Sovranità del vuoto – Christian Bobin

[…] Raccontarti la stranezza dei miei giorni, così comune, così banale. Raccontarti la luce di questi giorni d’inverno, così folle, così dolce. L’incedere della primavera, improvviso. Come qualcosa che non possa finire mai…

Non so nulla della tua vita, delle persone a te vicine, delle parole che ti proteggono, degli alberi o delle case o dell’azzurro che scorgi dalle tue finestre. Non immagino nulla. Non ho nulla da dirti che tu già non sappia. Se ti scrivo è per non smettere di scrivere, mai, ed è puro canto, pura celebrazione del canto, di questo vibrare dell’aria sul timpano del cuore.

È da questa solitudine che ti scrivo, da questo silenzio che misura la nostra uguaglianza come il nostro essere lontani. Il dato inaggirabile della solitudine. La mia. La tua. Solitudine sempre più grande, illimitata.

So che per molto tempo ancora dovrò tutto inventare. Tutto: l’aria intorno e quel che è nell’aria, luce, uccelli, stelle o piogge. Quel che sta sotto alla terra e quel che sta nella terra, le pietre, le acque, le notti. Inventare tutto per poter fare un solo passo. E poi, lasciare tutto. Distruggere tutto per riprendere tutto, in vista di un secondo passo. L’idea di un riposo, di questo sono certo, sarebbe mortale. L’idea di un nome, che sarebbe il mio.

Non credo di averti detto che ho un lavoro, che sono, come chiunque, asservito a questa menzogna inevitabile di un lavoro, a questa ragguardevole perdita di tempo, di vita. Credo che la cosa disperazione si accumulino. Continuare. Lasciare che la decisione, una decisione, si faccia da sé, si prenda come da sola, nell’arco di un tempo indefinito, forse vicino, forse lontano. Non posso nulla sulla mia vita. Soprattutto indirizzarla. C’è questa frase, letta ieri, nella luce affievolita dell’inverno, in uno di quei libri desueti che mi capita di aprire, a caso, a una qualsiasi pagina: Gettate tutte le vostre preoccupazioni in Dio. Medito una partenza. Un libero sfogo finalmente dato agli astri nel cielo interiore. Una partenza.

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Non più peso, non più ombra per adempiere a un compito, per fare in modo che la letturacontinui o anche semplicemente per camminare. Ozio. Luce danzante, vitale, luce non visibile, luce da dentro. Restano solo pensieri ampi, così ampi e tuttavia precisi, pensieri che avvolgono e crescono. Libri. Molti libri in questa stanza. Molte onde. Molti alberi. Stare in questa stanza come in una foresta, come in fondo al mare. Molte stanze in questa stanza. Stare ovunque come in una stanza, come in una foresta, come in fondo al mare. Ovunque così. A non fare nulla. A guardare, tutto. Non sarei fatto per il nulla. Sarei fatto per questo: il tutto. L’Amore. Le cose mi vengono incontro, tutte le cose. Per il loro silenzio, entrano in me. Prima per il loro silenzio. Poi la loro luce prende forma dentro di me, discreta, piccolissima. Miracolata. Alla fine l’incendiarsi, il lampo, il venire bruciati, lo sprigionarsi della luce. Dopo, scrivere, solo dopo. Ecco. È tutto. Non saprei fare nient’altro. Soltanto questo scambio di silenzio in luce. L’Amore. Oltrepassa le mie labbra, taglia le linee della mia mano, in un senso poi in un altro, poi ancora in un senso e così via. Guardo questo movimento. Scrivo, come vedi, ti scrivo. Queste lettere. Questa lettera. […]

da Sovranità del vuoto –
Christian Bobin

[…] come se ci fosse ancora terra, un porto. […]

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* le immagini dal film di Boris Mitic In praise of nothing

* il verso è tratto da una poesia di Cees Nooteboom