(“il cielo in una stanza”) – Joë Bousquet, e Ettore Spalletti

Se solamente lo sguardo dell’uomo fosse un pozzo per la bellezza delle cose che ama…

“Cos’è questo vivere?”, gli domandò, come se anche lui lo sapesse.

“Vivere – disse il contadino – è quel che non si riesce a dire, il silenzio impossibile!. Allora un altro anziano, scosso da una soluzione improvvisa, si fece a sua volta avanti sotto l’acacia: “È essere capaci di creare per se stessi la notte da cui il cuore dipende…”.

Nei miei sogni, marcio come tutti gli altri: io ho però una ferita da far guarire: quella che le mie piaghe mi hanno celato cicatrizzandosi. Non si guarisce da nulla. Sull’illusione che una pallottola tedesca m’ha immobilizzato per sempre si sono innestate alcune ragioni ingannevoli. Abito lo stesso ricovero dei folli e mi lascio imporre gli argomenti che loro inventano in modo eccellente. Ci assomigliamo per questo morbido orrore del fatto intero e imprevisto e per il nostro modo di aggirarlo e sfuggirlo. Sono caduto un giorno in mezzo ai miei soldati per ragioni che la paura mi ha fornito in abbondanza. Ho ricevuto il colpo perché mi sono alzato al momento sbagliato. Il colpo penetrato alle mie spalle poteva però far scoppiare l’apice della spalla solo se fosse stato esploso da un aereo. Ma quel bel cielo di maggio era deserto. I medici hanno scosso le spalle quando, individuando l’arma che m’aveva abbattuto, ho loro suggerito di prendere per foro d’ingresso la piaga per la quale il proiettile era uscito. Stramazzando, avevo sentito un pianto straziante: i miei soldati hanno giurato che nessuno aveva gridato, nemmeno io.

Poeta sua malgrado. Molto ammalato, costretto a vivere nel pensiero tutto quello che fa per esprimere la sua esistenza si riduce necessariamente ai modi di parlare; e da come si ostina a vivere sembra molto ispirato.

Non un grande poeta, ma molto poeta. È necessario che la vita si compia tra i suoi occhi e le sue labbra. Occorre descriverlo dettagliatamente. Ce ne sono molti come lui, soltanto non si vedono.

Qui la mia debolezza si tradisce. Il mio pensiero prosegue nello sforzo di scrivere senza di me. Il fatto è che ho sempre e soltanto scritto per ricacciare nell’ombra il mondo che aggrava la mia condanna. Sento, sento il dolore a cui dovrei resistere per dare colore e durata alle forme stampate nel pensiero di un uomo infermo e spento. Da un certo momento in poi la descrizione dovrebbe spingermi al largo del mio amore, nella bellezza lacerante di frasi capaci di destinarmi all’oblio… Dipingere con parole anche se per me hanno perduto il loro significato.

In tal modo un uomo pensa di diventare grande; quando tutta la sua ambizione è di garantire la fortuna di un’idea.

Andrò fino in fondo a questo amore tanto grande da poterci vivere estranei l’uno all’altra. La sua luce ci avvicina come la sua realtà ci separa.

Lei mi ascolta, preparata alle mie strane confidenze, alle rivelazioni che ottiene alla vista di un veggente… Senza vederla, poiché dà la schiena alla finestra, le parlo di cosa intendo per vita. È molto semplice. L’uomo è stato creato con un’anima più grande di lui e che indugia nel cuore, luogo in cui egli la farà diventare reale. La mia anima esiste tutta intera, fin dall’istante in cui sono stato. È la mia fine e qualche volta, dilatata, è la mia rovina perché immagina che nel mio corpo non ci sia più spazio. È lo zenit di tutto ciò che diventerò; ed è lo spazio in cui rischiosamente accedo quando credo di pensare a me stesso. Sì, ancora del tutto adolescente, ardendo consacrarmi, io sono la vita di quest’anima che si amplierà sulle rovine del mio corpo. L’astro dei miei globi oculari è l’astro di ogni mio sguardo. Lei capirà? Il gabbiano che si eleva in verticale sul mare crede di battere soltanto le ali, e invece delinea una riva sotto l’orizzonte, la solleva al di sopra dello spazio, e non dovrà che calarsi per approdarvi.

