La trappola della vita. Anton Čechov.

” Tra quella folla, vivi della sua vita, ti fondi completamente con essa e cominci a credere che sia realmente possibile una sola anima universale..

 

Isaak Il'ič Levitan

Lo conobbi a Mosca alla fine del 1895. Ci vedevamo di sfuggita, all’epoca, e non parlerei nemmeno se non mi fossero rimaste in mente alcune sue frasi assai tipiche.
“Scrivete molto?” mi chiese una volta. Risposi che scrivevo poco.
“Male” disse quasi burbero conla sua voce profonda da baritono.
“Bisogna lavorare, sapete… Lavor are sodo… Tutta la vita” .
E dopo qualche attimo di silenzio aggiunse, senza un nesso apparente:
“Secondo me, terminato un racconto bisognerebbe gettare via l’inizio e la fine. È lì che noialtri uomini di lettere concentriamo le bugie maggiori…”.
Dopo quegli incontri fugaci e qualche fortuita conversazione sugli argomenti prediletti da Čechov – di come si dovesse “lavorare sodo”, mantenersi sinceri e semplici fino all’ascetismo –, ci rivedemmo soltanto nella primavera del 1899. […]

Ero a Jalta per qualche giorno, e una sera lo incontrai sul lungomare.
“Perché non venite a trovarmi?”. disse.
“Passate domani, non mancate di farlo”.
“A che ora?” gli domandai.
“Al mattino, verso le sette”.
E avendo probabilmente notato lo stupore sul mio viso, si sentì in dovere di spiegare:
“Noi ci alziamo presto. Voi no?”
“Certamente” gli dissi.
“Bene, allora venite appena desto. Prenderemo un caffè insieme. Lo bevete, il caffè?”
“Di rado”.
“Dovreste berne ogni giorno. È una bevanda portentosa. Quando lavoro, non faccio che bere caffè e brodo fino a sera. Caffè la mattina e brodo a pranzo. Altrimenti non riesco a lavorare”.
Lo ringraziai dell’invito; percorremmo in silenzio tutto il lungomare e ci sedemmo su una panchina dei giardini pubblici.
“Il mare vi piace?” gli chiesi. –
“Sì” rispose.
“Ma è troppo vuoto”.
“È bello per questo” dissi io.
“Non saprei”, rispose lui; dietro le lenti del pince-nez lo sguardo si perdeva in lontananza; era evidentemente assorto nei suoi pensieri.
“Mi piacerebbe essere un ufficiale, sa, oppure un giovane studente universitario… Perso tra la folla ad ascoltare allegri motivetti…”.
E, com’era suo solito, tacque qualche istante per poi aggiungere senza un nesso evidente:
“Descrivere il mare è difficilissimo. Sapete che cosa ho letto di recente sul quaderno di uno scolaro? “Il mare era grande”. Punto. È straordinario, a parer mio»

(Ivan Bunin su Čechov)

 

 

«… Se è vero che ho un dono di tutto rispetto, confesso di fronte al vostro cuore puro di non averlo mai rispettato fino a oggi. Sentivo di possederlo, ma ero avvezzo a ritenerlo cosa di poco conto … I familiari hanno sempre guardato con sufficienza alle opere della mia penna, e non hanno mai lesinato cortesi inviti a non trascurare la mia vera professione piuttosto che imbrattare carte … Non c’è racconto al quale ricordi di aver lavorato più di una giornata, e Il cacciatore, che tanto vi è piaciuto, l’ho scritto in uno stabilimento balneare! Come i reporter che scrivono di incendi … meccanicamente, in uno stato di semincoscienza, senza pensare al lettore o a se stessi».

Più avanti Čechov ammette di aver scritto “cercando ogni maniera per non sperperare scene e immagini che avevo care e che, lo sa Iddio il motivo, tenevo per me, nascondendole gelosamente. Il primo invito all’autocritica mi venne da una lettera molto cortese e, per quanto capisco, assai franca di Suvorin. Tentai, allora, di scrivere qualcosa di dignitoso, ma continuavo a nutrire scarsa fiducia nella mia dignità di letterato”.

