“.. questi fiori, questa lingua/ e il mio volto nella lingua.” – Tomi Kontio

Aurora boreale

Ieri piovve tutto il giorno. Mi sedetti sulla sedia a dondolo, ascoltai il lamento ritmico del pavimento, le lacrime che il cuore nascosto nella plastica piangeva sulla propria vita senza linfa, sul ricordo della propria morte, sul crine degli amici nei templi del sole e dell’ombra, dove ogni voce è avvolta su se stessa in cielo come una larva. Cambiai seno e lo guardai succhiarmi la voce e la luce e la carne. Prese una parte di bosco e gli uccelli, prese la sera d’autunno, il fruscio dei topi e il laghetto con i peli ricci. E mi augurai di nascosto che potesse fiutare con i suoi occhi di pipistrello l’alga della nascita e l’orrore paralitico di tutti i suoi fratelli morti. Avrei voluto staccargli con un morso le orecchie tenere per punirlo della pietà, che si levò dalla sua trachea come un ratto grasso, per venire a morirmi in grembo. Pioveva e pioveva. Il pavimento si lamentava ritmicamente. Eravamo soli, sugli ombelichi scariche elettriche. Il profumo di un giovane pino.

Venus

Mi hai atteso settemila
anni, Mater, fons amoris, con ossa di vino rosso,
nel giardino di mica, un presentimento di sudore
tra le lenzuola come ricordo del mare, dal quale
ti levasti col mento pronunciato, nelle branchie
sangue di pesce e schiuma, sostrato del tuo corpo.

Giunsi con gli archi, alieno
al dolore come un vento che fantastica
tra il fogliame, lasciai che le risonanze del boschetto mi si appiccicassero alla pelle,
senza pensare a nulla lasciai che il falco
mi attraversasse in volo come una freccia forgiata
dal ferro, la storia, il tempo, ogni corso d’acqua, scorrono.

Raccolsi conchiglie dalla mia chioma, dal mio viso
le vestigia del tuo levarti, tra i tuoi alluci
pelli antiche, relitti del passato, bozzoli
nei quali il tempo fossilizzato morde il vuoto, e bevvi
fino ad ubriacarmi, ti sistemai in grembo come un violoncello, ancora
il gemito di qualche animale, la melodia della creazione, una danza.

Danziamo

Se per noi una danza
che sia veloce e senza posa,
perché il pavimento ramato, convesso,
la notte segnata dai colpi,
conta i tocchi e prende un secondo,
un’ora, l’intero ritmo mono tono,
le nostre vite,
per arricchire la propria sonorità:

il vento confonde i passi,
rovescia le stanze di corteccia,
attraversa il paesaggio come se cogliesse
le lettere dalle foglie e le immagini
dalle acque pensierose, immagini di una luna rossa.

Lascia che le tue scarpine di vetro si infrangano,
batti con colpi obliqui le lancette
delle tue gambe, a caso
fino al cuore di ottone,
come un vento inquieto, a raffiche:

prendiamo le figure dalle stelle,
le scarpe dal mondo, le scarpe di ottone e
le fibbie solari, e il cosmo,
il cosmo infinito sotto i nostri passi.

Deflorazione

La ragazzina sulle scale cantava della zia Monica, quella che portava un cappello enorme, e tre baci sulle falde, e nelle tre bocche tre lingue e tutte e tre leccavano la cima del cappello finche fu più lucente di una giovane lasca, e io gridai a quella ragazzina, che stava due piani più su e che faceva girotondo e mormorava talmente forte che la gonna si trasformò in un topolino bianco, che non faranno una statua di questo ragazzino, anche se ha dita di bronzo. E lei venne da me, mi tolse l’aringa dalla bocca e la sua risata ci spinse in acqua, le onde ci soffiavano sulle tempie schiuma e mitili, mitili di cento Veneri e un gattino per il topolino, eravamo un’unica bocca sotto l’intera terra e il cielo, occhio bocca e pelle arcuata, acqua, fiori, fiori sulla pelle le lingue del sole.

