Dall’Inferno – Giorgio Manganelli, e Anselm Kiefer

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Non so che mai sia l’inferno; io soggiorno da sempre in questo nonluogo; diciamo che sono un socio fondatore. Se è l’inferno, e non posso escluderlo, io sono un dèmone, ma se sono un dèmone, sono io che faccio sì che l’inferno sia tale; se, pur essendo dèmone, io mi dichiaro sprovvisto di poteri locali, o avendoli mi impegno a non esercitarli, l’inferno cade, se mi capisci, nell’inferno di se stesso. Giacché tu puoi aver ragione quando dici che questo è l’inferno, ma non spieghi quel che è essenziale a intendere la nostra collocazione, la tua non meno della mia; cioè se l’inferno sia o meno all’inferno. Ma se possiamo collocare l’inferno all’inferno, o vedervelo precipitare, forse quella che tu chiami “la gioia dell’inferno” diventa intellegibile. Giacché è certo che una qualche gioia dell’inferno tu hai conseguito.[..]

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Anselm Kiefer

La città comprende criminali, ruffiani, puttane, preti, giudici, carnefici, streghe; anche innamorati.
– Esiste un re? Uno?
– No, Non esiste. E poiché ciò che in questa città non esiste, non è mai esistito, è presumibile che qualche luogo sia possibile solo l’assenza del re. Sebbene di codesta assenza ci sia molto da dire.
– È una assenza sostanziale?
– L’assenza come sostanza.
– Questa assenza esige riti e cerimonie?
– Appunto; l’assenza non è immune da una sorta di fragilità, va custodita con gesti accurati e preziosi.
– Li seguono i preti?
– I preti sono esclusi da qualsiasi rapporto con l’assenza; i gesti rituali vengono eseguiti clandestinamente, casualmente, in luoghi appartati, da criminali e streghe ansiose del fuoco […]
– L’assenza dunque non ha sede?
– L’assenza ha sede dovunque; per questo in qualsiasi posto è possibile eseguire cerimonie che le appartengono.
– Tu hai parlato dell’alba e del tramonto. Sono queste cerimonie dedicate all’assenza?
– Data la natura della città, vi sono contemporaneamente molte albe e molti tramonti; né fanno difetto i meriggi. Ma nessuna alba assomiglia ad altra alba. La città sperimenta albe cadaveriche, distese su lunghi catafalchi di pallore […] albe incapaci di partorire un giorno. Albe giovani e clandestine, animalesche, minute, celeri, non immuni da un esangue soggiorno di luminiscenze stellari, albe infantili e moriture, nelle cui vene men che azzurrine circola una rapida ed effimera gioia, un ridere blando dei polsi. Altre albe sono solo cavità di lume, grandi vacui nei cieli, un’epifania del niente, una cerimonia frigida di nebbia, cui non darà vita il sangue dell’aurora […]
– Parlami dell’aurora
– Incendia il cielo, che ci dona la sua sterminata grazia di cenere; si dissangua, superna suicida, in rosso piova; orna il meretricio tristo e ostinato del giorno. L’aurora è la catastrofe quotidiana della luce […]la decapitazione del sole.
– Che sapete del sole?
– Nulla, forse non esiste nulla cui spetti tal nome; ma è una paura ininterrotta. Ci si addice questa ostinazione della nebbia, che ci elude il suolo e storna dal cielo. Nulla temiamo più di questo, che si laceri per malizia ignota il sudario del cielo, e che appaia non più cadavere il luogo dell’inizio. Temiamo che esca, da quel forame, una luce che ci costringa a sapere tutto dell’inferno – anche se esista, se sia questo. Noi temiamo le vicende del giorno.
– Ma si distingue qui giorno da notte?
– Naturalmente no. Ma esiste un modo notturno del giorno, e un modo diurno della notte. Coesistono, sono l’uno e l’altro. Ma la notte ci è consueta, non mai il giorno. Se una lama di luce attraversasse il cielo, la notte inorridita ne morrebbe.
– Dunque siete certi che un cielo oltre la caligine pur sempre esista.
– E’ un ingegnoso modo di dire; ma anche un modo per discorrere della nostra paura. Tenerle testa; d’altronde la continua presenza della notte ci rassicura.
– La città abita la notte?
– La notte interpreta tutto ciò in cui si colloca la città. Traduce la città per l’intelligenza dell’assenza, e fa da messaggera taciturna ed esangue dell’assenza.
– La città conosce il sonno?
– Conosce i sogni; dovunque, anche tra i sassi, i ruderi, le fogne, vedi divincolarsi membra smozzicate di sogni. Da culmini di antichi, disabitati palazzi pesantemente cadono viluppi di piumosi e rostrati incubi. Morbidi fantasmi oscillano ai limiti di strade abbandonate.
– Vi sono sogni amorosi?
– Qui non si danno genitali, non v’è copula, concepimento o parto; ma solo un indefinito decadere, che pare non abbia mai termine […]