 

 

[..] all’imbrunire, gli lessi il suo Gusev profondendomi in complimenti: gli dissi che lo ritenevo splendido; lui ne fu turbato, non disse una parola. Rilessi tra me e me, per l’ennesima volta, l’ultimo capoverso del racconto: «Intanto lassù dove il sole tramonta si addensano le nuvole; una pare un arco di trionfo, un’altra un leone, la terza un paio di forbici»…”.
Quanto gli piace paragonare le nuvole agli oggetti! – mi sorpresi a pensare.

“Da dietro le nuvole spunta un raggio verde che si allunga fino in mezzo al cielo; di lì a poco gli si stende accanto un raggio dorato, poi uno rosa … Il cielo si tinge di un tenue color lilla. Alla vista di quel cielo meraviglioso, incantevole, l’oceano prima si incupisce, poi si colora anch’esso di toni caldi, gioiosi, ardenti, a cui la lingua degli uomini non sa dare un nome” 

«A Oreanda si sedettero su una panchina vicino alla chiesa a guardare il mare laggiù, senza dire una parola. Jalta si intravedeva appena nella foschia del mattino, sulle cime dei monti qualche nuvola bianca, immobile. E immobili erano le foglie sugli alberi, fra lo stridio delle cicale, mentre – monotono e sordo – il rumore del mare che giungeva da basso parlava di quiete, del sonno eterno che ci attende. Questo diceva il mare, e questo avrebbe detto, indifferente e sordo, anche quando noi non saremmo più stati al mondo. In tanta costanza, in tanta indifferenza per la vita e la morte di ciascuno di noi si cela, forse, il pegno della nostra salvezza eterna, del moto perpetuo della vita sulla terra, del nostro perpetuo perfezionarci. Seduto accanto a una giovane donna che alle luci dell’alba pareva così bella, quieta e ammaliata dalla vista di quello scenario da fiaba – il mare, le montagne, le nubi, il cielo senza fine –, Gurov si scoprì a pensare che, alla fin fine, a ben riflettervi, tutto è meraviglioso a questo mondo; tutto, tranne ciò che pensiamo e facciamo quando dimentichiamo il fine ultimo dell’esistenza, la nostra dignità di esseri umani.

(da La donna con il cagnolino)

 

 

«Quella sera mi invitò a bere un tè sulla terrazza…» racconta Serebrov. «Finimmo a parlare di Gor’kij. Un soggetto tra i più facili, pensai. Sapevo che Čechov amava e apprezzava Gor’kij, e non lesinai complimenti all’autore della Procellaria. «“Chiedo scusa… Non vi capisco…” mi interruppe Čechov con la cortesia fredda di colui al quale hanno appena pestato un piede. “Tutti quanti apprezzate la Procellaria e il Canto del falco… È politica vera, mi ripetete. Ma che razza di politica sarà mai? ‘Avanti senza paura e senza dubbio alcuno!’. Me la chiamate politica, questa? Avanti per dove? Non si sa. Se si esorta ad andare avanti, bisogna indicare la meta, la strada, i mezzi. Con la sola ‘follia dei prodi’ in politica non s’è mai combinato nulla”.
«Per lo stupore mi scottai la lingua con un sorso di tè. «“‘Il mare rideva” continuò Čechov giocherellando nervosamente con la cordella del pince-nez. “Vi sarà piaciuto tanto, ci potrei scommettere -!… Vi sarete persino fermato quando l’avete letto. Voi pensate che sia successo perché è una bella espressione, azzeccata. E invece no! Se vi siete fermato è perché non avete capito subito come poteva essere che il mare ridesse… Il mare non ride né piange, il mare può rombare, sciabordare o scintillare al sole… Prendete Tolstoj: il sole si leva, il sole tramonta… Gli uccelli cinguettano… Non singhiozzano né ridono. Perché è la semplicità che conta…

