“Bello come un dio, bizzarro come la vita, triste come la morte”

” Quand’ero piccolo c’era guerra ovunque. Le circostanze della vita hanno fatto di me un ragazzo solitario in un campo deserto e infine un uomo allucinato in un mondo di marziani”.”

Nino Ferrer

Ma vie pour rien dall’album Mirza

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reDiscovery su Nino Ferrer di Federico Sacchi – Episodio 1

Reverend Nino et Les Jubilées in Ferme la porte

Con lo pseudonimo di Les Gattamou in Le Monkiss de la police

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Episodio 2 – Oltre lo stereotipo

La pelle nera ” […] un ineguagliato manifesto per tutti gli amanti di soul e r’n’b. (Nino avrebbe desiderato essere un nero americano, spuntare dal quartiere francese di New Orleans, o dagli studi della Stax: ma viveva a contatto con la cultura africana, già ben presente sul suolo francese, senza peraltro mai farsi vettore di quei ritmi: “Amava i neri”, rivelerà Manu Dibango, “ma non amava affatto i bianchi”).” […] con la black music il rapporto era stretto e veritiero: nella band di Nino, alla seconda metà dei Sessanta lavorò per quattro anni come organista, e quindi al sax, nientemeno che Manu Dibango, camerunense, futura star dell’afro-sound. Collaborerà per un periodo più breve anche il maliano Salif Keïta . Di quel periodo vivida è la memoria di Manu Dibango, che ad alcuni brani fornirà un determinante groove afro: “Nino era autoritario, ma non dittatoriale. Sapeva quel che voleva. Metteva rigore nella musica. Sulla scena era un dandy e voleva che i suoi musicisti fossero belli ed eleganti, oltre che bravi a suonare […]. Aveva un’ottima orchestra al suo servizio e lui stesso era molto bravo a cantare, uno dei migliori cantanti che la Francia abbia mai avuto. Un intellettuale, un erudito con un carattere orribile, che poteva essere insopportabile. Era Dr. Jeckyll e Mr. Hyde: un bravo musicista che amava la musica, ma non amava se stesso”. E ancora: “Adorava l’animalità dei neri americani, la dimensione fisica. Che rendeva bene sulla scena, ma che rendeva come un bianco. E non poteva rinascere! C’era questa contraddizione in lui: i suoi eroi in musica erano tutti neri”.

Il retro del disco La pelle nera, che lo portò al vertice del successo in Francia e in Italia, è una cover di It’s a man’s man’s world di James Brown dal titolo
Se mi vuoi sempre bene, firmata nella versione italiana da Sergio Bardotti e Luigi Tenco (Nino amava usare il lato B di un disco orecchiabile con un testo sempre più impegnato o impegnativo).

Shake shake Fever

Cannabis

Un anno d’amore

La rua Madureira

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Episodio 3 – Cosa hanno fatto a Nino Ferrer

“Io mi sentivo un cantautore, un artista completo”, teneva a precisare parlando dell’epoca in cui svettava in hit parade, “ma i discografici mi trattavano come una macchietta, un interprete di canzonette stupide, un artista di varietà. Mi sentivo in gabbia”.

Le blues anti bourgeois

“[…] Ho inciso un lp eccezionale, dal vivo, durante un mio recital al Teatro Sistina di Roma, Rat’sand Roll’s, l’ho fatto a mie spese e i miei discografici non l’hanno reclamizzato. Perché, come era da prevedere, la Rai ha bocciato due delle mie canzoni e dicono che senza l’appoggio della radio o della televisione era inutile spendere soldi per spingere il disco. E anche in Francia la Casa dalla quale dipendo per contratto vuole che io faccia dei dischi commerciali e io non sono d’accordo. Non sono un dentifricio o un sapone da barba, ma un artista. Io stesso scrivo quasi tutte le canzoni che canto e non posso produrre motivi su ordinazione. Ho interpretato Donna Rosa e Agata con piacere perché mi divertiva ma non posso rimanere sempre allo stesso livello, se no fra un anno o due sarei un artista finito. In Francia non canto più da diverso tempo. È per questo che sono venuto in Italia. Ma sono caduto dalla padella nella brace”.

dall’album autoprodotto Rats and Roll’s Reminiscenza

la versione italiana di Cannabis, Canapa indiana

e anche la bella cover Ol’ man river

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Episodio 4 – Un uomo solo al comando

“ […] Qui sono a casa mia”, è scritto, “e ospito neri, puttane, ebrei, drogati e cago in faccia a tutti gli altri”.

