Lo spietato talento di Anton Čeckov

 

” Mi dite che i miei testi teatrali vi hanno fatto piangere… Non siete il solo… E pensare che li avevo scritti con tutt’altro intento… È stato Alekseev a renderli piagnucolosi.
Io avevo altro in mente… Io volevo dire alla gente, in tutta onestà: ‘Guardatevi, e guardate che vita vivete, brutta e noiosa!…’.
Perché bisogna che la gente lo capisca; così, una volta capito, cercherà sicuramente di cambiarla in meglio, la vita…
Io non sarò qui a vederla, ma so che sarà molto diversa da quella di oggi… Fino ad allora, però, continuerò a ripeterlo: ‘Lo vedete o no, quant’è brutta e noiosa la vostra esistenza?’. E non c’è nulla da piangere, sapete…”.
«Dopo di che si alzò dalla sedia e concluse: “Andiamo a dormire… Sta arrivando un temporale…”. «E sputò sangue durante quel temporale».
(in una conversazione con Ivan Bunin)

 

 

Le mando un grande ringraziamento, egregio Vladimir Galactiònovic, per il libro che ho ricevuto e che leggo ora nuovamente. Siccome Ella ha già i miei libri, così sono obbligato di inviarLe soltanto un ringraziamento. A proposito, affinchè la lettera non divenga troppo breve, Le dirò che sono oltremodo contento di averLa conosciuto. Glielo dico sinceramente, dal puro cuore. Prima di tutto apprezzo profondamente ed amo il Suo talento; esso mi è caro per molte ragioni. In secondo luogo mi sembra che se io e Lei vivremo ancora dieci o vent’anni in questo mondo, per il futuro non potremo fare a meno di trovare dei punti di partenza comuni. Fra tutti i russi che scrivono felicemente ora io sono il più leggero e il meno serio; mi sorvegliano; per esprimermi col linguaggio dei poeti, ho amato la mia pura musa e l’ho tradita, e non una sola volta l’ho condotta laddove non le conveniva di essere. Ma Lei è serio, forte e fedele. La differenza tra noi due, come Lei vede, è grande, ma nonostante ciò, leggendoLa dopo aver fatto ultimamente conoscenza con Lei, ho l’impressione che noi non siamo estranei l’uno all’altro. Se ho o non ho torto, io non so, ma mi è piacevole pensare così. A proposito, Le mando un ritaglio dal “Nòvie Vriéma”. Questo “Toro” del quale Ella leggerà, lo ritaglierò e lo serberò per Lei. Il primo capitolo promette molto; ci sono dei pensieri, c’è della freschezza e dell’originalità, ma è difficile a leggersi. L’architettura e la costruzione sono impossibili. Le idee belle o brutte, leggere o pesanti sono ammucchiate l’una sull’altra, spremono i sughi l’una dall’altra e finalmente si mettono a strillare per il pigia-pigia.
Quando verrà a Mosca, le consegnerò questo “Toro” e per ora arrivederla e stia bene.
Il mio dramma sarà probabilmente messo sulle scene del Korsh. Se sarà recitato le farò sapere il giorno della recita. Forse quel giorno coinciderà col suo arrivo a Mosca. Allora sia il benvenuto.

 

 

” Desidero in modo spasmodico ritirarmi in un cantuccio per cinque anni e costringermi a un lavoro scrupoloso e improbo. Ho bisogno di imparare tutto dall’inizio perché, come scrittore, sono un completo ignorante. Devo scrivere coscienziosamente non cinque fogli al mese bensí un foglio ogni cinque mesi. ”
(lettera a Suvorin)

 

 

DORN (canticchia) ” Spazia la luna nei notturni cieli…”
SORIN Voglio dare a Kostja un soggetto per una novella. Deve intitolarsi cosí: L’uomo che voleva. L’homme, qui a voulu. In giovinezza una volta volevo diventare un uomo di lettere – e non lo sono diventato, volevo essere un parlatore – e ho sempre parlato in maniera nauseante: (si autocanzona) ” ecco tutto, in fin dei conti, cosí e colà…” Volevo esser conciso – e sbrodolavo, sino a grondare sudore; volevo sposarmi – e non mi sono sposato; volevo vivere sempre in città – e finisco la mia vita in campagna, ecco tutto. [..]

da Il Gabbiano

 

 

” Immaginatevi un po’, sto scrivendo un testo teatrale, che terminerò anche, probabilmente, non prima della fine di novembre. Lo scrivo non senza piacere, anche se pecco terribilmente contro le convenzioni sceniche. È una commedia, ci sono tre parti femminili, sei maschili, quattro atti, un paesaggio (veduta sul lago); molti discorsi sulla letteratura, poca azione, un quintale di amore…”
(in una lettera a Suvorin)

” Il mio lavoro teatrale cresce, ma lentamente. Mi impediscono di scrivere. Ma spero ugualmente di finire tutto entro novembre. La testa mi duole spesso. Soldi non ne ho.”