Avrò sofferto del bisogno di darmi. Non esiste una vita abbastanza grande da assorbire la mia; e devo sciogliermi furiosamente da ciò che mi lega solo a metà. La disperazione sarebbe tutto l’orizzonte del mio amore. La solitudine, un’impazienza dell’assoluto… finalmente morire a ciò che amo.
– Era soltanto un’illusione, ma terribilmente bella. Quando mi si parlerà dell’amore penserò di averlo conosciuto.
E non avrò conosciuto che lei.
– Soltanto l’immensità del mio amore poteva sciogliermi da te…
Più dall’alto cadi e meglio rimbalzi.

Le due del mattino. Bruciare profumi. Rompere ancora per qualche ora con il sonno. Cercare i motivi della gioia che vi fa amare la vita.
Che ad ogni istante, quello che sono sacrifichi a sé quello che ero. È l’augurio che un tempo formulavo e che la vita realizzava a volte successivamente, a volte simultaneamente. Liceale, uno svogliato brillante. Stupido; improvvisamente intelligente, come un forsennato che ha in odio la propria stupidità. Soldato coraggioso, ma solo a tratti, che subito fugge, non il pericolo, ma il coraggio che mi avrebbe separato dal reale. Amante: per molto tempo la più dolorosa di tutte le prove! La speranza di consistere in tutto il mio amore e in niente di me stesso; plasmato con la sostanza del sogno; e con idee completamente ebbre, tutte assurde e chiuse – tranne una forse – interamente fedeli nel loro amore verso se stesse; buone, troppo buone per l’io che avevo ucciso.
Diventare pienamente me stesso per sapere che dovrò distruggermi. Conoscermi per potermi ripudiare… Per essere il luogo di una forza intatta; sentire che sono, non la vita, ma il rifugio della vita.
Seguire la lezione dell’amore unico. Era più grande dell’amore, ed era naturale che la rivelazione estrema si delineasse in ciò che mi aveva sempre assorbito. L’amore? Simbolo della conoscenza suprema, e tutto ciò per cui lo chiamavo amore, era propriamente soltanto un’immagine di esso.

Il giorno interamente inondato di bianchi pallori, come un volto dipinto di spavento. Livida uniformità di un’immagine che raggela sentimenti e pensieri, dove lo sguardo si perde nella memoria.
Troppa luce in questo mondo perché il colore conservi le sue virtù. Nei miei occhi troppi pensieri al levare del giorno perché gli occhi siano il mio pensiero; dell’incantesimo di quella notte resta solo un po’ di sogno nell’amore pronto alle lacrime, un intenerimento di tutti i sensi a quella visione ormai lontana.
Perché non mi lasciate solo, occhi, voce, vita! Voi tutti che siete già l’essere degli altri e i loro diritti su di me. So quanto mi siete infedeli e nemici. Ma…

Piangerò, veramente, bisognerà che io pianga a forza di aggiungere sempre qualcosa di me stesso all’istante che vivo. Una donna è bella come la luce e i miei occhi sul suo viso sono la giovinezza del mio cuore.
Come se la mia vita fosse la salvezza eterna di ciò che ho amato di più al mondo…
Guarda, mio caro bambino, i tuoi occhi ingenui, i tuoi pensieri di donna, ti darò il mio cuore per comprendere il mio amore.
Ma ascolta: La mia vita non è niente di più dell’ombra del mio amore… Affinché la tua bellezza, sia te…

Ed io non sono che il lato oscuro di una vita in cui la luce è coscienza del mio amore.

Ho gettato una rapida occhiata attraverso la finestra sulla campagna notturna mentre si preparava il temporale. Era nel mio sonno.