Per tirare su un romanzo bisogna conoscere bene le leggi di simmetria e di equilibrio delle masse. Un romanzo è come un palazzo, e il lettore ci si deve sentire a proprio agio, senza stupirsi né annoiarsi troppo, come in un museo. Ogni tanto, poi, bisogna che tiri il fiato, lontano dal protagonista e dall’autore. A questo servono i paesaggi, una scena divertente, una svolta della trama, un nuovo personaggio… Gliel’ho detto mille volte, a Gor’kij, ma non mi ascolta… È gordyj lui, orgoglioso, altro che gor’kij, amaro!”.

 

 

«“Siamo un popolo molto pigro. E la nostra pigrizia ha contagiato persino la natura. Guardate quel fiume: non ha nessuna voglia di scorrere! Si piega in mille anse, da quanto è pigro. La nostra famigerata ‘psicologia’, il nostro ‘dostoevskismo’ sono figli della pigrizia. Non abbiamo voglia di lavorare, e inventiamo panzane”».
E sempre sulla terrazza, sempre davanti a una tazza di tè: «“Mi accusano spesso, lo faceva anche Tolstoj, di scrivere di quisquilie, di non avere eroi positivi: rivoluzionari, Alessandri Magni o quanto meno un onesto capo della polizia, come Leskov… Ma dove volete che vada a prenderli? «“Noi siamo uomini di provincia, abbiamo città senza selciati, campagne povere, gente stremata… Da giovani cinguettiamo felici e contenti6, ma verso i quarant’anni siamo già vecchi e pensiamo alla morte… Begli eroi!

 

 

” Mai, neppure nei suoi giovani anni di studente, egli aveva dato l’impressione di un uomo sano. Era sempre pallido, magro, soggetto a infreddature, mangiava poco, dormiva male. Un bicchierino di vino gli faceva girar la testa e gli provocava una crisi di nervi. Si era sentito sempre attratto dalla compagnia, ma, a causa del suo carattere irritabile e diffidente, non era diventato intimo di nessuno e non aveva avuto amici. Sui concittadini si pronunciava solo con disprezzo, dicendo che la loro grossolana ignoranza e la loro vita animale sonnacchiosa gli sembravano abiette e ripugnanti. Parlava con voce tenorile, alta e calorosa, e non altrimenti che con disgusto e indignazione, oppure con entusiasmo e meraviglia, ma sempre sinceramente. Di qualunque cosa gli si parlasse, metteva sempre capo allo stesso punto, che è opprimente, cioè, e noioso vivere in città, che la società non ha interessi elevati, conduce una vita opaca, assurda, variata soltanto dalla violenza, dalla grossolana depravazione e dall’ipocrisia; i furfanti sono sazi e vestiti, gli onesti invece si cibano delle briciole; ci vogliono delle scuole, un giornale locale di tendenza onesta, un teatro, delle letture pubbliche e la fusione delle forze intellettuali; è necessario che la società prenda coscienza di sé e ne abbia orrore. Nei suoi giudizi sugli uomini adoperava colori densi, solo il bianco e il nero, senza ammettere sfumature; l’umanità si divideva per lui in onesti e furfanti; non c’era via di mezzo. Delle donne e dell’amore parlava sempre appassionatamente, con entusiasmo, ma non era stato mai innamorato.

«Voi stesso vi degnate di riconoscere», continua piano il dottore dopo una pausa, «che a questo mondo tutto è insignificante e senza interesse, fuorché le supreme manifestazioni astratte dello spirito umano. Lo spirito traccia un limite netto fra l’animale e l’uomo, fa pensare alla divinità di quest’ultimo e in certo grado supplisce anche all’immortalità che gli manca. Partendo da ciò lo spirito è l’unica sorgente possibile di godimento. Noi invece non vediamo né sentiamo intorno a noi l’intelligenza; vuol dire che siamo privati dal godimento. A dire il vero, abbiamo dei libri, ma questo è tutt’altra cosa che la conversazione viva e le relazioni con gli uomini. Se mi permettete un paragone non del tutto felice, i libri sono le note musicali e la conversazione è il canto.» «Perfettamente vero.»