” Ho terminato un lavoro teatrale. Si intitola Il gabbiano. Non è venuto un granché. In linea generale, sono un drammaturgo di poco conto». (in una lettera alla scrittrice Elena Švrova-Just)

” Ebbene, ho finalmente terminato il mio lavoro teatrale. L’ho cominciato forte e l’ho finito pianissimo contro tutte le regole dell’arte drammatica. Ne è uscito un racconto. Sono piú scontento che contento e, leggendo questo mio lavoro appena venuto alla luce, mi convinco ancora una volta di non essere affatto un drammaturgo. Gli atti sono molto brevi e sono quattro. Benché questa sia ancora soltanto l’ossatura del lavoro, un progetto destinato a cambiare un milione di volte prima della prossima stagione, ho dato ugualmente ordine di batterne a macchina due copie… e una la mando a voi. Solo non fatela leggere a nessuno.”
(a Suvorin)

 

 

NINA Che mondo meraviglioso! Sapesse come la invidio! È diverso il destino degli uomini. Gli uni trascinano a stento la loro noiosa, modesta esistenza, tutti uguali, tutti infelici; ad altri, come a lei per esempio, – e lei è uno su un milione, – è toccata in sorte una vita interessante, luminosa, piena di significato… Lei è felice…
TRIGORIN Io? (Stringendosi nelle spalle) Hm… Lei parla di celebrità, di felicità, di non so che vita luminosa, interessante, mentre per me tutte queste belle parole sono, mi scusi, come la marmellata che non mangio mai. Lei è molto giovane e molto buona.
NINA La sua vita è bellissima!
TRIGORIN Ma che ci trova di particolarmente bello? (Guarda l’orologio) Devo andar subito a scrivere. Scusi, non ho tempo… (Ride) Lei ha toccato, come suol dirsi, il mio lato debole, ed ecco io comincio a turbarmi e ad essere alquanto irritato. Del resto, parliamone pure. Parliamo della mia bellissima, luminosa esistenza… Bene, di dove cominceremo? (Dopo aver riflettuto un poco) Vi sono delle idee ossessive: quando uno, ad esempio, pensa sempre di notte e di giorno, alla luna, e anch’io ho una mia simile luna. Giorno e notte mi affligge un solo pensiero molesto: io devo scrivere, io devo scrivere, io devo… Ho appena finita una novella, che subito, non so perché, devo scriverne un’altra, e poi una terza, e dopo la terza una quarta… Scrivo senza interruzione, come cambiando i cavalli alle stazioni di posta, e non posso altrimenti. Io le domando: che ci trova di bello e di luminoso? Oh, che vita assurda! Sto qui con lei, mi agito, e intanto a ogni istante ricordo che mi aspetta una novella incompiuta. Vedo una nuvola simile a un pianoforte. Penso: bisognerà accennare in qualche racconto che fluttuava una nuvola simile a un pianoforte. C’è odore di eliotropio. Mi imprimo nella memoria: aroma dolciastro, color vedovile, accennarvi nella descrizione di una sera d’estate. Colgo ogni parola, ogni frase, che io e lei pronunziamo e mi affretto a rinchiuderle tutte nel mio deposito letterario: potranno servirmi! Quando finisco un lavoro, corro a teatro o a pescare; potrei riposarmi, dimenticare, e invece nella mia testa già rotola una pesante palla di ghisa un nuovo soggetto, e già mi attira il mio tavolino, e bisogna affrettarsi daccapo a scrivere e scrivere. E cosí sempre, sempre, e non ho pace da me stesso, e sento che sto consumando la mia esistenza, e che, per dare del miele a qualcuno nello spazio, io rubo il polline ai miei fiori migliori, li strappo e ne calpesto le radici. Non sono pazzo? I parenti e gli amici mi trattano forse come uno sano? “Che sta scrivendo? Che ci prepara di bello?” Sempre lo stesso, lo stesso, e mi pare che le premure deiconoscenti, le lodi, l’ammirazione: tutto questo sia inganno, che mi ingannino come un malato, e temo talvolta che qualcuno si appressi quatto quatto alle mie spalle, per afferrarmi e portarmi, come Popriščin, al manicomio. In quegli anni, negli anni migliori, in quelli della giovinezza, quando io cominciavo, lo scrivere era per me un continuo supplizio. Uno scrittore esordiente, specie se non ha fortuna, si crede