Cado, mi rialzo. Una domenica di febbraio calda come un pane.

L’uomo è stato cacciato dal Paradiso. Vuole ritornarvi senza uscire da questo mondo. Non ho altra ambizione.

L’uomo vuole con tutti i suoi mezzi giungere ad essere reale.
Il corpo dell’uomo è uno strumento musicale.
Ogni istante vibra in noi attraverso il ricordo di un istante passato…
Lascia, lascia queste parole maldestre. Il corpo ti pesa, dormi.

Vivere di suoni, di colori. Avere un regno nel proprio sguardo. Essere fatto in modo tale che gli altri debbano, per comprenderti, non pensare, ma sognare.

Credo che la mia vita abbia raggiunto il suo scopo. Ho voluto essere ciò che più ammiravo. Prendersi gioco di quello che sono, sarebbe come ribaltare in derisione il mio sogno più irrealizzabile.

Come morire? Assorbito ciascuno dalla propria notte viva… Così come un uomo immobile diventerà una stella; l’occhio del gatto che un bambino aveva creduto vedere al posto del suo sguardo.

da Tradotto dal silenzio
e da Il silenzio impossibile
Joë Bousquet

Dalla prefazione di Maurice Blanchot al libro di Joë Bousquet “Tradotto dal silenzio”

