Fabio Mauri e Vincenzo Ostuni

Vi sono opere che non sono belle, ma fondamentali. Opere che affermano quello che sono nel modo più breve possibile e che a differenza di opere sontuose e prorompenti richiedono per essere comprese nudità di sguardo. Opere miserabili destinate a soffrire di prolungata solitudine; creature mal riuscite alla pari di un bambino dal collo lungo, gli arti corti e l’occhio enorme. Però, al massimo espressive della gracilità di una creatura sul serio nata. Sono – come mi disse un giorno uno scrittore di una sua figlia mostruosa – uguali, a che? A noi, è evidente.

Ebrea 1971 – Fabio Mauri (performance tenutasi all’Hauser & Wirth di New York quest’anno)

« Ebrea può essere un debito pagato oggi a un tempo oggi chiuso. Può darsi. Quando (1945) anch’io mi trovai di fronte al totale storico di un’operazione intellettuale fondata su un elaborato sistema di “falsi”. Comunque il Razzismo l’ho visto riproporsi in varianti che già avevano prodotto il male ad uno stato raramente così puro.
In Ebrea il razzismo ebraico (anti) sta per quello negro, come per ogni altra specie o sottospecie di razzismo.
La cui legge, in ultimo, può riassumersi in: “discriminare l’uomo a motivo di un disvalore. O, ugualmente, di un valore”. In cui discriminare é il contrario di un giudizio. E’ la condanna per segni non individui, ma infinitamente traslati, però “obiettivi”, esterni e collettivi, operata sull’uomo.
In Europa, dal ’30 al ’40, il razzismo ha matrice scientifica: afferma che esistano razze, e alcune superiori. Due nozioni che ho riconosciuto false, sebbene la prima sia ancora volgarmente propria.
Non tutto si é pianto o goduto come si doveva. In Ebrea é il primo caso. La sostanza di quella realtà ho avuto pochi momenti per scrutarla a fondo. Subito, una malattia mi chiuse gli occhi, sequestrandomi l’intero dopoguerra. Resta da qualche parte un lamento non consumato.
Io non sono ebreo, né figlio di ebrei. Ho desiderato, anche, di esserlo. Mi sento ebreo ogni volta che posso e patisco ingiusta discriminazione, e patisco discriminazione. Fare un’operazione sul tema é completare il lamento per un utile noto all’attività poetica e, forse, alla salute psicologica. Nessuno può impedirmi di curarmi come credo.
In Ebrea l’operazione é fredda. E indelicatamente culturale.
Ricompio con pazienza, con le mie mani, l’esperienza del turpe. Ne esploro le possibilità mentali. Estendendone l’atto, invento nuovi oggetti fatti di nuovi uomini. Intralcio di sfuggita la sicurezza laica del “design” contemporaneo così fiducioso nel “progresso”. Può anche darsi.
Mi comporto come se quella realtà (la storica) non avesse avuto i suoi finali di condanna, ma ancora sommasse dati fino ad oggi. Altrove, é lecito sospettare, in modi diversi, l’operazione mi pare prosegua.

Ho scelto un periodo circostanziato per un motivo congiunto: di fiducia pratica nell’assenza del tempo. Dò talune risposte a contenuti culturali dell’epoca (al secolo) in cui sono vivo, nozione più sociologica che altro, all’interno di un tempo autobiografico che ha, in me, una realtà psicologica non inconsistente.
Se c’é una predica in questa dilatazione astorica, non so. Ci si deve chiedere opportunamente cosa non c’é in un’operazione espressiva.
Ebrea nasconde, però credo riveli subito, un accentuato lavoro sul linguaggio personale. Il nascondimento dell’operazione demoniaca cancella il “narciso”, conferendogli impassibilità e buio. L’io affoga nel ruolo auto-didattico. L’immagine individuale scompare qualche attimo per sempre, e attende di attestare altri momenti più certi di vita, solo se fatta a “pezzi”, con una congiunzione non casuale con la materia della scelta». dal sito dedicato a Fabio Mauri

