Nanni Cagnone e Giuseppe Uncini

 

 

Animo ognor intatto
faccia del presente
un’illusione.

 

 

 

 

*

Un altro tramonto
senza sottomissione.
Non ricorda i colori di ieri,
eppure non esce dal tramonto.

Che sia questa, l’unione?

 

*

Se mai,
desiderando,
fossi certo perciò
di non avere,
potrei riversare non so quanto.
C’è nel desiderio
un rumore di precipizio,
un supplizio accanto,
come diminuendo
d’una foglia un ramo.

 

*

Non sarà
l’annuvolato cielo,
né il difettoso patto,
a tralasciare uno dei due
su mulattiere d’infanzia—
saremo noi, senza fretta
in un istante, contenti
d’assordarci e guarire.

Eravamo pretendenti,
poi spericolate serietà
di cui nessuna
attenta a uno spiraglio,
solo un trasalire di colori
in falso lume.

Noi come siamo
ora, noi che siamo
distanziato sogno.

 

*

Nella cronologia
di una rosa,
ha maggiore rinomanza
lo sfiorire. Non si deplori
la malinconia: questo
è il giorno seguente,
la solennità del rastrello
sulla ghiaia, lo stelo
che sotto il cielo lucente
deve risalire
come un sonnambulo.

Ma eunuchi di primavera
nel giorno divulgato—
pochi discepoli,
avanzi d’un raccolto.

 

*

Non la moderazione,
che muove nei vuoti
in modo da non ferirsi,
ma la regola degli amanti,
che si cura dell’unica
giustizia possibile
quando c’è di mezzo
il desiderio—
questo esperimento
che ci fa mancare.

 

 

 

 

*

Amante è colui,
sovrano de l’amato,
che per lui indietreggia,
e piú amorose le parole
della nostra quiete,
musica d’acqua nella gronda
o quei saluti di balza in balza
a seminare ricordi—siamo
altrove, ne l’innominato
precipite universo
delle aride doglie,
non volendo siamo altrove
e lontani da misericordia.

 

 

**

 

 

Viene
lungo notte
nuove unghie
la carezza avvenire,
come pettine in grovigli. […] 

 

 

 

*

Sguardi screpolati,
incredula andatura.
Non poter offrire
né legando rifiutare.
Ostinato parlare
quando una bufera
porta via la voce.
Dei nomi rimasti,
solo quelli
appartenenti.

Doveri dell’esilio.

 

*

Ricordo dei frutti
tardi sui rami, domando
c’è forse un proprietario
dei frutti trascurati?

Un rettangolo annerito
conserva la tua stanza.
Dove sei, cercando luce
come seta che s’increspa?

Non saranno famosi,
i nostri dolori.

 

 

 

 

*

E poiché tutto, infine,
sembrerà una parte,
non avrò fiducia
di morire.
Ripeterò l’attesa,
come ogni volta
che qualcosa manca.

Chiaro in bocca spiraglio
e senza voce, avendo
il resto ombroso di me
stanche giunture.

Quale sarà
il colpo di silenzio,
il pungolo, la chiave,
il viatico in province—
che vessillo?

 

*

Quando
la tendenza del sentiero
si fa sicura (avea smarrito
fra gli aceri il suo scopo),
non potrei discutere
la quiete delle foglie—
vedo lucente, dopo di me,
cosa che piú non chiama.

Sono eterni, i fiori,
e lontano dall’animo
il raccolto.

 

 

 

 

*

E nei modi del fuoco
molta luce,
accompagnata
ove miele piú scuro
ha segrete parole—
cavità che vorrà dire
mescolanza
se altri non si perdono
in quel cielo, e vènti
assai curiosi dei capelli
si calmano nel viso,
e specialmente
se vedere e ricordare
vivono insieme,
come acqua
che profonda ne la sabbia
non vuol dire smarrita.

 

*

E queste parole – abiti
in guardaroba incustoditi,
rubati per farne stracci
da spingere in bocca
a chi potrebbe gridare –,
anche queste parole
lo sanno: non c’è
una patria del dire.

 

*

Quando i nomi
ci fanno divergenti,
nomi che irretiscono
anche i morti,
ricorda il consiglio
dei colori cangianti,
piccole febbri
di chiaroscuro
che non scalfivano,
a cui bastò la gloria
d’infanzie a bocca aperta,
e quel sonnolento
andarvenire entro
invincibili metafore,
chiuse al tempo,
senza rovine.

 

 

 

 

*

Un niente, un vuoto
di memoria, tolse vento
al fogliame. Briciole
di pane raffermo
caddero indietro.

Talora si stanca
il vero, come la gente
al pensiero
del giorno dopo
del giorno dopo,
sempre a seguire l’orlo
temuto rovinoso.

 

*

Senilità, immaturo
riparo ereditario,
in cui il tacere
costa meno
del dormire
e attira un vuoto
la segreta enfasi
del suo non dire
invece che incontro
scorrere, nel comune
ingrandito pomeriggio,
in sogni senza sdegno.

 

*

E trasognando le vedi,
figure scarse,
livide come un delitto
o per sortilegio amorose.
Invidia d’una vita
senza le mie vertebre, un
non orgoglioso scorrere
facendo del sorriso
un’abitudine—come
in certe locande
fuori mano, sai
quando sbagli strada
e chissà dall’errore
cosa speri.

 

 

 

 

*

Spazio finito, orlo di tamburo.
Ti conviene incarnarti finché puoi,
racimolare luce anche di notte,
far cammino nella bruma
e non lasciarlo mai solo
l’istante, se no punge ogni cosa.
In fondo, in fondo al mareggiare
dei tramonti, al maturare insicuro
bruciore senza trama delle pene,
il solenne episodio delle foglie—
stormire e basta. Stormire.

 

*

Fine. Parola breve
piú di sé stessa,
pensato brivido,
ma si diletta nel dirsi
si dà un contegno
come chiunque
ultimamente precipiti.
Senza contare i passi,
si cerchino germogli
si vada dove rovi
contendono con rovi,
si vada nel chiunque—
sí, nel mormorante
tiepido qualunque.

 

 

 

 

*

Chi ti sveglia dal tacere,
cosiddetto cuore?
Credente involontario,
ti presento
l’indifeso tuo sogno,
perciò attento.

Venerabile gioia,
non sfuggire—
non interrompere
sprechi e cortesie.
Férmati piú lontano,
dimentica e ricorda.

 

*

Supponi vanitose
le peonie (la solita manía
d’imporre sentimenti).
Impara, non far domande,
innocenza invece, venerare,
ché non c’è piú tempo,
sei sul ciglio maggiore
e non comprendi:
non sono individuali,
le tue ceneri.
Per l’amor ch’avvolge noi
serenamente, per il dono
balordo delle stelle cadenti,
per le colline d’infanzia
avide di mare
e la dissipazione in famiglie
d’una sola famiglia,
per l’adunata polvere
e l’oro lasciato ai deserti,
noi siamo qui, non siamo vinti.
 

da A Ritroso
2020-1975 –
Nanni Cagnone

 

 

 

 

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* tutte le opere presentate
sono dell’artista Giuseppe Uncini