Walter Benjamin e l’arte del narrare

“… Prima che voi prendiate corpo in questa stella/
vi invento il sogno delle eterne stelle “

George

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Il fazzoletto

Perché l’arte del narrare storie si sta estinguendo è una domanda che mi ero già posto spesso, per esempio le sere in cui, seduto con altri invitati attorno a un tavolo, mi annoiavo. Quel pomeriggio però, mentre ero sul ponte di passeggiata della Bellver accanto alla cabina del pilota, intento a esplorare con il mio eccellente binocolo tutti gli aspetti dell’incomparabile spettacolo che Barcellona offre dall’alto di una nave, credetti di aver trovato la risposta.
Il sole stava calando sulla città e pareva che la volesse fondere. Ogni vita si era ritratta nelle ombre grigie fra le foglie degli alberi, del cemento degli edifici e sotto le rupi dei lontani monti. La Bellver è una bella motonave nuova che potrebbe essere benissimo destinata a compiti piú impegnativi che non ad assicurare i collegamenti con le isole Baleari. E infatti la sua immagine mi sarebbe parsa immiserita quando, l’indomani mattina, sulla banchina di Ibiza, l’avrei vista in attesa di affrontare il viaggio di ritorno, perché mi sarei figurato che, da lí, avrebbe invece dovuto far rotta alla volta delle isole Canarie.
Ero sul ponte dunque, e ripensavo al capitano O…, dal quale mi ero congedato un paio d’ore prima: il primo e forse ultimo dei narratori in cui io mi sia imbattuto in vita mia. Perché, come ho detto, quella del narrare è un’arte che si sta estinguendo. E quando richiamavo alla memoria le molte ore durante le quali avevo visto il capitano O… passeggiare avanti e indietro, lo sguardo di tanto in tanto rivolto oziosamente in lontananza, allora mi spiegavo anche il perché: chi non si annoia mai, non sa raccontare. Senonché la noia, oggi, non ha piú posto fra le cose che facciamo. Le attività che erano segretamente e intimamente legate a essa stanno morendo. Ed è per questo che si sta estinguendo anche il dono di raccontare storie: oggi non si tesse e non si fila piú, non si lima e non si fanno piú altri lavori manuali mentre le si ascolta. In breve: là dove si vuole che scaturiscano storie occorrono lavoro, ordine e gerarchie.
Raccontare non è solo un’arte, è, di piú, anche un onore se non addirittura, come in Oriente, un pubblico ufficio. Culmina nell’enunciazione di una massima, esattamente come, viceversa, una massima si rivela spesso per un racconto. Chi racconta è dunque sempre anche uno che sa dare consigli. E per ottenere un consiglio, bisogna pur raccontare qualcosa. Noi invece sappiamo solo sospirare delle nostre preoccupazioni, lamentarci ma non raccontare. Infine, terza componente, ripensai alla pipa del capitano: la pipa che puliva quando stava per cominciare a parlare e puliva quando taceva, ma che lasciava tranquillamente spegnere nel mezzo, quando occorreva. Il bocchino era d’ambra, però il fornello era di corno, con vistose decorazioni d’argento. Era stata di suo nonno e ritengo che fosse il talismano del narratore. Anche per questo non si sente piú raccontare nulla di buono, perché le cose non durano piú alla giusta maniera. Chi abbia portato una cinta di cuoio fino a quando gli è caduta di dosso a pezzi, troverà sempre qualcosa da dire: in un qualche momento, nel corso del tempo, le si sarà certamente affissa una storia. E la pipa del capitano ne doveva conoscere parecchie.
Ero lí dunque, perso nei miei pensieri, quando, molto sotto di me, sulla banchina, spuntò un uomo tarchiato, con la faccia piú massiccia che si sia mai vista sotto un berretto di capitano: il capitano O…, dal cui mercantile ero sbarcato quella mattina. Chi è abituato alle solitarie partenze da città straniere, sa o saprà capire che cosa significa la comparsa di una faccia nota, anche se non è una delle piú familiari, in quei momenti in cui l’imminente partenza spazza via tutti i timori di dover affrontare una lunga conversazione, e mette però anche a disposizione un cappello, una mano, un fazzoletto su cui lo sguardo smarrito si possa posare prima di spaziare sulla superficie del mare. Ed ecco dunque il capitano, come se l’avessi chiamato con i miei pensieri.
Era andato via di casa all’età di quindici anni, aveva battuto per tre anni il Pacifico e l’Atlantico su una nave scuola, per finire poi a bordo di un piroscafo del Lloyd sulla linea per le Americhe che però – non si sa per quali ragioni – aveva presto lasciato. Di piú non ero riuscito a sapere. Sulla sua vita pareva gravare un’ombra, e non ne parlava volentieri. E con ciò sembrava ovviamente mancargli ciò che del narratore è il fascino maggiore: il saper cioè narrare la propria esistenza, il lasciare che questo stoppino sia consumato dalla fiamma lieve del racconto. Comunque fosse, la sua vita sembrava in ogni caso povera se paragonata a quella della nave di cui sapeva invece far vivere ogni trave e ogni asse. E cosí, viva, l’avevo guardata quella mattina quando ero sceso di bordo. Informato sull’anno di costruzione e sulle tariffe, sulla capacità di carico e sul tonnellaggio esattamente come sulle remunerazioni dei mozzi e sulle preoccupazioni degli ufficiali. Ah, e poi dei tempi in cui al traffico mercantile avevano ancora provveduto i velieri, quando era ancora compito del capitano patteggiare i carichi nei porti! Tempi in cui girava ancora una vecchia battuta: «E ora smettiamola di navigare e saliamo su un piroscafo…» «Oggi invece…», e qui, perlopiú, erano seguite frasi dalle quali si era potuto dedurre quanto la crisi economica avesse radicalmente cambiato le cose.
