Stranieri – Francesco Sassetto

Natale 2014

Dovrei smettere di fumare, ho due stent piantati nel cuore e
il fumo fa male e anche questo mattino di luce imprecisa,
andare e tornare ogni giorno uguale
stanca e fa male.

Accanto una donna mi accompagna e sorride, ci diamo
la mano quando il respiro manca e ci sono ancora scale
da fare e non so se costa più fatica scendere o salire
nel breve tempo che rimane, quanto tempo avanza
me lo chiedo a ogni risveglio
e come sarà l’ultimo sguardo,
una contrazione, un pallore e basta,
schianto o scivolamento
l’ho visto negli occhi di mia madre
questo andare via definitivo, nella sua mano che si allentava
come quando il pensiero è altrove e nulla più rimane.

Le strade piene di gente, si sale a massa sul bus
delle sette che ingoia odori di lingue diverse, voci
straniere nel silenzio di gelo di un’alba ancestrale o
preludio di una fine, teste chine, occhi smarriti,
un padre insegna al figlio a tirare bene i pugni,
perline e collanine, tatuaggi, anelli alle narici,
geroglifici insondabili, labirinti di solitudini allo specchio,
iphone e cellulari, assenza di connessione, nessuna
lingua comune tra i viaggiatori, un ruminare sordo
i detriti di un alfabeto in estinzione, uno scossone,
stridore di gomme sull’asfalto bagnato alla fermata.

Si scende, si va tutti nella corsa elettrica quotidiana,
si va al lavoro,
si dorme, si mangia, a volte si fa l’amore
qualcuno sogna ancora qualcosa o solo intravvede
nella notte ombre di passaggio, fantasmi
di altre età, residui da eliminare con lo spazzolino e
il filo interdentale qualcuno dice
che dovrà arrivare un salvatore
lo dico anch’io

ma temo giunga un altro carnefice sorridente,
messia di qualche nuova forma del dolore.

***
Autobus n.7

Qui, nel recinto disegnato da via Piave e
Cappuccina, proprio qui, alle porte di Mestre,
s’è insediato l’avamposto del non occidente,
sono sbarcati da tempo i non desiderati.

Hanno piantato saldamente speranze e tende,
a migliaia, senegalesi e marocchini, indiani,
cinesi e bengalesi, ucraini, moldavi,
rumeni e albanesi. Qui lingue strane

e voci sconosciute, alfabeti lontani, gesti
e segni d’altri pianeti, sorrisi lunghi e
sguardi biechi, colori sgargianti e tuniche
bianche ondeggianti contro il grigio opaco

dei casermoni in fila nati dall’asfalto.
Passa lentamente il sette scivolando
tra i crocchi affabulanti degli scampati
che qui amarrano come burrasca che

non s’arresta, come tempesta, alluvione
che travolge certezze e possessi dati
per scontati, tra le proteste dei residenti
e le grida dei giornali all’invasione.

In quattro laterali sono nati quattro
centri cinesi Benessere e Massaggi,
rilassamento a quattro mani più servizi
addizionali, a prezzi popolari.

I nuovi arrivati hanno comprato case e
negozi svenduti dai precedenti abitatori
fuggiti altrove e ora si sta tra kebab,
telefonia e copisterie mediorientali, pulitrici

a secco bengalesi, sarti indiani, librerie
di corani e preghiere musulmane. In fondo
a via Aleardi una moschea, un’altra a destra
di via Dante, la sera prostitute nigeriane

in fila ai marciapiedi, nei bar gli schiavisti,
i connazionali, a vigilare contrattazione
e pagamento, il loro tornaconto di feroci
padroni del terrore e dello sfruttamento.

Nel sette si respira la paura dell’animale
braccato senza via di fuga, occhi attenti
a scansare gli occhi dei migranti, odori aspri
di pelli e vestiti dei nemici, si respira

silenzio e ostilità, tacita avversione, ansietà,
si viaggia tutti a batticuore, tutti ignoranti,
stranieri e distanti, nella notte,

tutti senza amore.

***

dalla rivista Perìgeion
per altre poesie dell’autore
 

“I just be silent, because I know I found my joy. It’s not Jesus, not Allah. It’s a piece of wood. What else can I say?” – Fred Nelson

He who dances on the wood – Regia di Jessica Beshir