Henrik Ibsen e Ruth Beckermann

Un’epistola.

Caro amico,

Voi mi chiedete ansiosamente nella vostra lettera
perchè la nostra generazione è così stranamente inquieta,
impotente a gioire come impotente a soffrire,
tanto è tormentata da un terrore vago.
Mi chiedete perchè nessun successo non farebbe vibrare le anime,
perchè nessuno si crede responsabile delle proprie disgrazie,
perchè ognuno attribuisce al caso gioie e dolori,
tutto attendendo dal destino in una oziosa sonnolenza.

Amico, perchè sollecitate da me la chiave di questo enigma?
Interrogo volontieri, ma abitualmente non rispondo a chi m’interroga.
Tuttavia Voi non avrete inutilmente
intinta la vostra penna, caro amico,
se non esigete in modo assoluto
una risposta perentoria e definitiva.
E dapprima, come risposta vi proporrò a mia volta un problema.
Ma badate che chi vi parla è un poeta,
un poeta, ogni frase del quale è simbolo o immagine.

Ditemi dunque se per caso avete osservato lungamente nei nostri porti
una nave che prende il largo col soffio del vento favorevole,
una nave che veleggia direttamente verso il lontano orizzonte,
Certamente ciò vi è accaduto, e voi avete certamente osservato
l’animazione, la gaia attività della ciurma,
l’assoluta spensieratezza di tutti quegli esseri che si allontanano,
e udite le parole brevi e ardite del comandante:
tutti si mostrano così sicuri come sulla terra, così tranquilli come se il vasto mare obbedisse alle leggi,
come se la strada potesse essere chilometricamente e sicuramente seguìta. Generalmente quella nave si allontana così
cercando le spiagge lontane che hanno i porti numerosi. Si scaricano le stive, poi vengono riempite nuovamente
di prodotti indigeni, di mercanzie, e nella cala
si ammassano sacchi e cassoni,
il contenuto dei quali non è noto
nè al capitano nè ai marinai:
poi si salpa per il lungo corso
e la prora fende così arditamente la schiuma amara,
che l’oceano non sembra più largo abbastanza,
con le sue onde e i suoi flutti potenti,
per contenere l’immensa gioia di vivere.
La tempesta stessa non fa che accrescere l’allegrezza
del capitano, dei marinai e anche dei viaggiatori.
Non è molto semplice? La nave non fa acqua.
Il carico è accuratamente imbarcato.
La bussola, il sestante e il cannocchiale
promettono una felice traversata.
Infine la scienza e l’esperienza del comandante
fanno nascere la sicurezza e soffocano l’inquietudine,
e tuttavia può avvenire
che, in un giorno calmo, senza una ragione plausibile,
improvvisamente, a bordo, sul viso di ciascuno
si riveli una strana e crudele inquietudine.
Poco numerosi sono dapprima quelli che sono in preda a questa nostalgia
ma il male si propaga e si comunica a tutti.
Allora apaticamente s’inalzano le vele e si tirano le corde.
La tromba che deve risvegliare i marinai per il quarto
suona lentamente e pigramente
e il più piccolo incidente impensierisce!
La tranquillità del flutto, lo stesso vento favorevole
sono malamente interpretati. La brusca apparizione di un delfino,
il grido d’un uccello di tempesta sono di cattivo augurio
per quegli uomini senza coraggio, afflitti da un male secreto
che nessuno confessa, del quale nessuno ha parlato.
Che cosa è dunque avvenuto a bordo della nave?
Qual’è la causa enigmatica di questo male singolare
che ha paralizzato la volontà, il coraggio e le parole di tutti?
Un incidente è sopraggiunto? Un uomo è caduto in mare?
No! Tutto a bordo procede regolarmente
ma tutto procede senza fede, senza gioia e senza canti. Perchè dunque? Perchè una parola è stata mormorata –
un rumore, un si dice è sordamente corso
dalle cabine di prora alle cabine di poppa –
e tutti si immaginano di viaggiare con un cadavere nella stiva.
La superstizione del marinaio è conosciuta da tutti;
e quando questo strano timore lo invade,
si comunica anche alle altre anime,
ed è solamente alla fine del viaggio,
quando la nave, malgrado i presentimenti, gli scogli, i banchi di sabbia,
avrà gettato una buona volta l’ancora nel porto,
che si saprà se questo timore fosse illusorio o giustificato.

È così, amico mio, che la nave dell’Europa voga verso rive lontane;
noi pure siamo imbarcati
ed eccoci seduti sul cassero.
Col nostro cappello salutiamo le rive amate che lasciamo.
E finalmente ecco che in pieno mare il vento carezza la nostra fronte.
Sul ponte si respira e l’aria rinfresca l’anima nostra.
Nella stiva i nostri bagagli sono bene collocati
e il cuoco si dispone a preparare il nostro pasto. Che cosa occorre ancora per fare un buon viaggio?
La macchina è in azione; ascoltate il soffio della caldaia.
Guardate lo stantuffo che s’alza e si abbassa regolarmente.
Contemplate l’elica che fende l’acqua come una sciabola;
esaminate la vela che sostiene il cammino della nave;
il pilota, attento ci conduce diritti in alto mare;
lassù sulla passerella, il capitano è degno della nostra fiducia;
il suo occhio sperimentato è aperto su tutti gli scogli; che cosa occorre ancora per fare un buon viaggio? –
Ma mentre siamo in alto mare
a mezza strada fra il nostro paese e la nostra meta,
ci sembra che la strada si faccia meno velocemente,
e che il coraggio sia improvvisamente svanito. Marinai e viaggiatori, uomini e donne,
mostrano occhi spenti e visi stanchi;
si pensa, si sogna, ci si inquieta nelle cabine,
così in quelle di prora, come in quelle di poppa.

E voi mi chiedete, caro, perchè così sia?
Non avete compreso che qualchecosa stava per avvenire?
Non avete compreso che un’epoca finiva,
e che con quest’epoca se ne andavano la tranquillità e la speranza?
La causa? Oh! Essa non appare ancora in piena luce,
ma udite tuttavia la piccola verità che su queste cose conosco:
una notte mi son trovato solo, qui, a poppa.
Quella notte era calda, calma, seminata di stelle;
il vento, pieno di squisite carezze,
aveva tagliate le sue ali. Tutti i viaggiatori, io eccettuato, erano andati a coricarsi;
nelle cabine morivano le luci
e un calore soffocante regnava, snervando
i viaggiatori esausti di fatica.
Il loro sonno era agitato. Io li vedevo
nettamente
per le finestrine socchiuse: un uomo di stato, dalle labbra convulse,
abbozzava un sorriso che finiva in smorfia,
un professore sapiente si contorceva febbrilmente,
come se litigasse con la propria coscienza;
un teologo si copriva la fronte col suo copripiedi,
quest’altro nascondeva la testa sotto l’origliere,
e qua e là alcuni artisti e alcuni scrittori, tormentati
da orribili sogni, si agitavano in una inquieta attesa.
Su tutte queste creature sonnolente, un calore
pesante e greve si propagava in una nuvola rossastra. Distolsi gli occhi da quella visione penosa
e andai verso prora a respirare l’alito fresco della notte.
Guardavo verso oriente, dove già il pallore del giorno
incominciava a offuscare lo splendore delle stelle. Allora alcune parole uscite dalle cabine, risuonarono al mio orecchio.
Esse mi colpirono mentre mi appoggiavo all’albero.
La voce che le pronunciava con forza
pareva uscire da un incubo e diceva:
Credo che portiamo un cadavere nella stiva.

da Poesie complete –
Henrik Ibsen