“Cerco l’uomo” – Diogene

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Un segno siamo, privo di significato, senza dolore siamo
e abbiamo quasi perduto nell’
estraneo la lingua.
Friedrich Hölderlin

 

 

 

 

Gridi acuti di donne accarezzate,
I denti, gli occhi, le ciglia bagnate,
Il vago seno che scherza col fuoco,

Il sangue che arde in labbra che s’arrendono,
Le dita, i doni estremi che difendono,
Tutto sotterra va, torna nel giuoco!
 

Il cimitero marino
Paul Valery

 

 

 

 

“Ricordatelo: io sono esistito”. Questo monito dell’amico poeta Samuil Viktorovič Kissin (detto Muni), riportato da Chodasevič nelle sue memorie sepolcrali sugli scrittori russi, contiene, accanto alla trita certezza fattuale, una verità esoterica su cui vale la pena di riflettere, se si vuole comprendere dove nasce e dove finisce la memoria. Muni, che non era mai riuscito a portare a termine le sue poesie, non intendeva certo affermare che il suo nome non sarebbe stato dimenticato. Al contrario, il suo monito è una profezia sull’oblio che gli sarebbe immancabilmente toccato e sulla sua inestricabile connessione con la memoria. «Ricordati, – egli sembra dire, – non di questo o quell’evento o aspetto della mia esistenza, ma di ciò che non può che essere dimenticato: il puro fatto che io sono esistito. Non rammentarti nulla di me, se non questo immemorabile». Cioè: dimenticami, ma serbami nel tuo oblio, non dimenticare di avermi dimenticato.
 

Alla Foce –
Giorgio Agamben

 

 

Il termine latino contagium, che designa il contatto fra due corpi, deriva dal verbo tango, che significa «toccare».

 

Ogni conoscenza intende un inconoscibile, ma non come un oggetto, bensí come qualcosa che è contenuto al suo interno e la costituisce: cioè, non come un quid inconoscibile, ma come una zona di non-conoscenza. Il suo conoscere è, in questo senso, già sempre «sapere di non sapere», riconoscere un’inconoscenza (nelle parole di Jesi: «ricognizione di modalità di non conoscenza»). Ma questo è precisamente ciò che costituisce la conoscenza filosofica come amore della saggezza. Poiché noi possiamo amare, provare philia, solo là dove non conosciamo. Certo, «solo chi ama conosce», ma appunto nel senso che conoscere è costitutivamente riconoscere una zona di non-conoscenza (riconoscere, cioè mantenersi in relazione con essa). C’è, in ogni autentica conoscenza, un punto in cui non conosciamo piú, ma siamo in contatto, e precisamente questo punto è ciò che dà valore alla conoscenza. Ogni conoscenza tende verso questo punto, ma per definizione non può raggiungerlo in quanto conoscenza. Il modo in cui la conoscenza concepisce il suo rapporto con la propria zona di non-conoscenza ne determina il rango e la sobrietà. Ogni uomo è scosso fin nelle sue fondamenta piú intime dall’incontro con questa zona di non-conoscenza. E certo questo è il suo «pensiero segreto», il suo «mito». Ma ogni contegno umano che eriga in un rituale il suo rapporto colla non-conoscenza testimonia dell’insufficienza della pratica conoscitiva in cui è inscritto. Poiché esso misconosce il carattere piú proprio della non-conoscenza, che non è tanto quello di dover restare indefinibile per probità scientifica, quanto piuttosto quello di scomparire in quanto segreto per risolversi integralmente nell’amore della saggezza.
 

Alla foce
Giorgio Agamben

 

 

 

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* ph. Kirk Weddle
** ai mille corpi di migranti morti nell’ultima tempesta del Mediterraneo e dei quali ora lentamente ritorna qualche corpo.