[.. ] En un sens, on ne peut rendre compte d’un œuvre où la pensée se transforme sans cesse, est travaillée de loin par les astres et apparaît, non pas obscure, mais voilées de lumière et parcourue d’une évidence sans image [.. ] un ouvrage où la pensée elle-même ne se révèle que dans son mouvement, comme une navigation qui ne peut être interrompue..
Ces notes intimes sont celles d’un écrivain qu’une terrible blessure a rejeté de la vie et qui, bien des années après cette première mort, fait l’expérience d’un amour bouleversant. Que peut être l’amour pour un homme voué à une complète solitude? Quel rôle est appelé à tenir dans un destin foudroyé un sentiment impossible? On comprend, par diverses notes, que cet homme a été déjà très loin dans l’absence et le silence. Au lieu de se résigner à sa situation exceptionnelle, plutôt que d’y voir l’effet déplorable d’un accident dont il n’aurait pas été maître, il a cherché a “naturaliser” ses blessures, en devenant lui-même la cause des conséquences qu’elle lui imposait. Tous ce que cet accident comportait des changements pour sa vie intellectuelle et morale, la nécessité de vivre en pensée et de n’avoir pour actions que des mots, il s’est fait une obligation, non seulement de l’accepter et de le vouloir, mais d’être comme s’il en avait été l’unique instigateur, comme s’il s’était lui-même, par une décision personnelle et étrangère au sort, précipitée dans un abime de solitude et d’inertie. Cette volonté de surmonter le hasard, d’enchaîner un malheur fortuit et de rendre vain les premiers degrés d’une pente vertigineuse où l’on retrouve, à chaque moment, l’absence, la solitude, l’indifférence, tous les états qui font espérer en vain à l’esprit sa propre “mise à mort” et le rejettent sans cesse dans une passion dont il ne se délivre pas.
Nous ne pouvons que presentir les heurts tragiques qu’un telle lutte a rendus inévitables. Si à ce malade, maître de sa maladie, l’immobilité et la passivité naturelles ont épargné les enfantillages de la vie sociale, si la nuit lui a été donnée sans qu’il ait eu à la conquérir, il a eu à combattre la pensée que, loin d’avoir choisi son destin solitaire, il ne faisait que se duper en croyant l’avoir décidé librement. Il est facile à un homme paralysé de se dire : ma solitude n’est pas une affaire de circonstances, elle est en moi, elle tient à ma nature, mais il lui est plus malaisé d’être sur, constamment sur qu’il ne se trompe pas lui-même alors que sa conviction est tenue à l’écart de toute preuve. Les souffrances propres à la maladie, les remèdes par lesquels il faut le combattre, l’opium, la cocaïne font naître un désordre et un dégoût impurs où la volonté ne se reconnaît plus. La solitude elle-même semble pervertie et l’absence, cessant d’apparaître comme la mise à nu de la vie, n’est qu’une pâle et écoeurante illusion, substituée a une réalité trop dure. “Dans le noir [..] ma tristesse n’a pas de voix. Ma solitude me semble incomplete. Je voudrais qu’elle ne soit que la gardienne d’une solitude plus farouche encore et pareille à la mort”.
L’amour qu’il rencontre et qui dans de pareilles conditions ne peut être que l’expérience de l’impossibilité, la conscience d’une ambition sans issue et irrémédiable, commence avec une grande douceur[..] Mais ce sentiment fait bientôt place a un autre. Sans que l’illusion du bonheur disparaisse et au contraire avec une exaltation qui grandit, le malade replace peu à peu l-image de la jeune femme dans la ligne de son propre sort. Elle n’est pas faite, comme il le croyait, pour le sauver de la solitude; elle est plutôt, par sa sérénité, par la froide douceur qui l’accompagne sans cesse, le reflet d’une solitude plus profonde, la véritable, la complète essence de ce qui ne peut atteint. Ce qu’il y d’indifférence fascinante dans son amitié lui semble être le sign de leur accord. Elle ne cherche pas à lui rendre les choses que le monde lui a prises, elle lui en apporte l’oubli; elle fait de sa beauté une image enchantée du renoncement; elle est le regard qui dissipe, à force de lumière, ce qu’il voit et ce qui doit être vu.
Il est trop claire que, dés cet instant, a commencé une lutte nouvelle dont l’enjeu ne peut être qu’un tourment plein de contradictions. L’esprit qui a atteint un amour extrême ne peut longtemps poursuivre cet amour comme le moyen de son détachement et l’occasion d’un suprême refus. Il exige d’être satisfait. Il interpelle cette personne glacée dont il ne sait si l’indifférence est le reflet de sa propre personne détruite et qui lui apporte toutes choses dans une douceur froide qui les pétrifie. Il la conjure et lui montre son vertige. Il veut la ramener au monde et y revenir avec elle. Il la supplie de s’arrêter sur cesse voie où sa froideur ne cesse de grandir. Mais il est naturellement trop tard. Elle ne comprend rien à cette passion dont elle a pour destin d’incarner le néant. Elle n’est que la négation de celui qui l’aime; elle est l’absence que l’amour a désirée et contre laquelle il invective en vain maintenant: fantôme intérieur, sonnambule du néant, tous ces noms que l’esprit déchiré lui donne, au plus fort de la passion[..], laissent pressentir un échec sans espoir, puisque celui qui a perdu l’amour perd aussi l’absence dont cet amour était le gage et qu’il n’a pu supporter [..]

***

L’ispiratrice di questo sconvolgente amore era Jacqueline Gourbeyre, chiamata Linette e anche Isel, una donna conosciuta appena diciasettenne, con la quale Bousquet mantenne una fitta corrispondenza fino alla sua morte.
A Jacqueline il poeta regalò un dipinto a tempera dell’amico René Magritte (Shéhérazade, il dipinto qui sopra presentato) che lei conservò per tutta la vita vicino al suo letto. Quest’opera, ode alla bellezza e alla gioia di vivere, fu donata per costituire una sorta di legame tra le loro due camere, quella della giovane studentessa a Toulouse e la camera-biblioteca a Carcassone dove il poeta viveva relegato (fonte Sotheby)
Alla base della tempera vi era scritta una poesia firmata “il suo amico Joë”:

“A Isel
La mort, les plus grands yeux qui m’aiment
Deux roses que j’ai dans le sang
Où la mer fuit jamais la même
La soif qui la brûle au-dedans,
Où l’enfance en dansant me chasse
D’un corps qu’elle a baigné sans moi
Mon cœur met le monde à ma place
Je deviens la nuit qui le voit.”

***

Le opere a corredo, e in copertina, sono dell’artista Ettore Spalletti.