“Moi. Je seulement peut-être SUIS”

E’ un verso della poetessa Patrizia Vicinelli, grande sperimentatrice del linguaggio poetico.

patrizia vicinelli

E capita
E capita (sono solo) (?)
O accade: no; sono.
Allora ascolta la musica
Stanno eleggendo. LA LA LA
Moi. Je seulement peut-etre SUIS
LA LA LA. E capita la nuova: SOLUZIONE
Che letto. Come letto. Quando.
O accade: la psichiatria. Analisi
d’un letto, (sono solo) (?) CERTO.
Il fatto del letto è il sono.
LA LA LA Adesso ascolta la musica.
Vuoi venire? Tu? Se ti spogli.
Lo eleggeranno, lo sai. Proprio
solo, je suis peut-etre. Nel letto
Come sei freddo per questa terra.

 

vicinelli3

Un ricordo e un omaggio alla poetessa di Maurizio Spatola:

Pensare a te, Patrizia, mi confonde le idee, i ricordi (sussulti di ricordi) compaiono su piani diversi, che a volte scorrono uno sull’altro, a volte si urtano frantumandosi e talora imprevedibilmente combaciano, come in un perfetto aggancio in orbita. Non riesco cioè a riflettere su di te e sul tuo tormentato percorso poetico ed esistenziale in modo logico e costruttivo, seguendo ritmi consequenziali, neppure di quelli che consentono sbilanciamenti e deviazioni: non mi lasci tranquillo nemmeno oggi, insomma, tanti anni dopo, amica mia mordi-e-fuggi, ora emergente all’improvviso in un turbine di parole e di ammiccamenti (bicchiere in una mano, sigaretta nell’altra), ora dissolta in anni silenti brevemente interrotti da lampi di notizie riportate o da ombre cinesi di tue poesie, talora visualdirompenti, pubblicate qua e là, magari molto tempo prima o molto tempo dopo l’ultima tua apparizione. Comincia dalla fine il film, come direbbe Corrado Costa: da quella fossa nel cimitero bolognese di Borgo Panigale dove un pomeriggio di primavera del 1991 sostai attonito, un mazzo di otto rose rosse fra le mani (otto come le lettere che compongono il tuo nome), stupefatto per la nudità della tomba, senza nome, neppure un piccolo segno della tua presenza sotto quella terra: conoscevo bene le ragioni tristemente pratiche che impediscono la posa di una lapide in tempi brevi, ma non mi aspettavo un così totale anonimato. Non ricordo, o preferisco non ricordare, ciò che pensai allora. Solo adesso, rileggendo, viene spontaneo ripararmi dietro a un tuo verso, pubblicato a diciannove anni su “Bab Ilu”, al centro della breve poesia E Capita: “Moi. Je seulement peut-être SUIS”. Suggestione? Chissà. Quella poesia però finisce, dannazione, con quest’altro verso: “Come sei freddo per questa terra”. Unica ragazza al tavolo di legno dell’osteria di via dei Poeti, agitavi i tuoi capelli biondi ridendo e vociando sotto l’occhio severo del busto di Carducci, fra il gruppetto di giovanotti vagamente ebbri, non so se più per l’albana e il lambrusco, o per le diatribe su Rimbaud e Pasolini, su Pound e Breton: ecco il positivamente sproloquiante Giorgio Celli, il riflessivo Miro Bini, lo scanzonato Carletto Negri, il contegnoso Carlo Marcello Conti e quello dai capelli bruni riccioluti con l’idea fissa in testa, fare una rivista di poesia. Secondo nel bere soltanto a Celli, quello era mio fratello Adriano. In disparte, sedicenne silenzioso e intimidito, stavo io, gli occhi fissi su di te, Patrizia: te lo posso mandare ora, quel bacio che avrei voluto darti quasi mezzo secolo fa? Nasceva “Bab Ilu” [edizione online qui] in quei giorni (ne uscirono solo due numeri, nel 1962) e tu, forse proprio tramite Adriano, avresti conosciuto nelle rare opere e poi incontrato di persona a Roma Emilio Villa, che avrebbe dato un’impronta rilevante al tuo modo di fare e vivere la poesia. Ma intanto vivevi e scalpitavi a Bologna, in quell’irregolare e intricato quadrilatero medioevale attorniato dalle antiche Porte, frequentando con quel gruppo di scapigliati anche altre osterie diventate ritrovi di ricercatori di nuove strade poetiche e artistiche: il Sole, per esempio, quasi sotto le Due Torri; o il Moretto, poco fuori Porta D’Azeglio, dov’era facile incontrare anche il giovane Francesco Guccini. Alle riunioni redazionali di “Bab Ilu” tu non partecipavi quasi mai, eri per così dire un’irrequieta simpatizzante. Eri anche una precoce femminista, disinibita quanto basta, almeno per i tempi. Ho un tenero e imbarazzante ricordo di te, durante il periodo bohémien di Adriano, rifugiato, dopo un aspro litigio con nostro padre, in quella stanzetta al primo piano di una vecchia casa in vicolo Bolognetti, fra strada Maggiore e via San Vitale a due passi dall’Università. Io fungevo da tramite con la complice mamma, portando a mio fratello vettovaglie e la biancheria lavata e stirata: una volta mi apristi la porta tu, salutandomi con un allegro “ciao, cosa porti di buono?”, assolutamente incurante del fatto che eri in sottoveste (rosa, mi sembra). Un dettaglio insignificante, un cammeo. Spero che ora i biografi tuoi e di Adriano non si avventurino in congetture su una vostra relazione: se qualcosa ci fu, si trattò di affettuosa amicizia, nulla di più (se tu fossi ancora tra noi, mi daresti di gomito: “vecchie storie, lascia perdere”). Mi perdonerai se mi riaffiora alla mente la breve poesia, scritta da un’altra donna molti secoli fa, che una volta usai come incipit di un articolo sull’8 marzo: “C’è sull’alto del ramo, alta sul ramo / più alto, una mela / rossa: / dai coglitori fu dimenticata. / Dimenticata? No! Non fu raggiunta”. La poetessa in questione si chiamava Saffo ed era anche lei un bel tipino trasgressivo, ma con una notevole differenza: a te piacevano solo gli uomini e, soprattutto, tu piacevi agli uomini, tanto che nell’agosto ‘67, a Fiumalbo, fosti l’involontaria origine di un casus belli. In quel paesino sull’Appennino modenese era stato organizzato da Costa, Parmiggiani e Adriano, un incontro internazionale di giovani artisti e poeti. La maggior parte di noi pernottava in innocente promiscuità sotto un’enorme tenda militare americana, eretta in prossimità di un torrente. Non eri la più graziosa delle giovani donne presenti: la poetessa jugoslava Biljana Tomić e la biondissima moglie di un’artista tedesco erano più appariscenti, ma soggiornavano in albergo, mentre tu stavi sotto il tendone con la “truppa”, insieme anche alla moglie e alla figlia tredicenne di Henri Chopin, a riprova della totale assenza di malizia in quella convivenza. Così non la pensarono alcuni allegroni del posto che nottetempo, piuttosto alticci, t’inseguirono fin sotto il nostro riparo. Fra i difensori della tua virtù spiccò il robusto Gian Pio Torricelli, che rischiando lo strangolamento riuscì a spezzare il braccio di un aggressore. Risultato: il giorno dopo Fiumalbo fu invaso da polizia e carabinieri, fummo tutti identificati e definiti sulla stampa locale “pseudoartisti, capelloni e anarcoidi”. Era la prima volta (e fu anche l’ultima) dal dopoguerra che il paese era amministrato da una giunta di sinistra, il cui sindaco Mario Molinari, comunista e patrocinatore dell’iniziativa, non venne più rieletto. Ma tu, di quella “occupazione” di Fiumalbo da parte degli artisti, divenisti il simbolo. Subito dopo, il tuo percorso di vita assume il ritmo che Francesco Leonetti ha ben condensato nella sua prefazione a Non sempre ricordano: “…a perdifiato, a perdizione, a scommessa, a capitombolo, a pura fuga, nelle passioni sfrenate…”. Lo stesso ritmo convulso del tuo nuovo modo di scrivere e di manifestarti artisticamente, sia sulla pagina sia sulla scena, prima del lungo, volontario esilio (o fuga?) in Nord Africa: il motivo, una condanna per il possesso di pochi grammi di “fumo”, mi sembra troppo banale per giustificare una così lunga assenza, culminata poi, al ritorno, in un’evasione dal carcere torinese delle “Nuove”, in un nuovo arresto, e infine nella pena, scontata poi in modo creativo a Rebibbia dove organizzasti un lavoro teatrale coinvolgendo un’ottantina di detenute. Ma ciò che a me appare a posteriori banale, rapportato all’epoca dei fatti e alla drammatica intensità con cui tu li hai vissuti, ha invece probabilmente avuto per te i contorni di un’inevitabile predestinazione, una tappa obbligata sulla strada dell’autodistruzione. Ti rividi per la prima volta nel febbraio ‘86 a Parma, in occasione di uno dei festival poetici “Di/Versi In/Versi” organizzati dalla infaticabile Daniela Rossi. Nevicava con tale abbondanza che Nanni Balestrini s’inventò lì per lì e declamò una poesia dedicata a “Quei pazzi cui Daniela serviva da bere sotto la bianca coltre”. Tutta di nero vestita, tu percorrevi a grandi passi, avanti e indietro, il palcoscenico del teatro, improvvisando stralunate presentazioni dei poeti-attori. Forse per il contrasto con l’immagine di eterna depressa che si trascinava dietro, ricordo un’Amelia Rosselli sorridente (la si vide addirittura ridere!), per effetto della compagnia di quei poeti “d’Avanguardia” che alcuni soloni giunsero a rimproverarle di aver frequentato, quasi fosse indegno di lei l’essersi confusa tra loro. Non eri più la stessa: le vicissitudini, l’eroina (la cui assunzione ti era ormai indispensabile), i segni devastanti lasciati sul tuo viso da un incidente stradale, avevano stravolto il tuo aspetto, ma non il tuo impeto (èmpito, dice l’anagramma), la tua vitalità, la tua contagiosa allegria. Bicchiere in una mano, sigaretta nell’altra, mi salutasti affettuosamente. Seduto in un angolo, i baffi profumati di grappa, Gerald Bisinger osservava sornione. Sempre a Daniela Rossi si deve il nostro ultimo incontro, a Sassari per il meeting internazionale sulla poesia dialettale “La parola separata”, alla fine di ottobre del 1988: sembra incredibile, ma poco dopo, il 23 novembre, sarebbe morto Adriano. In un grande salone del Palazzo Sciuti dominato dalle gigantesche cariatidi dei Quattro Mori, udii ancora una volta la tua voce, ormai roca per le troppe sigarette, gridare i tuoi versi sconnessi, vestire di sorprendente musicalità dentali, palatali, labiali e sibilanti, altrimenti cacofoniche, per il divertimento del pubblico sardo. La nostra conversazione, accanto a una finestra incorniciata da colonnine, era continuamente interrotta da uno scrittore friulano impegnato a ricordarmi in modo iterativo una sua epica sbronza a base di ombrete con il mio fratello poeta. Così di quel dialogo mi è rimasto poco o nulla, lasciando riemergere prepotente l’immagine della bella ragazza bionda che batteva i pugni ridendo e schiamazzando sul tavolo di legno dell’osteria di via dei Poeti. C’è una tua poesia, meravigliosamente non amara, né distruttiva, che mi sembra più vicina alla tua vera anima di tante altre e che voglio riportare a conclusione di questo mio tardivo pensiero: “L’ho conosciuta la gazza ladra, la numero 123 / degli arboricoli / nel profondo giardino d’estate / in picchiata scorazzante, in seguito volò alta. / Per qualche oscuro motivo le piacque / la mia caviglia col suo mento la struscia / una mercante dagli occhi neri e fantasiosi, / la trovai una bellezza / tanto eccellente nella sua umanità impossibile. / Come San Francesco, ci siamo fatte delle belle / chiacchierate, un sacco di confidenze, / lei col suo abito nero e azzurro, io coi miei / soliti pantaloni blu di Moschino”.