Portami

Portami tra i rispecchiamenti d’acqua;
l’anello argenteo nel pantano
come una goccia di rugiada sul giunco
patina l’alba in giorno.
Prendimi come una malattia,
poiché le mattine nonn mi confortano
né i responsori, i mottetti degli uccelli,
soltanto i passi con cui sollevi
e liberi la mia immagine e la goccia d’acqua;
le tue ginocchia ruotano tra le mie gambe come un pianeta:
portami tra i rispecchiamenti d’acqua.

Parli con il tuo corpo

Parli sei lingue col tuo corpo e
riposi all’ombra del mondo d’ulivo.

Urli ai tuoi sensi mutati in chitarra:
forte, forte.

Sono la luna, i suoi peli leccati dal cielo,
lentamente, lentamente.

Linnea Boreale

La peppola sorseggia,
il sole sorseggia,
sul lago il sorriso di una barca.

La barca è lunga quanto l’acqua e il bacio più del giorno.
Il lampione della peppola all’ombra del merletto pietroso
illumina della sua fragranza l’autostrada di formiche,
e nessuno, nemmeno un ricordo
come il vento impigliato tra i capelli, né tra il profumo
più lungo del giorno.

La peppola vola
il sole vola,
sul lago il sorriso di una barca.

Il vento in bocca, un vento assieme.
Nelle arterie della linnea scorre il remoto messaggio della luna,
l’attimo guizza nella barca, il sorriso si spande a riva,
la formica lava le mani e continua
senza lamentarsi, e perché mai dovrebbe, l’uomo, la formica,
la donna.

La peppola dorme,
sul lago il sorriso di una barca.

Quando tu

Quando la notte s’arrampica sul tetto e si accende una sigaretta
quando la luna si defila nel cielo scolorito
quando la notte sul tetto quando la luna
sopra la citta il reticolo di luci
quando la notte si arrampica sul tetto il fuoco azzurro tra le dita
quando l’insetto fumoso s’impiglia nella rete
e sotto il reticolo luminoso la luce
un sobbalzo improvviso alla finestra quando tu

Se tu

Se tu la sera senti il tamburo
il tamburo le labbra e sei quasi sicuro
sei quasi sicuro dei venti contro il muro e la pioggia
se nella pioggia improvviso un grillo
e la balestra sul fianco
se anche poi la pioggia il brusio della luna
lo specchio che non hai accordato
il tuo sogno piove solitario
il tuo sogno piove solitario
se anche poi il desiderio del tuo sogno
e chi è lontano da te
una parola almeno se la potessi ascoltare
quando la pioggia come un cane a specchio incede a testa in giù
solitaria
almeno una parola almeno poterla considerare
se lei forse quindi più vicino

La Via latttea non è vapore incandescente
né latte divino sfuggito alla sete di Eracle,
l’intero spazio non è piu profondo del riflesso alla mia finestra,
dove le stelle si raddoppiano e Orione ha occhi
di poeta e cacciatore, in grembo un cavallo capovolto
e ai suoi piedi Sirio, cavallo fedele.

Ogni mio passo in avanti
non mi ringiovanisce affatto,
giache tanto ho camminato
da dover ormai essere tornato nel mio stesso grembo,
nello spazio primordiale, nella cui infinità mi libro
legato alla mia catena come un astronauta.

La cima celeste è distante un braccio,
anche più vicina, ma il passo non porta avanti, anche se
si riflettesse negli occhi dei passanti, e nulla
ci incrocia, e la Via lattea, se qualcosa,
è il sentiero dei tuoi capelli sul lenzuolo della notte, l’arruffato groviglio
di nascita e morte.