In quei momenti il capitano O… si era talora fatto sfuggire anche qualche considerazione politica. Però non l’avevo mai visto con un giornale in mano. Non dimenticherò la risposta che mi diede il giorno in cui portai la conversazione sull’argomento. «Dai giornali, – aveva detto, – non si può apprendere niente, quelli vogliono solo spiegare». In effetti: la metà dell’arte dell’informazione non consiste forse proprio nel preservarla dalle spiegazioni? Gli antichi, sotto questo aspetto, non fungono forse da esempio, nel fornire l’accaduto, per cosí dire, asciutto, dopo averne fatto fluire fuori tutte le motivazioni psicologiche e le opinioni? Le storie del capitano, in ogni caso, e bisognava dargliene atto, erano immuni da spiegazioni inutili, senza che con ciò – mi era parso – perdessero qualcosa. Me ne aveva narrate delle piú strane, ma nessuna che avesse confermato questa qualità piú della seguente, sulla quale, quel pomeriggio sul molo di Barcellona, doveva ancora cadere il piú sorprendente riflesso.
«È una cosa di tanti anni fa, – cosí il capitano mi aveva raccontato all’altezza di Cadice, – accaduta durante uno dei miei primi viaggi alla volta dell’America, al quale partecipai come il piú giovane degli ufficiali. Eravamo in mare da sette giorni ed era previsto che arrivassimo l’indomani a Bremerhaven. Stavo facendo, alla solita ora, il mio giro sul ponte di passeggiata, scambiando ogni tanto qualche parola con i passeggeri. A un certo punto mi fermai, sorpreso: la sesta sedia a sdraio della fila era vuota. Mi prese un senso d’angoscia, eppure, credo, ci ero passato molto piú angosciato nei giorni precedenti, quando mi ero rivolto con un muto saluto alla giovane donna che vi era seduta, immobile, le mani raccolte dietro la nuca, lo sguardo fisso davanti a sé. Era molto bella. Ma sorprendente quanto la bellezza era la sua riservatezza, al punto che solo di rado si aveva l’occasione di sentirne la voce… la voce piú straordinaria che io rammenti… scontrosa e rauca, oscura e metallica. Un giorno, quando le raccolsi un fazzoletto – e ricordo ancora oggi come mi colpí il segno che vi spiccava: uno stemma tripartito, con tre stelle in ogni campo – le sentii dire un “grazie” con un’intonazione come se le avessi salvato la vita. Quella volta conclusi dunque il mio giro e stavo già per andare in cerca del medico di bordo per chiedergli se la signora non fosse per caso malata, quando fui improvvisamente avvolto da un vortice di frammenti bianchi. Alzai gli occhi e vidi la donna di cui avevo notato l’assenza appoggiata alla balaustra del ponte superiore, quello del solarium, intenta a seguire, ma come distratta, lontana con la mente, uno sciame di foglietti e di carte con cui giocavano il vento e le onde. Verso il mezzogiorno del giorno seguente – ero di servizio in coperta e sorvegliavo la manovra di approdo, – passando, il mio sguardo incrociò di nuovo la sconosciuta. La nave era in procinto di accostare e spostava lentamente la prua verso la banchina alla quale avevamo già ormeggiato la poppa. Si riconoscevano chiaramente le figure delle persone in attesa, e lei passava febbrilmente in rassegna quella folla. La mia attenzione era assorbita dalla manovra di ancoraggio, quando d’un tratto si levò il grido di molte voci. Mi voltai, vidi immediatamente che la sconosciuta era scomparsa e, dal movimento della gente, si capiva che doveva essersi buttata giú. Ogni tentativo di salvarla sarebbe stato vano. Se anche si fossero immediatamente fermate le macchine, lo scafo della nave era ormai a meno di tre metri dalla banchina e il suo movimento di avvicinamento era inarrestabile. Chi finiva là in mezzo era perduto. Eppure accadde l’inverosimile: ci fu chi intraprese lo straordinario tentativo. I muscoli tesi e le sopracciglia corrugate, lo si vide come intento a prendere la mira e poi saltare dall’impavesata. Ma, proprio mentre il piroscafo, davanti agli spettatori atterriti, accostava in tutta la sua lunghezza a tribordo, eccolo riemergere a babordo, dove non c’era nessuno, tanto che inizialmente nessuno vide il salvatore con la ragazza in braccio. Aveva mirato davvero, e mirato bene, gettandosi su di lei con tutto il suo peso, trascinandola con sé in profondità, per riaffiorare in superficie dopo essere passato sotto la chiglia. “Mentre la sorreggevo in quel modo, – mi disse in seguito, – mi ha sussurrato ‘grazie’ come se le avessi raccolto da terra un fazzoletto”».
Avevo ancora nelle orecchie la voce con cui il narratore aveva pronunciato queste ultime parole. Se volevo stringergli un’ultima volta la mano, non c’era tempo da perdere. Stavo accingendomi a scendere rapidamente la scaletta, quando mi accorsi che magazzini, baracche e gru arretravano lentamente. Eravamo in movimento. Il binocolo davanti agli occhi, lasciai che Barcellona mi sfilasse per un’ultima volta davanti. Poi lo abbassai lentamente sulla banchina. Ed ecco, in mezzo alla folla, il capitano: doveva avermi appena notato. Sollevò la mano per salutare, e io agitai la mia. Quando riportai il binocolo davanti agli occhi, aveva spiegato un fazzoletto e salutava con quello. E cosí vidi chiaramente, in un angolo, il segno: uno stemma tripartito, con tre stelle in ogni campo.