Certo, nemmeno l’ingegno è eterno e passa, ma voi sapete già perché io abbia un debole per esso. La vita è una spiacevole trappola. Quando un uomo che pensa arriva all’età virile e raggiunge la maturità della coscienza, involontariamente, si sente come in una trappola senza uscita. Infatti egli è chiamato contro sua volontà, per certe circostanze fortuite, dal nulla alla vita… Perché? Egli vorrebbe conoscere il senso e lo scopo dell’esistenza, ma non glielo dicono, oppure gli dicono delle assurdità; egli picchia, ma non gli si apre; e sopravviene la morte, anch’essa contro la sua volontà. Ed ecco che, come in una prigione gli uomini, legati da una comune sventura, si sentono più sollevati quando si riuniscono, così anche nella vita non ci si accorge della trappola quando degli uomini portati all’analisi e alle generalizzazioni si riuniscono e passano il tempo a scambiarsi delle idee libere e ardite. In questo senso l’intelligenza è un godimento incomparabile.»”

{da La corsia n.6)

 

 

” Imparate ad avvicinarvi alla gente… Aggiungerei persino: rendetevi indispensabili. Ma fate in modo che questa simpatia non nasca nella mente – perché è facile con la mente – ma nel cuore, con l’amore verso le persone.”
” È una traduzione dal russo ” diremmo subito, se dovessimo indovinare la provenienza di questa citazione. La semplicità, l’assenza di sforzo, la convinzione che in un mondo saturo di miseria la prima chiamata a cui si debba rispondere sia comprendere i nostri compagni di sofferenza, e non “nella mente – perché è facile con la mente – ma nel cuore” – questa è la nuvola che aleggia sull’intera letteratura russa, che ci attrae, portandoci lontano dalla nostra lucentezza riarsa e dalle strade di terra bruciata per adagiarci nella sua ombra – e naturalmente con risultati disastrosi. Diveniamo goffi e ci sentiamo a disagio; negando le qualità che ci appartengono, scriviamo con un’affettazione di bontà e semplicità che fa venire la nausea. Noi non riusciamo a dire “fratello” con semplice convinzione. [..]
È la condivisione di una sofferenza, piuttosto che di una felicità, di una fatica o di un desiderio, a produrre il senso di fratellanza. È la “profonda tristezza”, che il dottor Hagberg Wright trova tipica nella gente russa, a creare la sua letteratura. [..]

( Virginia Wolf su Čechov)

 

 

” Io stavo sulla riva della Goltva e attendevo dall’altra sponda la chiatta. In tempo normale la Goltva si presenta come un fiumiciatto di mezza tacca, silenzioso e assorto, che luccica mite di dietro i folti canneti, ma adesso si stendeva davanti a me tutt’un lago. Le acque primaverili in piena avevano oltrepassato entrambe le rive e sommerso per largo tratto le due zone lungo il fiume, invadendo orti, prati e stagni, tanto che sopra la superficie dell’acqua non era raro incontrare dei pioppi e degli arbusti che spuntavan solitari, simili nella tenebra a severi dirupi.
Il tempo mi pareva magnifico. Era buio, ma io tuttavia vedevo e gli alberi, e l’acqua, e le persone… Il mondo era rischiarato dalle stelle disseminate fittamente su tutto il cielo. Non ricordo di aver visto in altro momento tante stelle. Non c’era, alla lettera, uno spazio libero da introdurci un dito. Ce n’eran di quelle grosse come un uovo di oca e di quelle minute come un granello di canapa… Erano uscite in cielo per la festosa parata tutte quante, dalle piccole alle grandi, lavate, rinnovellate, gioiose, e tutte quante facevan vibrare dolcemente i loro raggi. Il cielo si specchiava nell’acqua; le stelle si bagnavano nella scura profondità e tremavano ad un tempo con la lieve increspatura. L’aria era tepida e quieta… Lontano, sull’altra riva, in un buio impenetrabile, ardevano sparpagliati alquanti lumi di un rosso vivo…”

