Elegie – Carol Ann Duffy e Jacques Lipchitz

 

Prima che ti venga turata la bocca per sempre,
di’ quel che è

 

Meditazione – Jacques Lipchitz

 
 

*

E poi cosa?
 

Poi con le loro mani spezzavano il pane
salutavano soffocavano telefonavano colpivano cucivano

Poi con le loro mani stanche si lasciavano
cadere su un tavolo tenendosi la testa

Poi con mani gioiose ne afferravano altre
o fugaci accarezzavano la carne in un letto
accogliente

Poi con le loro mani sulla vanga
seppellivano i morti.

 
 

Donna Reclinata – Jacques Lipchitz

 
 

*

Santuario
 

Stamattina non sei incurabile, non ancora, puoi camminare
con dentro la malattia, al suo centro
la tua piccola perla di speranza, lungo il sentiero di accesso
dove alti, freddi pilastri sorreggono il cielo. Più avanti,
l’arcata di ingresso, bianco, benevolo; dottori sereni
ti vestiranno con panni puliti. Ora piangi
lacrime che non hai pianto per anni.
Sollievo.

Ormai, stando qui, quasi credi, arrivando
all’Accettazione, remissiva, cedi i tuoi vecchi vestiti
alle fiamme, dai il tuo nome. Grazie,
sì, sì, le parole ansiose come grani di preoccupazione.
Farai come ti è stato detto, qualsiasi cosa, accetterai
che l’acqua sia santa, faccia miracoli;
dato che un perfetto strato di carne equivale a un orecchio d’oro.

Sei malata. Questo placido mondo di spazio assorto,
filosofia, design, ti ha ingannato.
Dimentica. Dimentica come sei venuta qui, quali sofferenze
hai sopportato nell’attendere un’infermiera
nel Centro Circolare di Cura, il tuo cuore recitava il suo piccolo numero.
Voglio stare bene, richiamare questo trattamento lontana da qui,
superare il dolore per strada come un estraneo. Per favore.

Nella Biblioteca la tua mano tremante prende un libro,
sfoglia miracoli. Questi uomini sono stati salvati, prescrizioni
scarabocchiate sui loro sogni. Leggi del veleno,
olio, pomata, il sangue di un gallo. Poi la tua ombra
ti precede nella Camera dei Sogni.
Sognerai
di te, salmodierai la tua terapia non appena arriverà l’alba
con la luce per i ciechi occhi di pietra delle statue.

Inspira. Espira. Inspira. A volte ti svegli al buio,
tenendoti la mano come se rimarrai per sempre.
Ripensi. I mesi sono volati, quell’anno al Santuario
quando sei stata curata. Ricordi una faccia da giullare
fare la linguaccia allo specchio, la tua dedica
incisa nel Tempio dei Tributi. La sua palese bugia
arrossiva sul marmo, un tramonto mentre morivi altrove.

*

Preghiera
 

Certi giorni, anche se non possiamo pregare, una prece
si recita da sé. Così, una donna solleverà
la testa dalle dita intrecciate a setaccio e scruterà invece
le minime suonate da un albero, un dono inaspettato.

La verità, certe notti, seppure non abbiamo fede,
ci entra nel cuore, quel lieve dolore che conosciamo;
e un uomo attonito ode la sua giovinezza
nella nenia latina d’un treno che passa lontano.
Ora prega per noi. I primi fraseggi di una scala musicale
consolano l’inquilino che guarda oltre un piccolo centro
delle Midlands. Poi il crepuscolo, e si sente qualcuno chiamare
il nome d’un bimbo come nominasse la perdita che ha dentro.

Fuori l’oscurità. Dentro, alla radio le preghiere…
Rockall. Malin. Dogger. Finisterre.

 
 

Abbraccio – Jacques Lipchitz

 
 

*

Anne Hathaway
 

Il letto su cui ci siamo amati era un mondo vorticoso
di foreste, castelli, fiaccole, scogliere, mari
dove lui si tuffava in cerca di perle. Le parole del mio amato
erano stelle cadenti sulla terra come baci
su queste labbra; il mio corpo ora una rima più soave
col suo, ora eco, assonanza; il suo tocco
un verbo che danzava al centro di un nome.
Certe notti sognavo d’essere scritta da lui, il letto
una pagina sotto le sue mani di scrittore. Idillio
e dramma recitati dal tatto, dal profumo, dal sapore.
Nell’altro letto, il migliore, i nostri ospiti poltrivano,
sbavando la loro prosa. L’amor mio, vivo e ridente –
lo trattengo nello scrigno della mia testa di vedova
come lui mi teneva in quel secondo letto accanto.

*

Acqua
 

La tua ultima parola è stata acqua,
versata in una tazza di plastica di un ospedale, accostata
alle tue labbra – un piccolo sorso, un mezzo sorriso, un sospiro –
poi, nella sedia accanto,
mi sono addormentata.
Addormentata per tre ore perse,
solo per risvegliarmi, assetata, sentire e poi vedere
fuori in un cespuglio il richiamo di una gazza –
l’alba repentina – e trangugiare dalla tua tazza ancora piena.

Acqua. Le volte che da bambina chiedevo
da bere, finché non arrivavi, sedevi sul bordo
del letto al buio, tenendomi la mano,
così come ce la siamo tenuta adesso e tu sei morta.

