Il Casanova: Fellini e Zanzotto

Caro Andrea,

… e adesso debbo doppiarlo questo film che ho spericolatamente girato in inglese e tra i tanti problemi c’è anche quello del dialetto veneto. Come anche mi ha ricordato Naldini con attenzione tempestiva, quando gli ho manifestato i miei timori, ho pensato che avrei potuto scrivere a te per avere un aiuto nel trovare una chiave. E ti scrivo ora, un po’ esitante, perché in fondo non so bene che cosa voglio e temo di disturbarti. È una intenzione confusa, un proposito che non so fino a che punto sia realizzabile.
Ora provo a manifestartelo: vorrei tentare di rompere l’opacità, la convenzione del dialetto veneto che, come tutti i dialetti si è raggelato in una cifra disemozionata e stucchevole, e cercare di restituirgli freschezza, renderlo più vivo, penetrante, mercuriale, accanito, magari dando la preferenza ad un veneto ruzantino o tentando un’estrosa promiscuità tra quello del Ruzante e il veneto goldoniano, o meglio riscoprendo forme arcaiche o addirittura inventando combinazioni fonetiche o linguistiche in modo che anche l’assunto verbale rifletta il riverbero della visionarietà stralunata che mi sembra di aver dato al film.
Ammetto che sono soltanto intenzioni perché, come inevitabilmente accade, le esigenze concrete del doppiaggio, la mancanza di tempo, le inadeguatezze di chi deve dar voce ed espressione a queste invenzioni verbali e fonetiche, finiranno inevitabilmente col ridurre, sdrammatizzare e rendere approssimativo il proposito che ti ho manifestato. Ma non è forse piacevole lo stesso farneticare su intenzioni e compiutezze ideali anche se impraticabili fino in fondo?
C’è un’altra cosa che vorrei chiederti. Il film comincia con un rito (che ho inventato) al quale assistono il doge, le autorità, il popolo di Venezia. È un rito che si svolge di notte sul Canal Grande dal cui fondo deve emergere una gigantesca e nera testa di donna. Una specie di nume lagunare, la gran madre mediterranea, la femmina misteriosa che abita in ciascuno di noi, e potrei ancora un po’ accostando con incauta disinvoltura altre suggestive immagini psicanalitiche.
La cerimonia è un po’ la metafora ideologica di tutto il film, infatti ad un certo punto l’oscuro è grandioso feticcio non ancora completamente emerso torna ad inabissarsi perché si sono spezzati i pali, si strappano delle funi, insomma il testone deve riaffondare sprofondando nelle acque del Canale e restare laggiù in fondo per sempre, sconosciuto e irraggiungibile.
Come ogni rituale che per divenire contenuto liberatorio ha bisogno di nutrirsi di un’accesa forza psichica scandita in formule verbali o mimetiche, anche l’emersione, il venire alla luce dell’oscuro simulacro femminile dovrebbe essere accompagnato da orazioni propiziatorie, implorazioni iterative, fobie seducenti, litanie evocatrici e anche irriverenze, sfide, insulti, provocazioni, sberleffi, tutto un inquieto scetticismo esorcizzante il temuto fallire dell’evento. Ecco, vorrei avvolgere l’intero rito in questo tessuto, in questa specie di ragnatela sonora, sacra e popolare. Ti domando troppo se ti chiedo di inventare e di scrivere tu queste esortazioni, questa preghiera accurata e beffarda impaurita e sfottente, vecchia come il mondo ed eternamente infantile?
Le richieste non sono finite caro Andrea, c’è ancora una cosa che vorrei chiederti: Casanova incontra a Londra una gigantessa di origine veneta ( la gigantessa ) finita là come fenomeno da fiera e presso un miserabile luna-park, in seguito a un matrimonio infelice. I luoghi, le situazioni, l’atmosfera in cui avviene l’incontro, l’aspetto stesso di questa straordinaria incarnazione femminile compongono quel mosaico di trasalimenti infantili ed angosciosi, fiabeschi e terrorizzanti, che più emblematicamente definiscono il rapporto nevrotico di Casanova con la donna, cioè con qualcosa di oscuro, inghiottente, soverchiante. Ad un certo momento, nella sua tenda, la gigantesca fa il bagno dentro una grande tinozza insieme a due nanetti napoletani che l’accudiscono, i soli amici che ha, e intanto canta una canzoncina infantile e dolente. Ecco, anche in questa occasione avrei pensato ad una filastrocca costruita con i materiali fonetici e linguistici del linguaggio petèl che tu hai riscoperto mentre stavi a Pieve di Soligo. Permettimi il piacere di una citazione:

Dolce andare elegiando come va in elegia l’autunno,
raccogliersi per bene accogliere in oro radure …

“Mama e nona te dà ate e cuco e pepi e memela.
Bono ti, ca, co nona. Béi bumba bona. È fet foa e upi.”

Mi sembra che la sonorità liquida, l’affastellarsi gorgogliante, i suoni, le sillabe che si sciolgono in bocca, quel cantilenare dolce e rotto dei bambini in un miscuglio di latte e materia disciolta, uno sciabordio addormentante, riproponga e rappresenti con suggestiva efficacia quella sorta di iconografia subacquea del film, l’immagine placentaria, amniotica, di una Venezia decomposta e fluttuante di alghe, di muscosità, di buio muffito e umido.
Ho finito caro Andrea. Certo dovresti vedere il film prima di decidere qualcosa. Potremo parlare di tutto in modo un po meno febbricitante e più preciso.
Questa lettera non vuole affatto sollecitare una tua adesione immediata, ciò che ti ho detto era piuttosto il tentativo di chiarire a me stesso quello che ho in testa di fare e di confidarlo ad un amico poeta che per sensibilità e fantasia linguistica mi sembra l’interlocutore più autorevole e più congeniale all’operazione che voglio fare …

Federico Fellini
Roma, luglio 1976

Recitativo veneziano

A Rètia s’ainatei vebèlei (*)

Vera figura, vera natura,
slansada in ragi come ‘n’aurora,
che tutti quanti ti ne inamora:
to fià xe ‘l vento, siroco o bora
che svegia sgrìsoli de vita eterna,
signora d’oro che ne governa

aàh Venessia aàh Regina aàh Venùsia

(*) Rèitia è la principale divinità, femminile, venetica

A Rèitia sanatrice tessitrice

Vera figura, vera natura,
slanciata in raggi come un’aurora,
che tutti quanti ci innamori:
tuo fiato è il vento, scirocco o bora
che desta brividi di vita eterna,
signora d’oro che ci governa

aàh Venezia aàh Regina aàh Venùsia

(è un grido dedicatorio iniziale, di apertura; e Rèitia è la principale divinità, femminile, venetica)

~

Doge:
Veni amica mea, columba mea,
veni sponsa, veni –
Osculabor labia tua, ubera tua,
ubera tua dulciora vino –

Veni, consurge nobis

(tagliando il nastro)
Resecabo ligamina placentae tuae
ut fulgidior nobis nascaris.

Doge:
Vieni amica mia, colomba mia,
vieni sposa, vieni –
Bacerò le tue labbra, i tuoi seni,
i tuoi seni più dolci del vino –

Vieni, lèvati fino a noi

Taglierò i legami della tua placenta
perché più fulgida tu nasca a noi.

~

Oci de bissa, de basilissa,
testa de fogo che ‘l giasso inpissa.
nu te preghemo: sbrega su fora,
nu te imploremo, tutto te inplora:
móstrite sora, vien su, vien su,
tiremo tuti insieme, ti e nu –

aàh Venessia aàh Venissa aàh Venùsia

Occhi di biscia, di regina,
testa di fuoco che accende il ghiaccio,
noi ti preghiamo: erompi su, fuori,
noi t’imploriamo: tutto t’implora:
mostrati sopra, sali, sali,
tiriamo tutti insieme, tu e noi –

aàh Venezia aàh Venissa aàh Venùsia

~

Testa santissima, piera e diamante,
boca che parla, rece che sente,
mente che pensa divinamente,
vien su, futuro nostro, vien, dài,
dài baranài tananài tatafài.
sgorlemo i sissi missiemo i sonai –

aàh Venessia aàh Vanègia aàh Venùsia

Testa santissima, pietra e diamante,
bocca che parla, orecchi che sentono,
mente che pensa divinamente,
sali, futuro nostro, deh vieni,
dài baranài tananài tatafài,
scuotiamo i sistri rimescoliamo i sonagli (*) –

aàh Venessia aàh Vanègia aàh Venùsia

(*) baranài ecc: parole scherzose che rientrano nella tradizione degli Zanni
sgorlemo i sissi: scuotiamo i sonagli ma anche testicoli.

