani, talmente bello da sembrare irreale. Era la cosa piú bella che avessi mai visto e non riuscivo a capire come una simile cosa fosse anche solo possibile.
Vuole fermarsi?
Sí. Mi scusi.

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* in copertina
Big electric chair .
Andy Warhol
