Cronache dalla macchia – Emidio Montini

Prologo

L’Altrove, la sua ruota, il tugurio e la paura, irrevocabile il peccato e speculare la salita: tessate vele sono per noi assetati di un’altra vita. Che per tutti ci sia spazio non è vero, nelle Sfere della Grazia. Ahimè! Il Gran Verme già debella le ultime garrite – in esse noi annidati a annotare umane le parole (cosi impari cecchini) e come vadano perdute, e si leva il fuoco e scompare chi resiste, il poeta e la sua peste: e come qui sia chiaro chi sia il Principe del Mondo lo vediamo, lo vedremo, entrati nella macchia

I

Entrare nella macchia e non uscirne più. Cosa fatta a vent’anni. Poi il sentiero si perde, e dopo un volo subitaneo d’anni, duramente irrompe coscienza d’autunno…
Entrare nella macchia e non uscirne più. Accade s’avveri: dormire in mezzo al fogliame, colloquiare coi ricci, fuggire i passi uditi a notte al confine: troppo oltre condotto il pudore d’una vita vissuta via dallo sciame…
Entrare nella macchia e non uscirne piu. Reciso ogni patto, dimenticato il contratto. Il mondo visto dal folto e più atroce, la commedia più vera: solo giunge d’un tratto pietà, e i Troni non fanno più paura…

V

Il cielo è precipitato in me, ad esso mi sono confuso. Invano ho atteso l’impatto con la terra, con la sua grazia di grembo che tutto accoglie. Il sole batte esatto sulle onde, conchiglie conduce sulle sabbie basse…
Fra tale folto tappeto d’acque, lusso a volte è la sete, a volte danno, quando l’Anima cerca una sorgente totale, una sola costa…
Vele allora muove a una luce vicina, quasi villaggio arroccato sopra fertile pesca, e non sai che l’aspetta un dirupo di false bandiere: allo sbarco pronte a mutarsi in un solo taglio, una sola piaga…

VI

Dall’età del saccheggio all’età dell’usura, soltanto un passo. Ogni orma si ripete. Il lampo ch’io sono, in Te s’inabissa, alla ricerca di una terra più dolce: di un tempo più stabile che mi liberi dalle fughe…
O Signore! Grigio Tu dei crepacci al fondo, Tu leggero tra i fiori, Ti sia gradito il dono che porto, dalla sorgente al bosco…
Io, dalla fune stretta intorno al collo, dalla Citta cacciato per via delle mie parole, che di me Ti basti la veglia, le amarissime bacche: soli emblemi d’un fiume che perenne cerca il suo mare…

VII

Come salvo rendi alla lupa il cucciolo suo smarrito (ed eccolo che a vederla prende sulle balze la via piu breve, rifattosi d’un tratto redivivo e forte) cosi rendimi il dono ch’ebbi di parole. Cosciente! rendimelo. Fammi certo che anch’io nel vero, nel verde: sottratto al giogo dell’altrui assenso, libero nell’anima, nel senso – Tu sul poggio lassù , ma non cosi distante…

IX

Tutto tace. Neppure questa notte a me d’intorno, distrutte pareti deporranno divelto il loro giogo: delle Erinni fissando la potenza che le schianta, e di cieli il gaudio all’Ade rovesciato. Tutto tace. Ed è cicuta per me il silenzio, stabile pozione che letale la vita mi consuma. Ed è fuoco sigillato, che arde ma non parla: ed è acqua che disseta rinnovandomi la sete. Tutto tace. Ma io desto d’arie m’arrovello. Ed è la foglia là, esposta alla stagione: ed è il vagito che non cessa. Ed è l’amore, portentoso: l’amore di Colui ch’è a me ritroso…

Intermezzo

Pure uscire si deve dalla macchia, dal folto dopo anni, e il sentiero saggiare che conduce alla via maestra. Giungere si deve a quel mercato, di merci straripante, d’alambicchi, di spezie e medicamenti: di magie vendute per un pugno d’aria. Si deve. E aggirarsi in esso vanamente, qui o là cercando fra belle stoffe e ceramiche di grido, fra tutti l’oggetto a noi più caro. Uscire si deve dalla macchia, e percepire il Sogno, fluttuante: nessuno uguale, l’Anima distante…

E dirsi: forse meglio ritornare…

XI

..
Oh, intonacate ore d’estate, dove dunque coloro che ho amato (cosi malamente) andati oltre quale specchio: oh! insieme ricominciare…

XIII

Questa canapa rozza d’ustioni, palinsesto votato all’Eterno, sindone e affresco: questa sarebbe l’Anima? Come polline subire offese, mentre dovunque è uno splendore d’astri: questa sarebbe l’Anima? Magico agrume, effige di dio che non fummo, profusi baci su un assito di foglie: questa sarebbe l’Anima? Terrore sopraffino, torrenziale disadorna estate, e le isole e le coste e il lino della veste: questa sarebbe l’Anime? Maggese al colmo, nero magma di tini, lieto portico al rintocco di chiare campane: questa sarebbe l’Anima?…