Sebbene tu vada via, non scompari,
il sole non è piu distante del mandarino dimenticato sulla tavola,
né la penna impigliata al tuo nome
non si muove dal suo supporto.
Sono ridiventato bambino,
ho lasciato cadere la mia cecità come un fazzoletto dalla finestra,
e ho visto che non cade,
che l’universo non si espande,
che non c’è distanza tra le stelle,
che i vivi non sono più vicino dei morti,
che la terra non è rotonda
e che tutto è
in un sol punto: lì dove il carbone diventa
diamante, la sofferenza parola.

Ogni fiocco di neve tratteggia il proprio nome
non in cielo né in terra, ma su questo foglio.
Ogni fiocco di neve, e anche questo
nel mio sciatto baraccone, tratteggia
non sulla terra severa del camposanto
o sulla landa coperta di brina ma proprio qui
su questo foglio dove metto a sedere anche te
e me stesso accanto a te.

Nulla si muove, come potrebbe,
perché anche la stella più lontana è vicina come la mia mano,
sulla quale appoggio la tempia, gli anni luce
richiamano una cosmologia errata, quella
che vorrebbe separarci.

Nella mia palma tante
bellezze del mondo quante stelle in cielo,
un ugual numero di punti infiniti, immagini.

Le cornacchie in orbita intorno alla cima di una betulla
come una grafica scolpita nella nuvola.
Non volano, respirano come fai anche tu
nello sciatto baraccone sottobraccio a un povero poeta,
sempre nel medesimo punto.

Cammino la mia vita
come se attraversassi un mare brullo, come la sterna,

librando, sospesa, a tratti in picchiata in stanze madide,
lì dove le lenzuola diventano onde, e l’amore, qualche amore.

E tuttavia: ogni preda, ogni fianco argentato
è scheggia di specchio, specchio di lasca,

l’orba frangia del mio volto,
solo dei miei ricordi, eppure troppo poco.

Nemmeno un ricordo,
è altro che vibrazione in me,

eco di una terra straniera,
haiku che chiamo mio.

È il bambino che dimora nel mio ventricolo
che succhia vorace il mio battito

è soltanto la vibrazione del crepuscolo nell’ontaneto,
struggimento doloroso, infinito sulla sponda dell’eterno.

Tanto caro, tanto estraneo come quello che giunge,
tanto estraneo come la morte, ugualmente presente.

Come la luce tra le lenzuola struggenti,
che si aprono in nube sul nostro giaciglio.

Oggi non conosco le mie parole, né i versi
che scrivo, né l’immagine del vento sulle mie ali.

Domani amerò, il mio poema morto,
scomparso presente.

Di sera accendevano una candela sulla tomba del gatto
di giorno facevano un modello cosmologico con la corda per saltare
i piedi battevano il ritmo e la sua ombra
la corda colpiva la strada
di tanto in tanto una pietra volava sul muro di cemento
scendeva in picchiata dal limite della galassia ellittica fino a quello dello spazio.

Pensavo ad Erika,
a lei che avevo scelto come moglie a quell’età,
a come portava sulla spalla il gattino e rideva.

Dimmi della morte, Erika:
è vero
che gli eventi non si susseguono,
che nel mondo dei morti si parla la lingua della poesia?
Dimmi se si possono distinguere le tenebre dalla luce
se tutto è immobile.
Dimmi se lì c’è buio,
se indossi le calze, il vestito.
Il tuo aspetto è ciò che eri
o ciò che sarai diventata?
Oppure entrembe le cose contemporaneamente?

Di sera accendono la candela
e sotto il cielo che imbrunisce presentono
che il gatto non è più gatto
e che nessuno in vita prenderà mai
il posto di chi ci ha lasciati.

Disse è lui, qui, sempre.

Non rinunciò a nulla, né rinuncerà,
col suo corpo misura il peso delle parole

e comunque così lieve, è così lieve ciò che continua

così lieve che neanche il vento può afferrarlo,
neppure un sospiro, una voce, le fugaci tenaglie della luce

così lieve e così greve rende
ciò che misura con se stesso o con l’altro, scelto

che i piedi gravano sul nucleo pietroso, gli occhi sul nucleo penoso

e l’eternità, l’unicità in eterno nei suoi buchi oscuri
come se aspettasse, fosse

avesse voglia, volesse.