Sedile in pelle ebrea – Norimberga, 1941, 1971

«[..] mi sono spesso occupato – e tuttora m’interessa capire e sapere anche per un fine etico – del male, mi interessa capire com’è possibile certo male. Questo mi ha sempre turbato. Con Ebrea ho ipotizzato qualcosa di orribile che c’è stato, anche questa mostra ha un lato didascalico dentro perché per avere questa invenzione naturale, turpe ho rifatto le saponette degli ebrei con dei saponi moderni e rifatto alcuni oggetti infattibili con pelle umana. L’uomo è plasmabile in ogni dimensione anche in quella del male, in modo che non distingue più. Eh sì, per raggiungere quegli effetti che sono le opere, il mio studio sembrava davvero un campo di concentramento, perché sperimentavo tante cose, alcune delle quali, poi le scartavo; volevo che quest’idea si mostrasse. Infatti le opere di Ebrea che di solito espongo sono una decina, ma le opere che ho fatto sono venticinque, quindici non le espongo mai. Volevo dare verità a quest’operazione, cioè il suo lato metaforico, artificiale è chiaro. Mi potevo permettere quelle cose più vistose, se quasi mi riproponevo di fare cose che evidentemente avevano fatto i tedeschi. Infatti per fare un saponetta devono aver fatto lo stampino, il mio studio era diventato un luogo fetido di orribili operazioni, come bruciare la pelle di un pollo in modo che si potesse leggere ebrea o la stella di Davide».

da un’intervista di Gianfranco Pangrazio in Alfabeta2, settembre 2010

Saponette, 1971

Finimenti in pelle ebrea, 1971

Ci stiamo avvicinando, non manca molto

«Non è un raggio di sole quello che sento sulla faccia?» «
No».
(« Ci stiamo avvicinando, non manca molto»,
così mi scrive, «ha fretta il tempo in sé, quasi parrebbe, hanno fretta queste parole, persino,
ha fretta tutto il Paese di arrivare dove deve,
questo è comunque un tentativo di portare la cosa stessa fino all’ultimo sviluppo concretamente
disponibile, sopra il crinale oltre il quale
da qualche parte si scende», scrive, «o verso il meglio di qua o il nulla di là, nella piazza un grazioso
uccellino mutante saltella sui piatti di plastica sparsi dal vento, mio figlio già si ripara nella costruzione paziente di civiltà elettroniche, nell’elezione
di condottieri infrastorici che truccati da altri destinino a sorti diverse maya, malinesi, sovietici.

Ci avviciniamo», prosegue, «siamo vicini, siamo subito sotto il tempo di stallo e poi fuga tangente, è andato l’avallo, è finito il regesto
di ogni forma di vita corrente, è registrato ogni modo, ogni ente,
ci siamo già tutti giocati i nostri enalotti, è ora
di liberare la bestia,
il cactus è accanto alla dalia sul davanzale della mia finestra, tutto sta a passare dal giusto pertugio,
mia moglie è più giovane e ha mille delicatezze,
le vene molto sottili, i capelli permeabili, già sperimenta, non sappiamo se a vuoto, un genere umano futuro.

Ci avviciniamo», soggiunge, «sul doppio binario cangiante, rotante di vetro e cemento
trascorre un riflesso di lampo silente,
mia madre e mio padre non sono ancora vecchi ma già non capiscono niente, si fissano per la prima volta l’un l’altro camminando verso il mercato,
e dietro i loro talloni s’inghiotte in un vortice basso
la terra ritorta, indecente»).

Vincenzo Ostuni

***

Ebrea è un insieme di oggetti-sculture che rappresentano gli oggetti della vita quotidiana durante il periodo nazista, che richiamano parti del corpo ebreo, e una performance in cui una giovane donna nuda si taglia lentamente i capelli componendo sullo specchio la Stella di Davide. Eccone di seguito alcuni:

Haarschneidemaschine, 1971

Targhe nere n.3, 1971

Armadietto, 1971

Vera cera ebrea, 1971

Famiglia ebrea, 1971

Samuel Morpurgo, primo ospite nel campo di Treblinka, nella sua stessa cornice, eseguito da Attila Rengstoff. Treblinka, 1943,