Un’ultima buona parola.
Notti da quando ho pianto, ma sono andata
accanto a mia figlia con un bicchiere, l’ho guardata
bere e poi dormire. Acqua.
Quel che una madre porta
ancora al buio
ad una figlia assetata.

 
 

Figura – Jacques Lipchitz

 
 

*

Il silenzio
 

Se la poesia potesse davvero dirlo al contrario, comincerebbe
da quando la granata ti ha falciato nel fetido fango…
ma ti alzeresti, sorpreso, guardando l’orrido sangue sparso
risalire dalla melma alle ferite;
vedresti file e file di ragazzi britannici al replay
tornare alle trincee, baciare le foto di casa –
madri, amori, sorelle, fratelli più piccoli
senza entrare nella storia, ora
per morire, morire, morire.
Dulce – No – Decorum – No – Pro patria mori.
Ti allontaneresti.
Ti allontaneresti, gettando il fucile (baionetta in canna)
così come tutti gli altri commilitoni –
Harry, Tommy, Wilfred, Edward, Bert –
e ti accenderesti una sigaretta.
C’è del caffè in piazza,
pane caldo francese
e tutte quelle migliaia di morti
a scrollarsi il fango secco dai capelli
e, in fila, verso casa. Di nuovo vivi,
un ragazzo canterebbe Tipperary alla folla, liberata
dalla Storia; cavalli lucenti e robusti degni di eroi e di re.

Ti appoggeresti a un muro,
i tuoi milioni di vite ancora possibili
e stracolme d’amore, lavoro, bambini, talento, birra inglese, buon cibo.
Vedresti il poeta metter via il taccuino e sorridere.

Se la poesia potesse davvero dirlo al contrario,
allora lo farebbe.

 
 

Donna appoggiata a una colonna – Jacques Lipchitz

 
 

*

Premonizioni
 

Ci vedremo la prima volta, quando il tuo ultimo respiro
si freddava come un uovo nel mio palmo;
tu morta, e fuori un tordo
cantava il mattino.
Mi ritirai dalla stanza, sentendo
tra le braccia, i fiori ravvivarsi e brillare.

La notte prima c’eravamo viste di nuovo per ritrattare
insopportabili addii, e vedere
i nostri occhi illuminati da lacrime infilate di nuovo.
Oh, all’improvviso venne il desiderio –
sebbene ti conoscessi appena –
distare alla porta di casa tua,
a sentire il battito del mio cuore e calmarsi,
mentre ti portavano dentro, casa, casa e convalescenza.
Le lente settimane, a togliere la sedia a rotelle, le medicine,
la maschera e la bombola di ossigeno, la padella,
gli appuntamenti dei dottori,
finché non fu di nuovo estate
e ti vidi aprire le porte alla grazia del tuo giardino

Bello e singolare vedere
i fiori attaccati alle loro premonizioni,
l’erba a farsi dolce e fresca e verde
dove un’ape si ritirava ebbra da una rosa.
E tu eri là, con in mano due bicchieri di vino agrumato,
a venirmi sempre incontro, la tua magnolia
che si sposava con l’aria di maggio.

Come parlavi! E come ascoltavo
incantata, umile con l’amore di una figlia,
le tue storie strabilianti, le tue sagge parole,
la gioia del tuo accento, non inglese, ballerino, ilare;
guardandoti i capelli ceneri infiammarsi di rosso,
l’amabile litania di chi eravamo state
che mi facevo mettere le mani tra le tue, calde,
più giovani delle mie ore.
E la luna l’unica ora. E il conforto del crepuscolo.
E tu mia madre.

*

Addetto ai cuori
 

Mentre salgono sulle barche, dal sentiero,
io sono lì al mio posto sotto gli alberi,
a elencare le categorie. Umiltà. Pudore.

Le mie pratiche con la vita sono state sbrigate tanto tempo fa,
immagino di somigliare all’ombra o alla filigrana.
Sono una preghiera non esaudita, come la poesia. Terrore.

Qualunque cosa abbia fatto – può essere stato quello –
ora le osservo tutti andar via, percepisco i loro cuori;
vecchi diari letti in un batter d’occhio. Accettazione. Disprezzo.

Dimenticheranno, ma prendo il tempo, devoto,
addetto ai cuori. A volte sosta sul ponte
mentre vanno alla deriva sempre più morte…

un martin pescatore, sfreccia controcorrente, gioia come colore;
poi un tuono in alto, un ribollire di ultime parole,
e le loro barche svanire nella pioggia greve.

*

Fede nuziale
 

Quando l’ho sfilata dal dito di lei
e infilata nel mio,
ho sposato la sua assenza;
gli anni tra il suo trapasso e il mio.
La piccola o in amore e distacco.

 
da Elegie
Carol Ann Duffy

 
 

*

 
 

Il canto delle vocali – Jacques Lipchitz

 

 
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* in copertina
Strumenti Musicali Jacques Lipchitz
** L’opera “Il Canto delle Vocali” prende il nome da una preghiera di varie tradizioni antiche (greche, egizie, tibetane) composta unicamente da vocali. Si credeva che la ripetizione prolungata delle vocali avesse il potere di placare le forze della natura, di poteri mistici e curativi.