“L’Arte è etica, il nazismo è estetica”: Fabio Mauri contro ogni forma di fascismo.

Il Muro Occidentale del Pianto, presentato nel 1993 alla XLV Biennale di Vanezia,è un muro di quattro metri, composto da una catasta di valigie di cuoio, di legno, di varie dimensioni, emblema della divisione del mondo, dell’esilio, della fuga, dell’esodo forzato. Le valigie del Muro Occidentale o del Pianto sono il bagaglio d’individui, anche immigrati o emigranti, non necessariamente vittime dell’Olocausto.
Nella parte anteriore, le valigie compongono una struttura architettonica armonica e regolare, il retro, invece, è mosso, molto plastico, le valigie creano una serie di dislivelli, come accade nella natura umana.
Negli anfratti del Muro Occidentale o del Pianto, gli Israeliti infilano rotoli di carta con le preghiere riguardanti gli affetti, l’anima, i corpi e il come vivere la vita terrena. Perché per gli ebrei il Muro è il luogo dove Dio ascolta sempre.
Nel Muro, Mauri ha simulato queste domande in un unico rotolo di tela bianca. E’ una sorta di preghiera dell’arte. È piantato, in un barattolo, un rametto di edera rampicante, per significare che nessun eccidio può far morire l’Arte, ossia l’Uomo, profondo, giusto, che crede nell’Uomo. (Dora Aceto) dal sito Fabio Mauri

“Che rapporto c’è tra Ebrea e Il muro occidentale o del pianto?

C’è un gran rapporto, secondo me, perché Ebrea – come dice anche il primo testo – comprende anche gli zingari, e per estensione anche i negri, cioè il disprezzo razziale eccetera.
Il muro occidentale o del pianto da una parte è completamente squadrato, a filo e miracolosamente ancora è così, perché è miracoloso non c’è niente che lo regga in piedi proprio bene e dietro invece è tutto mosso perché tutti quei bagagli sono a filo da un parte, i materiali sono diversi, ecco i materiali diversi significano caratteri religioni etnie…
Il razzismo – oggi come prima – opera come ricerca estrema di identità o come volontà conclusiva di una resa dei conti. Riparte da zero, cancellando l’interlocutore. Quale dolore, cecità, morte, angustia comporta questo malore occidentale è facile verificarlo ogni giorno nella cronaca mediterranea ed europea. Il morbido, il duro, il cartone, il cuoio sono in questo muro pietre e persone: un unico collage autoparlante.”

Fabio Mauri nell’intervista con Gianfranco Pangrazio, in Alfabeta2 del settembre 2010

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La performance storica Che cosa è il fascismo è presentata il 2 aprile 1971 negli Studi Cinematografici Safa Palatino in Roma. L’evento si svolge con la partecipazione degli allievi dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, a conclusione del seminario “Gesto e comportamento nell’arte oggi” curato da Giorgio Pressburger. Lo spunto è il ricordo della visita di Hitler a Firenze nel 1938, in occasione della quale la squadra di Bologna di cui fa parte Fabio Mauri con l’amico Pier Paolo Pasolini, Fabio Luca Cavazza e altri, vince la competizione intellettuale giovanile. L’azione consiste nella ricostruzione dei ‘Ludi Juveniles’. Si susseguono saggi ginnici, incontri di scherma, esibizioni di pattinaggio, sbandieramenti, inni e dibattiti individuali sulla Mistica di Regime. Nella performance, l’intera azione si svolge su di un tappeto rettangolare con il simbolo della svastica posto al centro del tappeto rosso, tra tribune nere suddivise per ‘Corporazioni’(Artisti, Agrari, Edili, Ingegneri, …), dove viene fatto sistemare un pubblico affine. Due piccole tribune recano la Stella di Davide, a significare una discriminazione razziale del tempo fascista, presentata in Italia come innocua e abituale. Gli inviti alla mostra, di vari colori, a seconda della categoria sociale, sono riservati anche a donne e uomini ebrei, discriminati per l’accesso alle piccole tribune. Le musiche del repertorio classico fascista precedono e accompagnano lo svolgimento, anche immaginario, semplicemente evocato dal Podio di Comando, da cui viene registicamente diretta, la grande adunata della Gioventù Italiana del Littorio.
Alla fine delle competizioni, su uno schermo d’epoca vengono proiettati i “Film Luce”, cinegiornali di notizie, pervasi dall’evidente falsità della propaganda.
In Che cosa è il fascismo il contrasto tra l’apparente normalità degli eventi e la presenza di segnali negativi genera un senso di inquietudine progressiva e di evidenza dell’improntitudine mortale della Bugia di Stato, così come dell’ottimismo infondato di un popolo, anzi di due. (Dora Aceto) dal sito Fabio Mauri