(da Nella notte santa)

 

 

“Si parlava forte, ma non si udiva ridere né sbuffare. Accanto ai monumenti funerari e alle croci si stringevano l’una all’altra delle persone con pani pasquali e fagottini. Evidentemente, molte di esse eran venute da lontano per far benedire i pani pasquali e adesso erano stanche. Sui lastroni di ghisa che formavano una striscia dal portone alla porta della chiesa correvano affaccendati, battendo sonoramente gli stivali, dei giovani novizi. Anche sul campanile c’era trambusto e si gridava.
“Che notte agitata!”, pensavo. “Com’è bello!”
Pareva di vedere l’irrequietezza e l’insonnia in tutta la natura, a cominciare dalla tenebra notturna per finir coi lastroni, le croci delle tombe e gli alberi, sotto i quali si affaccendava la gente. Ma in nessun posto l’eccitazione e l’irrequietezza si manifestavano così intensamente come in chiesa. All’ingresso si svolgeva una lotta incessante tra l’afflusso e il deflusso. Gli uni entravano, gli altri uscivano e ben presto tornavano dentro, per fermarsi un poco e rimettersi daccapo in moto. La gente vaga da un punto all’altro, va a zonzo e pare che cerchi qualcosa. […]”

(da Nella notte santa)

 

 

” Mi torna spesso un racconto di Čechov, annota la Avilova (Lidija Avilova, che nelle sue memorie narra l’amore impossibile che la univa a Čechov)
” Mi pare che si intitolasse Uno scherzetto. Un giorno d’inverno. Il vento. Un’altura ghiacciata. Un ragazzo e una ragazza su una slitta. Ogni volta che la slitta scivola giù e il vento sibila nelle orecchie, la ragazza sente: ‘Vi amo, Nadja’.
O è solamente un’impressione?
Risalgono di nuovo sull’altura, di nuovo si sistemano sulla slitta. Che scivola via e prende il volo… E di nuovo quel ‘Vi amo, Nadja’.”

Fummo in molti a salutare alla stazione Anna Alekséevna. Essa aveva detto addio al marito e ai bambini; e approfittando dell’attesa, prima che suonasse il terzo colpo di campana, corsi nel suo scompartimento, a deporvi una delle valige che per poco non dimenticava. Dovevamo salutarci per l’ultima volta.
I nostri sguardi s’incontrarono, e la nostra forza morale venne meno, ci abbandonò entrambi. Io l’abbracciai. Appoggiò il viso sul mio petto, e dagli occhi le sgorgò il pianto. Baciandole il viso, le spalle, le mani umide di lagrime – oh, come eravamo infelici – le confessai il mio amore; e intesi, con una fitta al cuore, come era vano, banale, falso, tutto ciò che ci aveva impedito di amarci. Capii che, quando si ama, bisogna innalzarsi, nel proprio modo di sentire, sopra le nozioni di felicità o infelicità, di vizio o virtù, prese nel loro significato corrente; e che bisogna non ragionare affatto. […]

Ci si mise a parlare d’amore.
« In che modo abbia principio l’amore», disse Alëkin, «e perché Pelàgeja non ami qualcuno più simile a lei, nel morale e nel fisico, perché ami proprio Nikamor, questo beone, e sino a che punto importino in amore le considerazioni della felicità personale: tutto ciò è sconosciuto e si può discorrerne all’infinito. Sinora non si è detto sull’amore che una sola verità indiscutibile: cioè che “questo mistero è grande”. Il resto, detto e scritto, non rappresenta una soluzione ma il semplice enunciato di problemi non ancora risolti. Le spiegazioni che sembrano convenire a un caso non valgono per dieci altri, e a mio criterio il meglio è di spiegare ogni caso particolare senza andare affatto nel generale. Bisogna individuare caso per caso.»
«Assolutamente esatto», riconobbe Burkin.
«Noi, russi per bene, abbiamo la passione dei problemi che non comportano soluzione. Di solito si poetizza l’amore e lo si fa bello di rose e di rosignoli… I russi abbelliscono il proprio amore di questioni fatali, e scelgono anche le meno interessanti.”

