Parole da un animale totemico
La distanza
è dove ci trovavamo
ma svuotati di noi stessi e avanti a
me sdraiati fra i giunchi a riflettere
persino le notti non possono tornare alle
loro colline
in qualsiasi momento
Preferirei che il vento arrivasse
da fuori da qualsiasi montagna
dalle stelle da altri
mondi addirittura
gelido come questo
mio spettro che mi
trapassa
Conosco il tuo silenzio
e la ripetizione
come quella di una parola nell’orecchio
della morte
che insegna
a se stessa
a se stessa
che è il rumore del mio fuggire
la supplica
la supplica che fa
che non udrai mai
O’ dio dei primordi
immortale
Magari avevo ragione
non su chi sono
ma d’accordo
fra le mura fra le ragioni
senza nemmeno attendere
non visto
ma adesso poggio sui miei piedi che poggiano sulla loro strada
i vecchi alberi sussultano e ancora sussultano
estranei
niente nomi per i fiumi
per i giorni per le notti
io sono quello che sono
O’ signore freddo come i pensieri degli uccelli
e tutti possono vedermi
Ancora catturato e ancora trattenuto
ripeto io non sono manna dal cielo
mi portano
nomi che si adatterebbero a tutto
me li portano
mi portano speranze
giro tutto il giorno
faccio funi
offro aiuto
I miei occhi mi aspettano
al crepuscolo
sono ancora chiusi
aspettano da tanto
e mi avvio per raggiungerli
Risalgo controcorrente
scendendo in acqua di tanto in tanto
le mie impronte asciugano le pietre prima
del mattino
la superficie scura
sfiora la notte
con il suo passaggio
Non ci sono stelle
non c’è dolore
non arriverò mai
incespico ricordando com’era
con un piede
un piede ancora dentro un nome
Posso voltarmi dalla parte delle altre gioie
e delle loro luci
ma senza trovarle
posso mettere le mie parole in bocca
agli spiriti
ma non le pronunceranno
posso correre tutta la notte e vincere
e vincere
Le foglie morte schiacciavano gli arti caduti delle erbacce
il mondo è tutto preghiere
giunte
a posteriori
una voce è tutta crepe
avvertita a posteriori
attraverso l’intera
distesa della notte
Non sono mai tutto
per me stesso
e a volte ci vado piano
sapendo che un suono un singolo suono
mi segue di mondo
in mondo
e che io muoio ogni volta
prima che mi raggiunga
Quando mi fermo sono solo
di notte a volte è quasi bello
come se fossi quasi arrivato
poi a volte vedo che spunta
nel cespuglio accanto a me la stessa domanda
perché ti trovi
su questa strada
ho risposto chiederò alle stelle
perché state cadendo e loro hanno replicato
quale di noi
Ho sognato che non avevo unghie
capelli
avevo perso uno dei sensi
non so bene quale
le piante mi si staccavano da sotto i piedi e
scivolavano via
nuvole
Un tutt’uno
piedi
rimanetemi attaccati
reggete il mondo leggeri
Stelle persino voi
hanno sfruttato
ma non voi
silenzio
buona sorte
che mi chiamate quando sono perso
Magari verrò
dove sarò da solo
e scoprirò
di essere rimasto lì ad aspettare
come un anno
nuovo scopre il canto del picchio muratore
Spediscimi in un’altra vita
signore perché questa viene meno
non credo che arriverà fino alla fine
*
Andarsene
Solo gli umani credono
che esista un’unica parola per l’addio
ne abbiamo una in ogni lingua
una delle prime parole che impariamo
È fatta di un saluto
ma se ne vanno
la mano alzata che si agita
il viso la persona il posto
l’animale il giorno
lasciandosi alle spalle il mondo
e ciò che si doveva dire
*
Imparare una limgua morta
[…] Quello che ricordi ti salva. Ricordare
non è ripetere, ma ascoltare quello che non è mai
caduto nel silemzio. Così il tuo apprendimento viene
da ciò che è morto, dall’ordine,, e da quello che di te senti
indimenticabile, la passione che ascolti
quando non hai niente da dire
da L’essenziale, V.II e V.I –
William Stanley Merwin
~~~~~~~~~
* dalla serie Re: Touch, the Arithmetics of Distance –
ph. Amanda Marchand