Che cosa è il fascismo

” [..] Dovevo fare una mostra alla fine degli anni Sessanta, erano un po’ di anni che non facevo mostre dopo lo sbarco della Pop Art a Venezia. Capii che a Roma avevamo intuito che eravamo alla periferia della società dei consumi, ampiamente battuti dall’America e allora volli ricercare le radici di me stesso e della storia che avevo vissuto perché non volevo vivere come in Libano, vivere cioè una storia secondaria. Ebbi l’offerta da Giorgio Pressburger di dare lezioni di Arte contemporanea ai giovani attori dell’Accademia nazionale di arte drammatica Silvio d’Amico con la promessa di fare, alla fine del corso, una performance. La mia intenzione era quella di esporre qualcosa qualcosa che avrebbe cambiato la prospettiva espositiva dell’arte contemporanea. Avevo trovato il microfono autentico di Mussolini di piazza Venezia: per quei buchini – tenuti in una scatola come una reliquia – erano passati i destini di milioni di persone. Feci di tutto per averlo, mi dichiarai fascista, offrì tutto il denaro che potevo mettere insieme per acquistarlo e il proprietario, un vecchio fascista, stava quasi per darmelo ma poi per paura non cedette.
Visto che non potevo fare la mostra andai a riprendere un’esperienza molto profonda che avevo vissuto che – forse – non ho pianto abbastanza né analizzato come avrei dovuto: il fascismo. Ho cominciato a fare delle operazioni cominciando a togliere alle ragazzine la pin up (le ragazze della mia giovinezza erano delle monache mancate e dovevano comportarsi in un determinato modo e certi gesti erano vietati), ai ragazzi ugualmente tolsi il cow boy. Insomma cercavo di rifare quello che avevo appreso (all’età di 12 anni) nel 1932 a Firenze per l’arrivo di Hitler dove al Giardino di Boboli sfilavano moltissimi ragazzi e ragazze, tutti vestiti molto elegantemente. Noi eravamo un po’ straccioncelli, non avevamo nemmeno una divisa ortodossa. Volevo capire come la bellezza poteva coesistere con la bugia e scoprire il perché di questa realtà dei giovani – la gioventù è bella non per valore o per merito. Di colpo ho visto capovolgersi questa situazione della gioventù e quelli appena un po’ più grandi di me andare al fronte, in Russia e nei campi di sterminio. Così è nato Che cos’è il fascismo perché stranamente in quel momento non se ne parlava più, sembrava una realtà già giudicata, invece serpeggiava un fascismo incredibile. Feci lo spettacolo dopo il golpe Borghese e così ho sbattuto la faccia contro il fascismo mentre facevo lo spettacolo, tant’è vero che nella prova generale c’era qualcosa che non funzionava perché sembrava una rappresentazione troppo autentica. Allora, fermando la prova, cominciai a parlare di Brecht, della recitazione epica e del distacco, cercai di spiegare che non dovevano recitare in quel modo così verosimile e allora un biondone un po’ arrogante mi disse: «Ma noi non possiamo recitare come vuole lei, perché noi ci crediamo profondamente….». A quella risposta li chiamai uno a uno al mio tavolino per farmi dire chi di loro voleva ancora continuare a recitare nel mio modo spiegando che lo spettacolo era contro il fascismo, non a favore. La metà mi abbandonò e rimasero in dodici, anche se i ruoli erano per il doppio delle persone. Mi sono rimesso a lavoro e con grande bravura uno – che era nipote di Matroianni – mi interpretò almeno tre parti imparandole di notte e lo stesso fecero gli altri undici ragazzi. Lo spettacolo è sempre rimasto con dodici persone salvo a New York dove i ragazzi non hanno alcuna versatilità e fecero in quarantadue ciò che in Italia avevano fatto in dodici. Nel continuo ripetere a me stesso cosa stessi facendo riuscii a fare uno spettacolo che sbalordì perché sembrava troppo vero; alcuni mi accusarono di aver modificato i film Luce – cosa impossibile, ci vorrebbero miliardi per farlo – sono simili semplicemente perché li ho visti. [,,] ”

Fabio Mauri nell’intervista con Gianfranco Pangrazio, in Alfabeta2 del settembre 2010

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La performance Che cosa è la filosofia. Heidegger e la questione tedesca. Concerto da tavolo, è presentata nel 1989 a L’Aquila, Studio D’Arte Quarto di Santa Giusta. Si svolge sopra un grande tavolo quadrangolare. Ai bordi vengono serviti birra e crauti. Gli attori, con i toni di una discussione della società alto-borghese, recitano i versi di poesie tedesche. Ad un tratto si ode la registrazione in italiano, ma con accento tedesco, di un documento autentico, tratto dal Processo di Eichmann, inerente all’utilizzo economico di alcune parti di corpo ebreo (capelli, oro nei denti,…). Per Heidegger (interpretato quattro volte dal filosofo Giacomo Marramao), ballano ragazze sempre diverse. Cercano di coinvolgerlo. Vi riescono. La società insidia abitualmente la sapienza, di frequente vince. I tempi della performance sono segnati da frasi di musica dodecafonica che una violoncellista suona, immobilizzando la scena, attori e pubblico. Il contrasto è molto forte; la Germania genera una delle più alte tradizioni culturali e filosofiche ma, allo stesso tempo, crea disumani abissi di morte. Il connubio di canzoni folkloristiche tedesche e documenti radiofonici sulle torture naziste verso gli ebrei, scuote inevitabilmente la coscienza dei presenti, in parte già ‘storica’, a causa del tempo trascorso, che conoscono molti di quei dati come veri, spesso uditi, quasi sperimentati personalmente. E’ l’unica performance in cui Fabio Mauri compare. Incerto, come autore, di essersi spiegato. Nel finale sale sul tavolo e legge un breve testo sulla performance stessa, concludendo che “Il bene e il male parlano la stessa lingua”. Di qui la difficoltà di distinguerli, individuabili solo teleologicamente, secondo il loro fine. (Dora Aceto) dal sito Fabio Mauri

Altre opere più ironiche sugli stessi temi:
Zerbino Ariano, 1985

Estintori Ariani, 1995

Spruzzatore ariano, 1995

Luce ariana, 1995

Questa coppa è ariana, 1995

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Ricostruzione storica a percezione spenta

* in copertina “I casi del mondo e la signora Matisse”, 1988