(da http://www.archiviomauriziospatola.com)

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Non tornerò

Non tornerò.
Sui ponti infuocati
d estate
brilla la luna
brillano
scarpette a strisce
si
vedono sulle
piazze gelide e deserte
d’inverno l’incuria
di essi per il tempo sarebbe
un buon inizio
ma sotto il senso climatico
la sua angustia
l’ho promesso,
non tornerò mai lì.
Contro vado
e dirimo
dirimpetto
all’abisso fornace
che singulto
da singoli avvicinarsi
avercelo
condizionato nella mente
il tempo rotto
il tempo consumato
siamo a prestito
adesso.
La notte solitaria adombra
questo suono che è già
del novecento
cosa fanno le piccole perle
imperlano
noi che
sudiamo
da tutti i pori tristezza
che falsariga
di spots inattesi
ci sarebbe un altro percorso
da fare
lungo difficile impervio
deglutante
Per mandare giù
La saliva
Il fiele
Bocconi
Che a volte capitano
Capitano a volte
Note tutte in basso
Abissali deteriorate
L’aria è rovente
Quando ti brucia
L’amaro sole in nero
Spille spiragli
Coppale
Acre l’incenso sandalo sparge
Tutti
In piedi
Come fiori infilati
Nella loro ascesa l’altezza
Del distendersi
Del dispiegarsi

vicinelli