L’atroce tormento del perverso: Edgar Allan Poe e Diamanda Galás

 

” Il conflitto diventa intollerabile; l’esigenza minaccia a questo punto di trasformarsi in qualcosa di vacuo. Siamo finiti su una lastra di ghiaccio dove manca l’attrito e perciò le condizioni sono in certo senso ideali, ma appunto per questo non possiamo muoverci. Vogliamo camminare; dunque abbiamo bisogno dell’attrito. Torniamo sul terreno scabro”
Wittgenstein

 

 

[…] Quel gatto si chiamava Plutone, ed era il mio preferito, il mio compagno. Io solo gli davo da mangiare, ed esso per casa mi seguiva dovunque andassi: anzi era con gran difficoltà se io arrivava d’impedirgli di seguirmi per le strade […]

La nostra amicizia durò così parecchi anni, durante i quali il mio carattere e il mio temperamento – per opera del demone dell’intemperanza, debbo con rossore confessarlo – subì un’alterazione radicalmente cattiva. Io divenni di giorno in giorno più cupo, più irritabile e meno curante dei sentimenti degli altri. Mi permisi anche d’adoperare un linguaggio brutale verso mia moglie: col passare del tempo arrivai anche alle violenze personali. E le mie povere bestie favorite dovettero naturalmente risentire del cambiamento del mio carattere. Non solo io le trascurava, ma le maltrattava addirittura. Tuttavia per Plutone io nutrivo ancora una certa considerazione che m’impediva di maltrattarlo […]

Ma il mio male si aggravava sempre di più – imperocché questo male è paragonabile all’alcool – e a lungo andare lo stesso Plutone che oramai s’andava facendo vecchio e che naturalmente andava diventando un po’ scontroso – lo stesso Plutone cominciò a conoscere gli effetti del mio cattivo carattere.

 

 

Una notte, tornando a casa altamente ubbriaco da una delle mie solite corse nei sobborghi, mi venne in mente che il gatto cercasse di fuggir la mia presenza. Lo afferrai, ed esso, spaventato dalla mia violenza, mi fece coi denti, ad una mano, una graffiatura. Un furore infernale s’impadronì allora di me. Io non mi riconobbi più. La mia anima primitiva parve ad un tratto fuggirsene dal mio corpo ed una superdiabolica cattiveria, impregnata di gin, invase ogni mia fibra. Trassi dalla tasca del mio panciotto un temperino, l’aprii, afferrai la povera bestia per la gola e deliberatamente gli feci saltar dall’orbita uno degli occhi! Scrivendo ora questa dannata atrocità, io arrossisco, brucio e fremo ancora! […]

Tuttavia il gatto lentamente guarì; l’orbita dell’occhio perduto presentava, vero, un triste aspetto, ma oramai pareva ch’egli non ne soffrisse più. Andava e veniva per la casa secondo il suo costume; ma, come io dovevo aspettarmi, al mio avvicinarsi fuggiva con un estremo terrore.

Mi rimaneva però abbastanza del mio antico cuore per sentirmi ad un tratto addolorato da quell’evidente antipatia che nutriva per me una creatura che io avevo tanto amato. Ma questo sentimento cedette ben presto il posto all’irritazione. E allora fu che per la mia caduta irrevocabile e finale comparve lo spirito della Perversità. La filosofia non fa nessun conto di questo spirito. Pure io credo – come all’esistenza dell’anima mia – che la perversità sia uno dei primitivi impulsi del cuore umano, una delle indivisibili prime facoltà o sentimenti che dirigono la natura d’un uomo. Chi è che non si è sorpreso, almeno un centinaio di volte, a commettere una cosa sciocca e cattiva, per la sola ragione che sapeva di non doverla commettere? Malgrado la superiorità del nostro giudizio, non abbiamo noi una perpetua inclinazione a violare ciò che è la Legge per la semplice ragione che sappiamo che essa è la Legge? Io dico dunque che questo spirito di perversità fu la causa della mia caduta finale. Era quel desiderio ardente dell’anima, quel desiderio inesplicabile di torturarsi lo spirito, di violentar la propria natura, di fare il male per il solo amore del male, che mi spingeva a continuare ed a consumare definitivamente il supplizio che io avevo inflitto alla povera bestia inoffensiva. Una mattina, a sangue freddo, feci entrare il suo collo dentro a un nodo scorsoio e lo appesi al ramo d’un albero; e feci ciò con gli occhi pieni di lagrime ed un grande rimorso nel cuore; lo appesi perché sapevo che mi aveva amato e perché sentivo che egli non mi aveva mai dato ragione alcuna d’inquietarmi; lo appesi perché sapevo che, facendo così, commettevo un peccato, un peccato mortale che comprometteva la mia anima immortale al punto da calcolarla – se pure una tal cosa fosse possibile – fuori da ogni misericordia del Dio misericordiosissimo e onnipotente.
 