(da Dell’amore)

L’amore – scrive Čechov sul suo taccuino – o è ciò che resta di qualcosa che si guasta, ma che un tempo è stato immenso, oppure è parte di ciò che immenso diventerà in futuro, ma che nel presente non ci soddisfa e ci dà molto meno di quanto ci aspetteremmo”

 

 

” … per mezza versta andò attraverso i campi, il cimiterio si delineava in lontananza come una striscia scura, come un bosco o un grande giardino. Apparve il recinto di pietre bianche, il portone… Alla luce della luna si poteva leggere sul portone: “Verrà l’ora in cui…”. Starcev varcò il portello, e la prima cosa che vide furono le croci e i monumenti bianchi da tutt’e due i lati di un largo viale e le ombre nere gettate da essi e dai pioppi; e all’intorno, lontano, si vedeva del bianco e del nero, e gli alberi assonnati reclinavano i loro rami sopra quel bianco. Pareva che lì fosse più chiaro che nei campi; le foglie degli aceri, simili a zampe, si staccavano nettamente sulla ghiaia gialla dei viali e sulle lastre di pietra, e le epigrafi dei monumenti eran nitide. Nei primi momenti Starcev fu colpito da ciò che vedeva ora per la prima volta nella sua vita e che, probabilmente, non gli sarebbe più accaduto di vedere: un mondo dissimile da ogni altra cosa, un mondo dove il chiaro di luna era così bello e dolce come se lì fosse la sua culla, dove non c’era vita, non c’era per niente, ma in ogni buio pioppo, in ogni tomba si sentiva la presenza d’un mistero che prometteva una vita placida, bellissima, eterna. Dalle lastre di pietra e dai fiori appassiti, insieme con l’odore autunnale delle foglie, spiravano perdono, tristezza e pace.
Intorno il silenzio; in profonda umiltà guardavano dal cielo le stelle e i passi di Starcev echeggiavano così netti e inopportuni! E solo quando alla chiesa cominciarono a batter le ore, ed egli s’immaginò morto e sepolto lì per sempre, gli parve che qualcuno lo guardasse, ed egli pensò per un momento che non fosse la quiete né il silenzio, ma l’angoscia sorda del non essere, una soffocata disperazione…
Non c’era alcuno. E chi sarebbe venuto lì a mezzanotte? Ma Starcev attendeva e, come se la luce della luna riscaldasse in lui la passione, attendeva con desiderio appassionato e si dipingeva nell’immaginazione baci e abbracci. Egli rimase vicino al monumento circa mezz’ora, poi passeggiò per i viali laterali, col cappello in mano, aspettando e pensando quante donne e fanciulle, che erano state belle, affascinanti, che avevano amato e la notte erano arse di passione, abbandonandosi alle carezze, fossero sepolte lì, in quelle tombe. Come, in fondo, era brutto quel burlarsi dell’uomo da parte di madre natura, com’era increscioso averne coscienza! Starcev pensava così, e al tempo stesso aveva voglia di mettersi a gridare che lui non ne voleva sapere, che lui si attendeva dell’amore a qualsiasi costo; davanti a lui biancheggiavano non più dei pezzi di marmo, ma dei corpi, egli vedeva delle forme che si nascondevano pudicamente nell’ombra degli alberi, sentiva un tepore, e questo struggimento diventava penoso…
E come fosse calato un sipario, la luna scomparve sotto le nuvole e a un tratto tutto si oscurò all’intorno. Starcev trovò a stento il portone – ormai era buio come in una notte d’autunno – poi per un’ora e mezzo vagò cercando la viuzza dove aveva lasciato i suoi cavalli.
«Sono stanco, mi reggo appena in piedi,» disse a Pantelejmon.
E, mettendosi a sedere con voluttà nella carrozza, pensò: “Oh, non bisognerebbe ingrassare!”

