“.. come un gioco troppo vibrante di giostra” – Isabella Vicentini e Robert Chang Chien

“.. eppure sapevi
che quando l’esatta percezione
tra due si riconosce
l’impossibile forma solo
intelligenze non congiunte
corpi in cui l’anima non piange
anime in cui il corpo non respira.”

I mari

fu l’inganno dei mari
a insinuare fessure
tra le nebbie degli occhi
rombanti onde vagabonde
brusio senza plaga
I pensieri non trovanno letti
per risalire le foci
della sorgente suicida.

 

La riva

affoga il giorno affonda
più non ha rive più
non vedremo battelli mai più
ma scie infinite
solchi ferite ha il mare
e confonde acqua e dolore

rumore alfabeto nascosto
la lettera che incanta i delfini
era gioco e affonda nel giorno
non c’è porto che accolga il delfino.

 

Falene

argento l’ascolto
rimanda parole frontali
non pronte a scivolare nel buio
strappate al lamento dei grilli
mattino di ciottoli nella sabbia
nella camera il pezzo di corallo sul cuscino

accogli argento la promessa
bianca come una partenza antica
aprivi silenzi saturi di te
vivono passioni di corse
che difendi dal contatto sudato dell’intesa
capire sperdeva l’infanzia sovrastante
è notte e non si nega
l’immobile acqua che sperdeva.

 

Ormeggio.
Se le lettere hanno occhi.

Scivolo cieca lungo il cordame
di frasi ancora d’un incontro
parole che trattengono dalla sabbia
gli occhi perduti a poppa
Marina intesseva ali
con la parte viva di loro
“Più presto, più presto, primavera è…
adesso…”

 

Le Simplegadi

dimenticarono chi aveva rovesciato la chiglia
per scambiare l’anello delle nozze
sono scesa come una sonda
– Ismaele raccontava il suo mistero –
il salto che sfidò il vuoto
restò sospeso alla propria angustia
una sola una sola mano cambiò la benda
e gli occhi videro una sola mano
questa

 

Isola

si svuota riversato in secchi
il debito, pece, ossessione, acqua d’attesa
per il ricordo invisibile di giorno
ho stretto con forza la vela
amicizia spartana l’acqua
la più infelice senza terra.

da Diario del Mar Morto

“.. fortunate congiunzioni
tra tutti i possibili
la sola naturalezza ..

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Marzo

cieca io che
sognavo i sogni dei mattini
e spoglia misi
tra le tue mani la mia anima gemella
– perché sapendo d’essere Ida e tu
non di Messene ma di Sparta l’orgoglio
bianche le rosse tuniche
e a forma d’uovo bianco il copricapo
chiesi per te la vita?
-perché, tu il più cieco
dimenticasti il turno
di un solo giorno
concesso alla stella dei Gemelli?

 

Il veliero

io che avevo cara la vita
un giorno la scambiai con un veliero
follia fu credere di sgretolare muri
confondere i mari con la vita
ora ricuso i giorni muti
gomene galleggianti i giorni
la verginità della mia sventura
solo a me appartiene
– sai? dicono che c’è un’isola
sconfitta in fondo ad ogni mare
e ciò che chiedevo è troppo
per quel poco che oggi resta.

 

Stazione

Sogno tra i cari sogni
il più caro. Chimera.
Unguento labile ai giorni chini
indistruttibile ad ogni sepoltura.
Erano storni di quasi gennaio
la prima luce più lunga della sera
chiedevo in cambio soltanto
la vita, la vita
e i pensieri univano ciò che oggi separa.
Si muteranno in onde le parole
nella città che avanza
risalendo sempre più a nord
miracolo degli incontri.
Lasciano senza risposte i luoghi
noi ci incontrammo quando
già tutto era bruciato
io città assediata
ma fummo leggeri nella sera
anticipando un capodanno
vissuto al contrario.

 

 

Per P.

affonda al fuoco spento del camino
il legno della zattera che stride
quante corde per stringere
il periplo del mio confino
più non parla il mare
palmo a palmo scavo gli argini
della malattia.

 

 

Medicine come funi

dicono
che le balene muoiono
con la testa rivolta al sole
tu mi hai insegnato a morire
con una manciata iconoclasta.
Una sera il corpo invito a cena
l’anima, e l’anima si svuotò.
Si guardarono a lungo
e i tormenti ora
hanno vesti di carne
salsedine sulle labbra.
Estrarre l’arpione
mi portò via i polmoni
punta recuperata
alla superficie dell’acqua.
Cuore e polmoni hanno un solo respiro
ondulato dalla risacca.
“Ci si guarda sempre con gli stessi occhi”
io ho avuto i tuoi
per rovesciare sangue e acqua.
Respinta sul fondale
persi la sepoltura in alto mare.
Perché seduto sul molo
sei stato capitano
medicine come funi
traghettarono braccia
non più pronte a intrecciarsi
ma
a toccarsi.

 

da Diario
in Diario di bordo –
Isabella Vicentini