~

O come ti cressi, o luna dei busi fondi,
o come ti nassi, cavegi blu e biondi,
nu par ti, ti par nu,
la gran marina no te sèra più,
le gran barene de ti se inlaga,
vien su, dragona de arzento, maga! –

aàh Venessia aàh Venaga aàh Venùsia

O come cresci, o luna dei baratri fondi,
o come nasci, capelli blu e biondi,
noi per te, tu per noi,
il grande mare più non ti rinserra,
le grandi barene di te si allagano,
sali, dragona d’argento, maga!

aàh Venessia aàh Venaga aàh Venùsia

~

Putina perla, putina unica
che zó ti fifi ne la to cuna,
che zó ti slìmeghi che zó ti bùleghi,
vien ne la rede, fane fortuna,
dane in amor la to manina bela
fata a penèla fata a penèla –

aàh Venessia. aàh Venùlula aàh Venùsia

Bambina perla, bambina unica
che piagnucoli giù nella culla,
che laggiù stilli che laggiù brulichi,
vieni nella rete, facci fortuna,
dacci in amore la tua manina bella
fatta a penèla fatta a panèla (*)

aàh Venessia. aàh Venùlula aàh Venùsia

(*) fatta con la punta del pennello

(mentre la testa comincia ad emergere – due voci contrapposte)

(Vox caelestis) ….Vox populi)
-Anadyoméne ………. – Gira le caéne
-Spuma del mare ………- Tira,compare
-Arca d’alleanza ………….. – Inbraga co creansa
-Fulgore amante …………… – Forsa co le mànteghe!
-Luce al suo primo vagito…… – Fé leva, go ditto!
-Seno e sogno dell’alga ……. – Ocio, che la bala

(Voce celeste) – (Voci del popolo)
Anadyoméne (*) … – Gira le catene
Spuma del mare … – Tira, compare
Arca d’alleanzs … – Imbraca con garbo
Fulgore amante … – Forza con le manovelle!
Luce al suo primo vagito ….. – Fate leva, ho detto!
Seno e sogno dell’alga ……. – Attenti, oscilla

(*) Venere emergente

~

(Mentre cominciano le difficoltà e poi si aggravano)

Signora grande, testa che massa
massa ne passa, che quasi ne schissa,
Dia dei sostegni de cese e palassi
Dia de le taje che su ne tien fissi
Dia de le onde che le ne fa grassi,
ne ingrassa de ogni grassia, Dia Venessia –

aàh Venessia aàh Venàssia aàh Venùsia

Signora grande, testa che troppo
troppo ci sopravanza, che quasi ci schiaccia.
Dea dei sostegni di chiese e palazzi
Dea dei tronchi che ci reggono saldi,
Dea delle onde che ci fanno ricchi,
ci colman di ogni grazia, Dea Venezia –

aàh Venessia aàh Venàssia aàh Venùsia

~

Varda parona ‘ste strasse, ‘sti brassi,
varda tra i ori ‘sti povarassi,
buta su l’ocio, móntete su,
tirène su, nu da ti, ti da nu,
date da far par farne frutar
fruti partuto, par tera e par mar –

aàh Venessia aàh Frutagna aàh Venùsia

Guarda padrona questi stracci, queste braccia,
guarda tra gli ori questi poveracci,
alza lo sguardo, levati su,
tirati su, noi da te, tu da noi,
datti da fare per farci fruttare
frutti dovunque, per terra e per mare –

aàh Venessia aàh Frutagna aàh Venùsia

~

Metéghe i feri, metéghe i pai,
butéghe in gola ‘l vin a bocai,
incoconéla de bon e de mègio;
la xe inbriagona, la xe magnona,
ma chissà dopo ma chissà dopo
cossa che la ne dona! –