goffo, maldestro, superfluo, ha i nervi tesi, irritati; gironzola infrenabilmente attorno a persone partecipi della letteratura e dell’arte, misconosciuto, non osservato da alcuno, temendo di guardar fisso e con audacia negli occhi, come un giocatore accanito, che non abbia denaro. Io non vedevo il mio lettore, ma non so perché alla mia fantasia egli appariva malevolo, diffidente. Temevo il pubblico, mi faceva paura e, quando mettevano in scena una mia nuova commedia, mi sembrava ogni volta che i bruni mi fossero ostili e i biondi gelidamente indifferenti. Oh, che cosa terribile! Che supplizio!
NINA Scusi, ma l’ispirazione e lo stesso processo creativo non le dànno momenti sublimi, felici?
TRIGORIN Sí. È gradevole scrivere. E legger le bozze è gradevole, ma… appena una cosaè stampata, non la sopporto e già vedo che non mi è riuscita, è uno sbaglio, che non bisognava scriverla affatto, e mi rincresce, e mi sento meschino nell’anima… (Ridendo) E il pubblico legge: “Sí, simpatico, pieno di ingegno… Simpatico, ma ben lontano da Tolstoj” oppure: “Una bella cosa, ma Padri e figli di Turgenev è migliore”. E cosí fino alla lapide sepolcrale tutto sarà solo simpatico e pieno di ingegno, simpatico e pieno di ingegno nient’altro, e, quando sarò morto, i conoscenti, passando vicino alla tomba, diranno: “Qui giace Trigorin. Era un bravo scrittore, ma non certo un Turgenev”.
NINA Mi scusi, io rinunzio a capirla. Lei è semplicemente viziato dal successo.
TRIGORIN Da quale successo? Non mi sono mai piaciuto. Non amo me stesso come scrittore. Il peggio è che sono in uno stato di ebbrezza e spesso non capisco quello che scrivo… Amo quest’acqua, gli alberi, il cielo, sento la natura, essa suscita in me la passione, l’invincibile desiderio di descriverla. Ma non sono soltanto un paesaggista, sono anche un cittadino, io amo la patria, il popolo, io sento che, come scrittore, ho il dovere di parlare del popolo, dellesue sofferenze, del suo avvenire, di parlare della scienza, dei diritti dell’uomo e di cose simili, ed io parlo di tutto, mi affretto, da tutti i lati mi spronano, si impermaliscono, io mi dimeno da un lato all’altro, come una volpe braccata dai cani, vedo che la vita e la scienza vanno sempre piú avanti e piú avanti, mentre io resto indietro, indietro, come un contadino che ha perduto il treno, e alla fin fine sento che so descrivere solo il paesaggio, e in tutto il resto sono falso, e falso sino al midollo.
NINA Lei è snervato dal troppo lavoro…

da Il Gabbiano

 

 

(dopo il fiasco de Il Gabbiano)

” Ah, perché ho scritto lavori teatrali, e non racconti! Sono andate sprecate delle trame, si sono sprecate senza motivo, con grande scandalo, improduttivamente. ”

” Sono partito per Melichovo. Vi auguro ogni bene!… Fermate la stampa delle mie opere teatrali. Non dimenticherò mai la serata di ieri, ma sono riuscito ugualmente a dormire bene e parto con un umore tutto sommato sopportabile. Scrivetemi… Ho ricevuto la Vostra lettera. Non metterò in scena la mia pièce a Mosca. Mai piú scriverò lavori teatrali o li farò rappresentare. ”
(all’amico Suvorin)

” Egregio Anatolij Fëdorovič, non potete figurarvi quanto la vostra lettera mi ha rallegrato. Dalla platea io vidi soltanto i primi due atti del mio lavoro, poi rimasi dietro le quinte, e tutto il tempo avevo la sensazione che Il gabbiano stava facendo fiasco. Dopo lo spettacolo, la notte e il giorno appresso, mi assicurarono che io avevo portato sulla scena solo degli idioti, che il mio lavoro era goffo dal punto di vista scenico, che era insensato, incomprensibile, assurdo addirittura, eccetera eccetera. Potete immaginarvi la mia situazione: un fiasco come neppure mi sarei sognato! Vergognoso, rabbioso, ho lasciato Pietroburgo, pieno di dubbi. Pensavo che se avevo scritto e messo in scena una pièce zeppa, a quanto pareva, di errori mostruosi, allora avevo perduto ogni sensibilità, voleva dire che la mia macchina si era guastata per davvero. ”