Svanisci di giorno in giorno
ti trasformi in storie che si ripetono, ma
non si accrescono più.
Troneggiano rinsecchite come i pini sulla roccia.
Senti le grida di tua madre da qualche parte.
Sogni di tuo padre,
che viene ad abbracciarti,
e lo credi figlio di tuo padre, tuo fratello,
colui che si è congelato sulla neve,
al quale amputarono i piedi
e che in seguito fu trovato
per terra nel suo monolocale la canna della pistola in bocca
come un’affermazione confessatasi dentro di sé.
Al mattino prepari la pappa d’avena
condendola con un’occhiata burrosa.
È talmente tanto tempo che sei solo
che hai lasciato entrare i morti nelle tue stanze.
Si muovono mentre mangi, dormi, respiri
ormai deceduti e sempre qui.

La luna è enorme.
Le apro le tende.
Si china sul pavimento come una suora in preghiera.
Sento il suo mormorio,
il suo fievole recitativo:
abbi pietà, abbi pietà di noi.
Le finestre sbattono,
dalla calla si stacca una foglia appassita.
Ma tu verrai ancora?
Solleverai il tuo viso per dire che mi ami?
Sarai accanto a me stanotte,
come una volta allora?
Ci sarai?

Credo sia accaduto in primavera
allo sboccio delle primule:
giallo, verde, il cielo fresco del mattino,
le labbra vermiglie, calde, rosse, tue.

*

Nel mondo ci sarà più fortuna in seguito.
Ricorda. Accumula parole. Coniuga correttamente i verbi.
Allora c’erano meno nubi, buio
meno colpe in quella prima.

Dimentico il tuo nome,
in modo che possa chiamarti
prima che me ne ricordi.

*

Senza un nome saresti la luce.

*

La lampada dell’ingresso,
quella che cambio di continuo.

Come le pietre sgrezzate dalle onde
sediamo sullo scoglio, ombrando i nostri occhi
dalla luce del sole, l’un l’altra, dai triangoli di vele, dall’acqua.

Non chiedi nulla piu,
conosci la somma degli angoli del triangolo,
sai di avere dei lati, e io anche

a volte si avvicinano
come penetrandosi a vicenda, tagliuzzando
un’apertura nel paesaggio.

Un gabbiano si posa su una sporgenza,
senza guardarti a fianco ti alzi e svanisci
dal mio fianco.

Vele, altre vele,
e il mare così aperto e il cielo aperto.

Su ogni spiaggia, anche quelle
che non abbiamo mai attraversato, abbiamo
lasciato i nostri gusci,

in tutte le luci, ombre, suoni,
echi, che ripetono come i bambini,
le onde ripetono, si ripetono

e l’assopirsi, fresco come il vento
greve come l’ombra, più lieve del sole,

ciò che abbiamo sognato, le ampie spiaggie,
la salsedine della pelle, la morbidezza delle labbra.

Sotto il cielo come sala da ballo

Proprio in giorni come questi,
in questi giorni di vita normale,
quando il sole è una sala immensa
nella quale getti il fango accumulatosi sulla tua lingua come passi
e colpi al ritmo dei quali
hai sputato i denti
e il sangue inacetito
dalla botte di quercia della tua vita,
che la notte

ha cerchiato d’acciaio.

In modo che tu possa in un momento di gioia
girare intorno al tuo asse
e ritmare un suono metallico
sulla pista da ballo dorata,
mentre il mare infallibile placa
quell’angoscia della temporaneità,
che le conchiglie e le tinozze
sorseggiano rumorosamente nei propri polmoni come per sbaglio
in certi giorni come questo
che vivi qui,

sotto il cielo come sala da ballo.

da Parla la luce con voce di cornacchia
Tomi Kontio