aàh Venessia aàh Venàia aàh Venùsia

Mettetele i ferri, mettetele i pali,
buttatele in gola vino a boccali,
ingozzatela di ogni cosa buona, migliore,
è un’ubriacona, è una mangiona,
ma chissà dopo ma chissà dopo
cosa ci dona! –

aàh Venessia aàh Venàia aàh Venùsia

~

Toco de banda, toco de gnòca,
squìnsia e barona che a nu ne tóca
par sposa e mare, niora e comare,
sorela e nona, fiola e madona,
ónzete, smòlete, sbrìndola in su –
nu par ti, ti par nu –

aàh Venessia aàh Venòca aàh Venùsia

Pezzo di banda, pezzo di gnoca,
civetta e traditrice, che a noi càpita
come sposa e madre, nuora e madrina,
sorella e nonna, figlia e suocera,
ungiti, smollati, oscilla in su
noi per te, tu per noi –

aàh Venessia aàh Venòca aàh Venùsia

~

Ma cossa xelo che zó te striga
ma cossa xelo che zó te intriga:
mona ciavona, cula cagona,
baba catàba, vecia spussona,
nu te ordinemo, in suór e in laór,
che su ti sboci a chi te sa rór –

Aàh Venessia aàh Stùssia aàh Venùsia

Ma cos’è che giù ti strega
ma che cos’è che giù ti intrica;
mona chiavona, cula cagona,
baba cataba, vecchia puzzona,
boi ti ordiniamo, in sudore e in lavoro,
che su tu sbocci a chi ti sa prendere –

aàh Venezia aàh Affanno aàh Venùsia

~

(Coro in distanza, che si affievolisce)

Ah, la se impétola senpre de più,
Ah, la ne casca via da le sate
fora dal piato,
‘sta testa maledeta,
‘sta redòdesa mata,
la ne sbandona zó inte’l palù,
tuto se scola, no ghe xe più.

Ah, s’immerda sempre di più,
Ah, ci cade via dalle zampe
fuori del piatto,
questa testa maledetta,
questa strega matta,
ci abbandona giù nella palude,
tutto va a pezzi, non c’è più.

(Crollo del simulacro, sprofondamento, smarrimento – voci varie)

– Ciò, la crepa. – Schrecklisch!
– Odìo, la smama
– Odìo , s’ciòpa soto, tuto quanto
– Malheur, malheur!
– La sbrissa
– La smona
– Se scavessa, se destrude, se désfa – Ca crève
– Dio, cossa nasse – Gefahrlich!
– Stòrzela – Ciàpela – Impìrela
– Segnémose
– Segnémose co la crose
– Ghe gera un crèpo, drento
– Lo gò sentio
– No la vedemo più
– Tasi, tasi, no vogio saver gnente
– ‘Ndemo via subito
– Jamais vu une chose si morne!
– Voltemo ‘l culo, via, via!
– Via, via, desgrassie!
– Mah, no se sa, giremo ‘l canton
– Eine Katastrophe!
– Mah. Mah mah
– Me vien un travaso de sangue
– Dunkles Schicksal!
– Mah mah mah
– Malora

– Ecco, si sgretola – Terribile!
-Oddio, sfugge via
– Oddio, scoppia sotto, tutto quanto
– Disgrazia, disgrazia!
– Scivola
– Non se ne può più
– Si spezza, si distrugge, si sfa’ – – —- Schiatta
– Dio, che cosa accade – Pericoloso!
– Torcila – Prendila -Infilzala
– Segniamoci
– Segniamoci con la croce
– C’era una fenditura, dentro
– L’ho percepita
– Non la si vede più
– Taci, taci, non voglio saper niente
– Andiamo via subito
– Mai veduta una cosa sì tetra!
– Voltiamo il culo, via, via!
– Via, via, disgrazie!
– Mah, non si sa, tagliamo l’angolo.
– Una catastrofe!
– Mah mah mah
– Mi viene un trasalimento, un soprassalto
– Destino oscuro!
– Mah mah mah
– Malora.