XIV

Davanti mi si confonde la distesa del Tempo, senza confini. Mare che in fondo non io percorrerò né tu che mi ascolti. Che tarlo però! Irrompe a primavera il cuore, e qui trova dighe, là scabre pareti a frenarlo: e su tutto grigi di pioggia bastioni che ignora, e maligne correnti e voci petrose. Pure tale non era alla fonte il suo giorno! Fresco di forze smaniava: docile allora da porte sbarrata non era la china. Ora lo sai. Piegarsi ha dovuto e ai Molti ahimè! non all’Uno. Lui che vita di corallo ambiva, ora ristagna. Più non crede al cielo, e urla quaggiù, lassù, dovunque: muto comunque. Sedato se solo di sua morte dimentico dorma…

XV

Commosso, chinatomi un giorno sull’erba, fra steli all’agonia di un verme, dal ventre suo muco colare vidi coatto. Meraviglia d’infanzia allora mi colse, e d’odio un moto profondo verso ignoto sicario. Spietato mi parve che il sole durasse: che il tempo passasse duro mi parve. Ma il tempo passò, e crebbe il delirio. Eclissatosi amore, il crimine crebbe: crebbe sgomento al durar del sole. Così oggi, di più cosciente lo sguardo sull’erba, di stragi ben altra evidenza m’assale. Mia è piaga che il sole non cura: sicario son io che a morte riduco…

XVII

Come il colibri ripiegata l’ala dopo un transito di secoli, dopo miglia di volo sul costato della Terra (e che flora di domande, che fauna di dolore) come il colibri lasciare l’uomo alla sua veglia, il mondo al regno della guerra, e le lacrime alla donna. Come il colibri tacere il senso della selce, della luce, e infame quella sete che l’acceca: lui posato, immobile, sul piu anonimo dei rami…

VIII

Di ritornare non è tempo: quelle suole, consumate non ho del tutto ancora. Così indugio. E nuove gote a sognare mi sorprendo, contese nuove: che ricreare non so se desto. Cosi resto a mutare pioggie che non intendo, in danze favolose d’elfi invitati dal Signore. Là un gatto a mirare resto che s’arrovella, da spine preso come un angelo da offese. Qui d’acque s ascoltare resto una canzone, un vento che pudore narra a novelle spose: che quanto d’amore un oro non sai io tenga, sotto celato a questa mia cotta arcigna.

Epilogo

Il Presente, il suo boato, infame un tango di porporine toghe: non è tempo per noi d’uscire dalla macchia, d’entrare in casa di Pilato. In tutto ciò, se una trama vi sia non so ma un segno è certo: quanto più amaro è il calice, tanto piu il cuore tende alla fine del passato. Ahimè! In questa notte palmata d’ansie, folta d’amaro un popolo, guidami Tu, e sia pace con me, con loro: frammenti d umanità ferita. Guidami Tu a accoglierne la vanità infinita, a subirne d’aria le offese, di piombo. Lo so: Vita in loro cerca scampo dicendo: “Io sono” – ma ecco Lei già più non è là…

da Cronache dalla macchia –
Emidio Montini

dall’Autore, sua nota

Non avessi incontrato lei sarei alla deriva. Fu un amore repentino, una soluzione imprevista. Esistere per qualcosa che esigeva da me il meglio per approdare al mondo. Escluso da esso nelle forme del quotidiano, ad esso giungere per mezzo della parola: per mezzo di immagini scolpite in singole essenze, e questo dal mare del possibile immaginato o visto. Essere, semplicemente, in contatto col tutto e col nulla, il più vuoto dei mortali con un tesoro nella sacca. Come un delfino, signore del salto e delle rotte. Cominciò a vent’anni la profusione, la ricerca, la sete d’una luce intravista, il ritorno a casa: dopo la curva, il fumo dei camini, le illuminate finestre del borgo dell’eterna giovinezza.

Questo il mio rapporto con la Signora, schiavo e padrone insieme, parola dopo parola, anni di schermaglie, di tenzoni: temerario al contempo e incauto, cosi vicino al fuoco da non vederne il rischio. Ciò che si manipola è magma puro, il primo fiato delle cose: la ricaduta – filtrata – dei Troni e delle Dominazioni. Di quell’Unico da cui provengono eternamente e la grandine e le rose. È stare a dimora sull’orlo di un vulcano, in un capanno, e invocare a ogni verso una venuta, finché giunge per ognuno quella senza intermediari, e il Creativo è lì, nel tuono che precede lo smottamento e la paura. Non andiamo da salariati a indagare il caos, lo sguardo furtivo non inganna la lava che pullula sotto la crosta. La cellula è primordiale, su chiamata è il sigillo. E il nome non è importante.

* le foto sono di
Lola Thomas,
dalla serie Another place, and here
in Landscapestories.net