” Voi e Koni mi avete procurato dei buoni momenti con le vostre lettere, ma egualmente è come se la mia anima fosse inzaccherata di fango, per i miei lavori non sento altro che repulsione e ne leggo le bozze contro voglia. Voi direte di nuovo che ciò non è intelligente, che è sciocco, che si tratta di amor proprio, di orgoglio, ecc. ecc. Lo so, ma che farci? La colpa non è della pièce che ha fatto fiasco; anche prima la maggior parte dei miei lavori aveva fatto fiasco, e ogni volta ne ero venuto fuori asciutto come un’anitra dall’acqua. Il 17 ottobre ha subito un insuccesso non la mia pièce, ma la mia persona. Fin dal primo atto mi colpí una circostanza, e cioè che gente che fino a quel giorno avevo trattato a cuore aperto, familiarmente, amichevolmente, con cui avevo pranzato spensieratamente, in cui favore avevo spezzato una lancia (come, ad esempio, Jasinskij), tutti costoro avevano una strana espressione, terribilmente strana… In una parola, è avvenuto quel che ha dato motivo a Lejkin di esprimere in una sua lettera il rincrescimento che io avessi cosí pochi amici, e a «La settimana» di chiedere: «Cosa aveva fatto loro Čechov?», e al «Teatralia» di pubblicare tutta una corrispondenza sul fatto che la consorteria degli scrittori mi aveva organizzato una piazzata in teatro. Adesso sono tranquillo, del solito umore, ma egualmente non posso dimenticare quello che è successo, come non potrei dimenticare se, ad esempio, qualcuno mi schiaffeggiasse. ”
(a Suvorin)

 

 

(durante la stesura de Il giardino dei ciliegi, alcune lettere alla moglie Olga)

“Scrivo fiaccamente, senza voglia alcuna. Per il momento non aspettarti da me niente di particolare, niente di valido. E non parlo delle lettere, ma delle opere. Come se niente fosse, scriverò una commedia, anima mia. E ci sarà anche una parte per te. ”

” La mia pièce non è pronta, va avanti a fatica, cosa che spiego con la pigrizia, con il tempo meraviglioso e con la difficoltà della trama. Quando la pièce sarà pronta o subito prima, vi scriverò o, meglio ancora, vi telegraferò. Mi sembra che la vostra parte sia venuta fuori nulla di che, anche se non mi azzardo a giudicare, perché in generale dei lavori teatrali capisco assai poco soltanto a leggerli. ”

” La mia pièce nel frattempo non è ancora copiata, a malapena mi sono trascinato fino a metà del III atto… Mi trascino, mi trascino, mi trascino, e proprio perché mi trascino, mi sembra che la pièce sia qualcosa di smisurato, di colossale, mi intimorisce e mi fa perdere ogni piacere nei suoi confronti. ”

” Che sciocca sei, tesoro mio, che stupidella! Sei di malumore, perché? Scrivi che tutto è esagerato e che tu sei una nullità completa, che le tue lettere mi hanno annoiato, che senti con terrore che la tua vita si fa limitata, eccetera eccetera. Stupida! Io non ti ho scritto della mia prossima commedia non perché non ho fede in te, come scrivi, ma perché non ho ancora fede nella commedia. Essa è appena baluginata nel mio cervello, come un primo albore, e io stesso non capisco ancora com’è, cosa ne verrà fuori, e cambia ogni giorno. Se ci vedessimo, te la racconterei, ma scrivere non si può, perché non mi riuscirebbe, farei solo un sacco di chiacchiere, e poi mi intiepidirei verso il soggetto. ”

” Oggi ho ricevuto da Alekseev un telegramma nel quale definisce la mia commedia geniale; questo significa lodare sperticatamente il lavoro e togliergli una buona metà del successo che, in fortunate condizioni, potrebbe avere. Nemirovič non mi ha ancora spedito l’elenco degli artisti che prendono parte alla commedia, ma io seguito a temere. Mi ha già telegrafato che Anja somiglia a Irina; è chiaro che vuol dare la parte di Anja a Marija Fëdorovna. Anja però somiglia a Irina come io a Burdžalov. Prima di tuto Anja è una bambina, allegra all’estremo, che non conosce la vita e non piange neppure una volta, salvo nel II atto dove ha solo le lacrime agli occhi. Il fatto è che M. F. renderà lagnosa tutta la parte, e per giunta è vecchia. Chi recita Charlotta? ”