(dq Ionyč)

 

 

” Kovrìn cominciarono a chiudersi gli occhi. Egli si alzò e, colto da spossatezza, fece un giro per il salotto, poi per la sala. Quando il canto si interruppe, prese Tanja a braccetto e uscì con lei sul balcone.
«Fin da stamattina mi tiene oggi occupato una leggenda,» disse. «Non ricordo dove l’abbia letta o udita, ma è una certa leggenda strana, priva di senso comune. A cominciare dal fatto che non si distingue per chiarezza.
Mille anni or sono un certo monaco vestito di nero andava per il deserto, non so dove nella Siria o nell’Arabia… Distante alcune miglia dal luogo dov’egli camminava, alcuni pescatori videro un altro monaco nero che avanzava lentamente sulla superficie di un lago. Questo secondo monaco era un miraggio. Adesso dimenticate tutte le leggi dell’ottica, che la leggenda, a quanto pare, non riconosce, e ascoltate il seguito.
Dal miraggio risultò un altro miraggio, poi dal secondo un terzo, talché l’immagine del monaco nero cominciò a riflettersi senza fine da uno strato dell’atmosfera in un altro. Lo vedevano ora in Africa, ora in Spagna, ora nell’India, ora nell’Estremo Nord… Infine egli uscì dai limiti dell’atmosfera, terrestre e adesso va errando per tutto l’universo, senza mai incontrare in nessun modo le condizioni nelle quali potrebbe svanire. Forse lo vedono ora in qualche posto su Marte o su qualche stella della Croce del Sud. Ma, mia cara, la vera essenza, il nodo vero della leggenda sta in ciò, che dopo mille anni dacché il monaco andava per il deserto, il miraggio tornerà a capitare nell’atmosfera terrestre e apparirà agli uomini. E pare che questo migliaio di anni sia ormai sul finire… Stando al senso della leggenda, il monaco nero noi dovremmo aspettarcelo, se non oggi, domani.»
«Strano miraggio,» disse Tanja, alla quale la leggenda non le era piaciuta
Ma quel che più fa meraviglia,» si mise a ridere Kovrìn, «è che io non riesco in nessuna maniera a ricordare di dove mi sia venuta in capo questa leggenda. Dove l’ho letta? L’ho udita? O forse il monaco nero l’ho visto in sogno? Lo giuro sul nome di Dio, non ricordo. Ma la leggenda mi interessa. Oggi ci ho pensato tutta la giornata.»

(da Il monaco)

 

 

Della profondità immensa e della vastità senza confini del cielo si può giudicare soltanto in mare, e nella steppa di notte, quando splende la luna. Esso è pauroso, bello e accarezzante… Ogni cosa si presenta diversa da quel che è. Vai, e tutt’a un tratto vedi che più avanti, proprio vicino alla strada, sta un profilo che somiglia ad un monaco… La figura si avvicina, cresce, eccola giunta all’altezza del calesse, e voi vedete che quello non è un uomo, ma un cespuglio solitario o un grosso sasso… Vai per un’ora o due… Ti capita davanti sul cammino un taciturno vecchio kurgàn, o un simulacro di pietra, posto lì Dio sa da chi e quando… l’anima risponde alla bellissima, austera terra natia, e si vorrebbe volare sopra la steppa insieme con l’uccello notturno.