da Racconti
Walter Benjamin

Estaque - André Derain
Estaque – André Derain

” […] l’arte di narrare si avvia al tramonto. Capita sempre piú di rado d’incontrare persone che sappiano raccontare qualcosa come si deve: e l’imbarazzo si diffonde sempre piú spesso quando, in una compagnia, c’è chi esprime il desiderio di sentir raccontare una storia. È come se fossimo privati di una facoltà che sembrava inalienabile, la piú certa e sicura di tutte: la capacità di scambiare esperienze.
Una causa di questo fenomeno è evidente: le azioni dell’esperienza sono cadute. E si direbbe che continuino a cadere senza fondo. Ogni occhiata al giornale ci rivela che essa è caduta ancora piú in basso, che non solo l’immagine del mondo esterno, ma anche quella del mondo morale ha subito da un giorno all’altro trasformazioni che non avremmo mai ritenuto possibili […]
Non c’è nulla che assicuri piú efficacemente le storie alla memoria di quella casta concisione che le sottrae all’analisi psicologica. E quanto piú naturale in chi le narra la rinuncia al chiaroscuro psicologico, tanto maggiore il loro diritto a un posto nella memoria di chi le ascolta; tanto piú completamente si assimilano alla sua esperienza; tanto piú volentieri, infine, tornerà egli stesso a raccontarle, un giorno vicino o lontano. Questo processo di assimilazione, che si svolge nel profondo, richiede uno stato di distensione che diventa sempre piú raro. Se il sonno è il culmine della distensione fisica, la noia è quello della distensione spirituale. La noia è l’uccello incantato che cova l’uovo dell’esperienza. Il minimo rumore nelle frasche lo mette in fuga. I suoi nidi – le attività intimamente collegate alla noia – sono già scomparsi nelle città, e decadono anche in campagna. Cosí si perde la facoltà di ascoltare, e svanisce la comunità degli ascoltatori. L’arte di narrare storie è sempre quella di saperle rinarrare ad altri, ed essa si perde se le storie non sono piú ritenute. Essa si perde, poiché non si tesse e non si fila piú ascoltandole. Quanto piú dimentico di sé l’ascoltatore, tanto piú a fondo s’imprime in lui ciò che ascolta. Se è occupato dal ritmo del lavoro, porge ascolto alle storie in modo che la facoltà di rinarrarle a sua volta gli si trasmette quasi naturalmente. Questa è la rete in cui si fonda l’arte di narrare […]

da Angelus Novus
Walter Benjamin

Entre temps – Ana Vaz

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* in copertina
La blonde
André Derain