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Anselm Kiefer

Mentre medito, Io mi trasformo: prima in feci, poi in liquame, poi in corrotto corpo, poi in mefite, infine mi scopro disegno di limpida aria, ma immerso in tenebre totali, in perfetta notte, nel cuore del nero. Attorno a me non vi è traccia di tristizia di oggetti, aromi, calore; solo buio.
– Corretano – oso gridare – qui è notte; ma questa è notte notturna, non già stercata. Dove sono, dunque? Mi è lecito teologizzare? O proprio ora l’inferno mi si chiude addosso, e la mia storia è perfetta?
– Come tu hai detto, sei nella notte. E dunque sei centro.
– Che vuol dire dunque?
– In che altro mondo, amico, potresti essere nel centro? Sono la notte ha un centro. In altro luogo, dove che sia, tu diurno non sarai mai nel centro; ed anzi abbi per certo, dove è luce non è centro, dove le cose ti si affollano attorno con i colori che intrattengono, dove nascono animali e verdeggiano alberi, dove v’è alba, aurora, tramonto, crepuscolo, dove il meridie illumina le linee, cancella le ombre; lì non si dà centro. Tu vaghi sempre e solo nella periferia, nei sobborghi, chiedi la strana a distratti ruffiani che sempre più ti spingono verso ulteriori deserti, accecati dalla luce del noncentro. Ma se al ludibrio del sole volgi la schiena, se si deliberatamente ti accechi, se neghi l’insulto della nascita e l’invasione geometrica degli oggetti, se con la mano paziente cancelli i disegni infuocati del cielo, se irridi come mediocri effetti speciali giochi inonestii dell’aurora e del tramonto; se, insomma, ti immergi in questo spazio tristo e veritiero della notte; se scegli il buio; se ti immergi nelle tenebre, se ti fai notturno, senza frode d’alba e illecebre d’aurora; se ti poni nel luogo non misurabile, senza confini, senza origine né fine, senza forma, più acquoso dell’acqua, più arioso dell’aria, più ombratile dell’ombra, questo luogo linea, ma antecedente a qualsivoglia numerazione, questo mondo senza mondo, allora, amico, tu non potrai non essere nel centro, abitare il centro, essere infine tu stesso il centro; e dovunque tu andrai, ti porterai teco il centro e la notte perfetta e inattaccabile, la pagina su cui non è possibile scrivere, la terra che nessuno feconderà, tutta la notte, il buio, le tenebre, ti seguiranno, e non vi sarà momento, mai più momento in cui tu non sia nel centro, del centro, il centro. Ogni teologia è della notte, o di che altro? Ma tu ora non fare teologia, amico, questa notte è stata il premio alla tua sagace sconfitta; ma vedi, tu hai paura, tu teologizzi secondo le regole impure del giorno, tu delle tenebre tenti una lettura tenebrosa, non già la lettura della voce secondo tenebre; il labirinto ti strema, ma il cerretano sosta con te, indugia in mediocri giochi di parole, e la bambola ti ha torturato e sconcacato, per questo ora ti è concesso questo tiepido sapore di notte […] Giungerà l’ora che ti sedurrà la lunare nostalgia notturna
– Sorgerà dunque la luna a disperdere le tenebre di cui non sono degno?
– Ho detto solo “lunare” e “notturna”
– Dunque sarò illuminato dalla luna.
– No.
Forse la luna non potrà scendere con la sua luce fino a me, ma disperderà a caligine universa che ora mi sgomenta.
– Mio caro, ora saprai.