Čechov qui sta descrivendo, in modo molto bello – lo possiamo intuire anche attraverso la ruvida maglia di una lingua straniera – l’effetto della steppa su una piccola compagnia di viaggiatori. La steppa è lo sfondo per questa particolare storia. Tuttavia, mentre i viaggiatori si muovono lentamente all’interno di quell’immenso spazio, una volta fermandosi a una locanda, un’altra superando qualche pastore o carro, sembra che sia il viaggio dell’anima russa a compiersi, e lo spazio vuoto, così triste e appassionato, diventa il contesto del suo pensiero. Le storie stesse, nella loro inconcludenza e intimità, sembrano essere il risultato di un incontro fortuito su una strada solitaria. Il fato ha inviato questi viaggiatori sul nostro cammino; chiunque essi siano, è naturale fermarsi e parlare, e dato che non incroceranno mai più la nostra strada è possibile dire ogni genere di cosa che magari non riveliamo agli amici. [..] Per via del vuoto che li circonda, e della consapevolezza che saranno brevi, questi incontri hanno un’intensità che preserva a lungo il loro significato nella memoria, come fossero plasmati dalla mano di un artista. “Tutto ciò” dice Čechov, descrivendo un campo al bordo della strada dove gli uomini erano raccolti attorno al fuoco, “tutto ciò era di per sé così meraviglioso e pauroso che il carattere fantastico della fola o della fiaba impallidiva e si fondeva con la vita”. Mettete da parte la civiltà disciplinata: affacciatevi alla vostra finestra per trovare nient’altro che vuota steppa, avvertite verso ogni essere umano la sensazione che sia un viaggiatore che vedrete una volta e mai più, e poi la vita “di per sé” sarà così terribile e meravigliosa che non servirà colorirla in modo fantasioso. Quasi tutti i racconti del presente volume sono storie di contadini; e che sia o meno l’effetto di questa solitudine, di questo vuoto, ogni mente, seppur offuscata e rozza, si vede investire di un po’ di trasparenza attraverso la quale la luce dello spirito può brillare in modo sorprendente. Così il detenuto Jakov, mentre cammina in catene, arriva in questo modo alla convinzione che “gli pareva di conoscere finalmente la vera fede. […] Egli ormai sapeva e comprendeva tutto, dov’era Dio e come si dovesse servirlo”. Ma questa non è semplicemente la fine di una delle storie di Čechov; è anche la luce che, cadendo discontinua e a tratti, segna la loro conformità e forma. Fuor di metafora, le emozioni dei suoi personaggi sono legate a qualcosa di più importante e molto più remoto del successo personale o della felicità.

Scrive (Woolf) nel suo diario, proprio in quel periodo in cui il romanzo non ha ancora acquistato la sua fisionomia definitiva e si chiama, provvisoriamente, The Hours: “Bisogna far partire la scrittura da un sentimento profondo, diceva Dostoevskij. È così che faccio io? O invece fabbrico con le parole, amandole come le amo? No, non credo. In questo libro ho quasi troppe idee. Voglio metterci la vita e la morte, la salute e la malattia mentale.”
E così fu. L’insegnamento dei grandi russi non andò perduto.
 

Virginia Wolf su Čechov

 

 
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* da I Capolavori (Racconti) – Anton Čechov
A proposito do Čechov – Ivan Bunin
L’anima russa: Dostoevskij, Čechov, Tolstoj – Virginia Wolf

** in copertina Natal’ja Sergeevna Gončarova
nel post dipinti di
Isaak Il’ič Levitan
Pavel Filonov
Kuzma Petron-Vodkin
Natal’ja Sergeevna Gončarova
Marianne von Werefkin
Vladimir Vasilyevich Lebedev
Aleksej Stepanov
Archip Iwanowitsch Kuindshi

 

 

(molto a margine del discorso, una mia considerazione: questi post su Čechov hanno avuto inizio nell’ottobre del 2017 e terminati solo oggi.
Ogni volta che cercavo di completarli l’autore diventava sempre più sfuggente, impossibile da condensare o dare alla sua produzione e personalità un qualsivoglia tipo di contorno.
Fino a che ho capito e mi sono fermata: La ricchezza di Čechov ė come il mare, “.. è grande” e indescrivibile.
In compenso posso dire di averlo letto tutto e di questo sono grata alla vita che me lo ha permesso) ☺️