Il vento è girato, la canzone sta cambiando pelle e anche per Nino Ferrer si profila una metamorfosi, dalle fondamenta: “Ho scoperto da poco”, dirà, “la canzone politica. I giovani hanno ragione. Cantare per dire delle stupidaggini è inutile: può essere divertente di tanto in tanto, ma la musica deve migliorare il pubblico, deve avere un contenuto sociale e culturale”.
” Bisogna che tutte le musiche, che tutte le opinioni possano farsi ascoltare anche se l’indice di gradimento resta al grado zero. Bisogna fare che si sia noi a scegliere, altrimenti non saremo mai liberi. Se no è tutta imposizione, tutta industria, tutto marketing. Non amano la musica, non capiscono niente. Tutto ciò che amano è ciò che riconoscono […]. Non vogliamo ascoltare ciò che fa vibrare, vogliamo parlare di ciò che ci interessa, anche se si chiama sesso, droga, disperazione […]. Vogliamo radio libere, televisioni libere”.

Metronomie, […] “Il mio primo disco”, lo definirà, per sottolineare uno status di libertà creativa finalmente conseguito, che fa di quel 33 giri un punto fermo del pop francese, con testi coraggiosi e una spavalda ouverture strumentale, tra prog, free, fantasia al potere.

Una canzone sulla guerra Les enfants de la patrie

Una sul tema dell’ecologia La maison près de la fontaine . Vi cantava: “La casa vicino alla fontana / coperta di vigne vergini e tele di ragno / odorava di marmellata, disordine, oscurità. / Di autunno, di infanzia, di eternità. / La casa accanto al dormitorio / ha fatto posto ai capannoni e al supermercato. / Gli alberi sono spariti / ma c’è l’odore dell’idrogeno solforico, / di benzina, di guerra, di società. / Non va poi male, è normale. / È il progresso”.

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Episodio 5 – Sincronicità

[…] Personalità errante, animato da un chiaro furore di vivere, ma poi indotto a ripiegarsi su se stesso, Nino agli occhi dei francesi fu un bolide lanciato a tutta velocità sulle strade della canzone, “l’ultimo dei rocker, un principe dello swing”: là vanta una discografia ampia, persino velleitaria, con una discutibile messa a fuoco, mentre in Italia la sua identità artistica, ancorché ridotta, suona più nitida. Una lunga crepa pare come attraversare tutta la sua vita, di musicista e di uomo, una vena scura che incide nel profondo, separa i pensieri, le speranze, le attitudini naturali di Nino, quasi a provocare ricorrenti momenti critici: una serie di stazioni in cui decidere di fermarsi, sostare, cambiare ancora strada, senza dimenticare da dove si arriva, senza sapere bene dove si andrà, verso quale capolinea. Olivier Cachin ossserva su quello che è atato anche definito “le van Gogh de la chanson francais”, in un libro uscito nel decennale della morte: “Un artista non è che raramente riconosciuto per quello che lui stima essere il suo lavoro migliore. E Nino ha cercato durante tutta la sua vita di cancellare quelle canzoni popolari che gli erano divenute insopportabili per esplorare altre vie, inventare nuovi mezzi per creare. Tutto per allontanarsi da quello show business che era giunto a detestare” , tutto per raccontare la sua storia attraverso la musica.

Autarchico, portato all’eremitaggio, in compagnia dei suoi demoni, è difficile stanarlo: “Il mondo attraversa una crisi di civiltà come quella che portò alla caduta di Babilonia”, sibila in una delle sempre più rare interviste o sortite pubbliche. E quando nel 1982 torna in concerto a Parigi, al Bobino è altrettanto esplicito sulla sua carriera. “Ho 48 anni, sono più rovinato e arcigno che mai, ma soddisfatto del mio destino perché mi piace più correre dietro alle chimere che mi scaldano il cuore, piuttosto che sedere su un derisorio mucchio di soldi”.

Dedicato alla madre il bell’album Blanat Introduzione e L’arbre noir

e dall’album dedicato al padre Ex libris Barberine

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Ad assorbirlo nei suoi ultimi anni sono soprattutto le tele, i colori, i pennelli.
“Mi sento come un vecchio bluesman, con un solo desiderio, quello di dipingere. La pittura è molto più serena.”. ”
La pittura è la sola arte a mia conoscenza che tollera l’ingenuità […]. Dipingo sei ore al giorno: mi costa fatica fisica, ma questo mi conduce a uno stato di serenità assoluta”.

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Fratelli e così sia

.. Fratelli, che siamo venuti a fare qui
Vivere un po’
Ridere un po’
Amare un po’
Soffrire un po’
Piangere un po’
Morire un po’
Perché ..

Looking for you – dall’album Nino et Radiah et le Sud

“Essere o non essere / questa è sempre la questione / e c’è sempre meno gente che risponda”.

Nino Ferrer

* Il testo è tratto da
Lontani dagli occhi –
Enzo Gentile

** i dipinti sono di Nino Ferrer