E seppi che io ero la luna. Misteriosamente luminoso, invano allontanavo da me le tenebre; procedevano i miei raggi gelidi e accecanti, ma per quanto oltre si spingessero, oltre l’oltre cominciavano le tenebre; indifferenti, distratte, deserte, ignare di me luna e della mia luce. Indagavo me stesso insieme immoto e precipite nei cieli, e mi sapevo qual ero: luogo arido da sempre, segnato da prosciugate piaghe di obliate ferite, spazio di crateri senza fuoco, di mari vedovi di lacrime marine, di monti acuminati rasoi incapaci di brughiere; grandi ombre correvano lungo il me stesso celicolo, schegge di tenebre, ignare di sollievo e di nascoste tregue. Percorrevo instancabile me stesso, e me stesso riconoscevo, e cortesemente salutavo, luminoso, vacuo, morto. Salma di corporea roccia, veloce la mia corsa per gli spazi, a spostare tenebre che alle mie spalle tacite si richiudevano. Sebbene quel mio tondo nome fossi inciso di cicatrici esangui, io non rammentavo di avere storia; ero stato io luna fiammeggiante luogo di vulcani, ilare di lave, furore di magma? O mi aveva percosso la fionda perversa di asteroidi, avevo urlato di dolore nel vuoto, trafitto a furia, sanguinante stella? Forse le mie piane erano state brucate da animali pazienti e aggraziati, e quel che su di me nominavo sabbia era il polverio di un millenario ossame […] Non cercavo su di me tracce di quel sangue: semmai vi fu, antichissimo, ormai ombra, men che polvere; o forse in una mia rapida e forse iraconda orbita avevo smarrito la mia pellegrina d’aria, e gli animali tutti erano morti, su di me prima di fiato ed io stesso ero morto all’aria, e m’ero trasformato in quella strana faccia abbagliante senza bocca onde parlare. Pesci avevano notato nel fondo dei miei mari, anfibi avevano giocato sulle mie rive, s’erano levati uccelli e rettili alati. Ora mi descrivevo quale mi sperimentavo, cimitero senza morti; non putrefattibile salma; custodito per l’eternità nella teca tenebrosa dello spazio, ironico corpo numinoso, incorruttibile, instancabile quanto inane miracolo di luce contro la pazienza delle tenebre. Dalle bocche innumere dei crateri non usciva; aveva perso cognizione d’ogni linguaggio, e sebbene delle descrizioni di me stesso si dicesse che per certo quel corpo di luce a mezz’aria era numinosa corsa, e per certo adorato, ignoravo chi e donde mi adorasse ; ma qualcosa tentava vanamente di conseguirmi, ectoplastiche preghiere tentacolari. Procedevo in solitudine totale: su di me s’erano per certo spente comete, avevo disgregato con la violenza della mia luce pianeti e soli, e dunque noi due restavamo, luna e tenebre. Ruotante sasso e insieme iddio, volitavo nella cavità che era ospizio della notte. Eseguivo miracoli destinati a nessuno. Enunciavo comandamenti, vincolanti per i deserti. Dalla mia aridità emanava un soffio teologico credo che non descriveva nulla [..] Non era tempo di stagioni, non iniziavo e non terminavo. Cadavere celicolo!! La mia luce era il fasto del mio interminabile funerale; io correvo per seppellire me stesso nel sudario astratto della notte illimitata.
No – mi disse sommesso il cerretano – non riuscirai a seppellirti, non riuscirai a celebrare la tua assenza. Nella tua decrepitezza sei intatto. La tua luce si moltiplica mentre declini verso un’irraggiungibile conclusione. Sei immobile e senza pace. Sei arido e retorico. E’ vero: sei un travestimento di nume; ma non tentare miracoli; sei taumaturgo solo nel vuoto; ti inseguiranno suppliche e sommesse musiche. I vivi abbisognano di te morto. Solo in tal modo tu sei intimamente inteso come nume. Una salma percorre i nostri cieli. Solo la salma trattiene luce; solo l’incorrotto corpo del fittizio santo emette ininterrotta luce. La tua inconsumata consumazione è necessaria all’inconsumabile vita. Il brulicante mondo dei semi ti scongiura eternamente di esistere globo inesistente. Brucia della tua luce fredda. Consacra l’erba, non dar tregua alla notte, oh grande sconfitto. [..]