 

 

PIŠČIK Sarete cosí generosa, mia bellissima, da concedermi un valzer con voi? (Ljubov´ Andreevna va con lui) Siete incantevole!Ah, a proposito, e quei centottanta rubli che mi dovete? Me li date, poi, non è vero? Io ve li piglio… (Balla) Centottanta rubli…
Passano nel salone.
JAŠA (canticchia piano) «Vorrei farti capire lo strazio del mio cuore…»
Nel salone una figura in cilindro grigio e pantaloni a quadri gesticola e salta. Si sente gridare: «Brava, Charlotta Ivanovna!»
DUNJAŠA (si è fermata per incipriarsi) La signora mi ha ordinato di ballare. Sta bene, ci sono molti cavalieri e poche dame. Ma ballare mi fa girare la testa, mi fa battere il cuore. Firs Nikolaevič, l’impiegato delle poste mi ha detto una cosa, una cosa che mi ha fatto quasi arrestare il respiro…
La musica tace.
FIRS Che ti ha detto?
DUNJAŠA Mi ha detto che… che sono come un fiorellino.
JAŠA (sbadiglia) Non ci posso credere! (Esce).
DUNJAŠA Sí, un fiorellino… Sono una romantica, io, le paroline dolci mi fanno sciogliere…
FIRS Tu finisci male, vedrai.

” Quello è il mio Giardino dei ciliegi? Quelli sono i miei personaggi? Salvo due o tre parti, nulla di tutto ciò è mio. Io descrivo la vita. Si tratta indubbiamente di una vita tetra e borghese, ma non di una vita stucchevole e querula. Mi si rende uno scrittore ora lacrimevole ora noioso. Ho scritto diversi volumi di racconti allegri, ma la critica mi ha mascherato da prefica.”

Gli eroi di Čechov sono «disegnati con tratti esteriori, e noi li comprendiamo dall’interno. Essi camminano, bevono, dicono sciocchezze, e noi vediamo gli abissi dello spirito che traspaiono in loro. Parlano come reclusi in una prigione, e noi sappiamo su di loro cose che neppure essi hanno notato in sé. Nelle futilità di cui vivono per noi si scopre una cifra misteriosa, e queste futilità cessano ormai di essere tali. La banalità della loro vita è neutralizzata da qualcosa. In ogni sua futilità si rivela qualcosa di grandioso. Questo non significa forse guardare attraverso la banalità? E guardare attraverso qualcosa significa essere simbolista. Guardando attraverso, io unisco l’oggetto a qualcosa che sta dietro di esso. Con tale atteggiamento il simbolismo è inevitabile».
(Belyi su Il Giardino dei ciliegi)

 

 

ANJA: Mamma! Mamma, perché piangi? La mia cara, buona, dolce, bellissima mamma! Io ti voglio bene, ti benedico. Il giardino dei ciliegi è stato venduto, non c’è piú, questo è vero, ma non piangere, mamma! Hai tutta una vita davanti a te, e ti è rimasta la tua anima, cosí buona, cosí pura! Vieni con me, andiamo via di qui, cara mamma! Noi pianteremo un nuovo giardino, ancora piú bello e rigoglioso di questo, vedrai! Quando lo vedrai, capirai. Ed allora una grande, profonda, dolce quiete scenderà nel tuo cuore, come un raggio di sole che trafigge dolcemente le ombre della sera… E tu sorriderai, mamma! Andiamo, cara, andiam o, coraggio!

da Il Giardino dei ciliegi

 


 

NINA … Ah, della scena. Adesso sono diversa… Adesso io so, io capisco, Kostja, che nel nostro lavoro –poco importa se recitiamo o scriviamo – l’essenziale non è la gloria, non è il lustro, non è ciò che sognavo, ma la capacità di soffrire.

da Il Gabbiano

 

 
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* da Capolavori (Teatro) – Anton Čechov
Atti unici – Anton Čechov
A proposito di Čechov – Ivan Bunin

** in copertina ph. Gilbert Garcin

*** Scenografie teatrali di
Alexandra Èxter
Josef Svoboda
Adolphe Appia