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Anselm Kiefer

Talora il mio grido a me stesso dentro a me stesso mi giunge sordo; ma non odo risposta, e rammento quanto fosse vocifera e argomentativa la bambola interiore, cammino a lungo, e tenebrosamente. Mi rammento di me stessa luna, e mi chiedo se spunterò dentro a me stesso, se io non sia destinato a diventare il mio stesso firmamento …
– E’ accaduto finalmente qualcosa?
– Qualcosa accade ininterrottamente, ma non accade mai.
– Dunque qualcosa deve ancora accadere
– E’ già accaduto; accade; accadrà. Ma forse sarà inutile. Forse occorre che qualcosa non accada.
– Vuoi che io mi astenga dall’accadere?
– Ti sarebbe impossibile. Tuttavia, potrebbe accadere che tu non accada.
– Ero città. Sono stato io a voler essere quel che sono? E poi che sono?
– No, non sei stato tu. Or ora supponevi di essere il tuo sepolcro; mi piace; è impossibile scegliere di diventare il proprio sepolcro; però si può crescere fino a diventarlo.
– Sono cresciuto tanto?
– Non credo.
– Debbo continuare a crescere?
– Qui non si cresce.
– Si resta uguali, dunque.
– Mai più; sei stato luna, animale, città; sei instabile come tutto ciò che è quaggiù uso. Qui si diventa.
– E il labirinto?
– Si diventa labirinto.
– Come posso camminare nel labirinto, se sono diventato io stesso il labirinto?
– Poco fa camminavi dentro te stesso e chiamavi; volevi sapere se eri cavo
– Sono cavo?
– Tu hai viaggiato dentro te stesso; che cosa hai saputo?
– Non so; temevo ci fosse la bambola. Forse c’è.
– Non pensi che anche la bambola possa accadere, divenire, essere instabile?
– Vuoi dire che posso essere abitato da una bambola metamorfica?
– Tecnicamente è possibile; ma non voglio entrare nella tua cavità. Sono necrofilo ma claustrofobo. [..]
– Ho udito molto frastuono quando sono accaduto da città a quale ora sono.
– La città era stanca di essere se stessa; ogni cosa quando accade in altro è sfinita di sé. Tu ora sei la morte della città, ma non più duraturo della città.
– Dammi un ordine. Forse voglio già morire a me stesso.
– Troppo presto. Comunque, non do ordini. Nessuno dà ordini; rammentalo.
Alle parole segue un sibilo, un guizzo sonoro di cosa che si consuma come per occulta fiamma, forse l’informatore è accaduto in brace e va accadendo in cenere. Una folata di vento mi copre di mite caligine odorosa di fumo. Provo un istante di gratitudine, chiudo la tregua, lentamente mi incammino. Ora suppongo mi spetti questo mondo sobrio di essere, camminare. [..]

 

da “Dall’Inferno” –
Giorgio Manganelli

 

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Anselm Kiefer

 

Appendice

Colui o colei che golosamente acquistasse il presente volumetto adescato dall’ammicco turistico del titolo, sperando di trovarvi non inutili indicazioni per un verosimile soggiorno a conclusione di una vita operosa; la famigliola che lo acquistasse fiduciosa di un sereno findisettimana, con il cestio delle vivande e la a buona ciarla dei nonni; costoro sprecherebbero il virtuoso denaro. Infatti, dal punto di vista turistico, che poi è quel che più interessa, il testo è dispersivo e inattendibile, un esempio di pessima professionalità. Qui non mappe dell’Ade, non percorsi panoramici, raccomandati, non ristoranti stellati, non indicazioni sui cibi locali, sugli orari dei negozi, non indirizzi utili, necessarie notizie sulle usanze degli indigeni, pratiche doganali, feste folcloristiche, pubbliche esecuzioni, consuetudine nel sesso e orari delle cerimonie religiose. Al posto di quel che chiunque con legittima impazienza chiederebbe ad una guida che parrebbe destinata a colmare un incomprensibile lacuna, si troveranno aneddoti men che insignificanti: chiacchiere scipite con anfesibene, lezioni universitarie, velleità autoteologiche da parte di divinità inattendibili o almeno assai sospette, la descrizione inadeguata di una città inospitale, cicalate lunatiche e lunari, e un badinage scriteriato con una bambola interiore. Ci sarà anche un Divin Feto, ospitato nel triste budello di un cavernoso presepe, e la descrizione diseducante di quel che ivi accade, di nessun interesse turistico; e infine vi si ciancia di alluci e suburra. Certo, se tra i lettori vi saranno alluci – anche nasi- intendo dire appunto alluci lettori, forse vi troveranno allusioni a non sgradevoli fantasie, e ricordi, e speranze; giacché gli alluci hanno del sentimentale, e non disdegnano le complici e delicate amicizie. A parte costoro vi sarà qualcuno disposto a intraprendere un viaggio costoso per assistere ad “albe cadaveriche”? Certo, a loro modo fanno turismo, come sabbie dorate, languide palme, e fervidi vulcani. Ma, onestamente, di qual sorta di turismo stiamo parlando?

Giorgio Manganelli

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Anselm Kiefer

 

* in copertina
“Oh Halme, ihr Halme, oh Halme der Nacht” –
Anselm Keifer