da Il Gatto Nero
Edgar Allan Poe

 

Suite Persevitats – Joan Ponc

 

” Ciascuna cosa che da perverso ordine procede è laboriosa, e per consequente è amara, e non dolce, sì come dormire lo die e vegghiare la notte, e andare indietro e non inanzi. Comandare lo subietto allo sovrano procede da ordine perverso – ché ordine diritto è lo sovrano allo subietto comandare –, e così è amaro, e non dolce.”
Dante

 

[…] L’induzione a posteriori avrebbe condotto la frenologia ad ammettere come principio primitivo ed innato della azione umana un non so che di paradossale che noi chiamiamo perversità in mancanza d’un più caratteristico appellativo. Nel senso, infatti, che io vi ripongo si trova realmente un movente senza motivo ed un motivo senza movente. Sotto la sua influenza noi agiamo senza uno scopo comprensibile: o, qualora ciò sembri una contraddizione in termini, non possiamo modificare la nostra proposizione dicendo che, sotto la sua influenza, noi operiamo per una ragione per la quale non dovremmo. In teoria non può esistere una ragione più irragionevole: ma, in realtà, non ve n’ha alcuna più forte. Per alcuni spiriti ed in certe date condizioni essa diventa assolutamente irresistibile.

La mia vita per me non è più certa della proposizione seguente: la certezza del peccato o dell’errore racchiuso in un atto qualsiasi è spesso l’unica forza invincibile che ci spinge e la sola anzi che ci spinge al compimento di esso. E questa tendenza schiacciante a far il male per amore del male non ammette nessun’analisi, nessun risolvimento in ulteriori elementi. È un moto radicale, primitivo, elementare.

Mi aspetto che si dica che se noi persistiamo a compiere certi atti perché sentiamo che non dobbiamo compierli, la nostra condotta non è che una modificazione di quella che comunemente deriva dalla combattività frenologica. Ma basterà un semplice colpo d’occhio per far rilevare la falsità d’una tale idea. La combattività frenologica ha ragion d’esistere nella necessità della difesa personale. Essa è la nostra salvaguardia contro l’ingiustizia. Il suo principio riguarda il nostro benessere; e perciò mentre essa si sviluppa, noi sentiamo sollevarsi in noi il desiderio del benessere. Deriverebbe da ciò che il desiderio del benessere dovrebb’essere simultaneamente eccitato con qualsiasi principio che non sarebbe se non una modificazione della combattività; ma nel caso di questo non so che da me definito col nome di perversità, non solo il desiderio del benessere non è punto destato, ma apparisce come un sentimento particolarmente contrario.

Ogni uomo che faccia appello al proprio cuore troverà, alla fine, la miglior risposta al sofismo di cui si tratta. Chiunque consulterà lealmente e accuratamente interrogherà la propria anima, non oserà certo negare l’assoluta radicalità dell’inclinazione in parola. E non è meno caratterizzata che incomprensibile. Non esiste, per esempio, alcun uomo che, a un certo momento, non sia stato divorato da un ardente desiderio di torturare con un’infinità di circonlocuzioni il suo interlocutore. Colui che parla sa che così dispiace; egli ha la migliore intenzione di piacere; e abitualmente egli è stringato, preciso, ben chiaro; il più luminoso e il più laconico linguaggio si agita sulla punta della lingua; e non è che con gran difficoltà che egli si costringe a rifiutargli il passo; egli teme il cattivo umore di colui al quale si rivolge.

Tuttavia lo colpisce il pensiero che con un inciso o con una parentesi egli possa causar quella collera. Basta questo semplice pensiero. Il primo moto diventa una velleità, la velleità ingrandisce in desiderio, il desiderio si cambia in un bisogno irresistibile e il bisogno vien soddisfatto con profondo rammarico e con mortificazione del parlatore e con la tristezza di tutte le sue conseguenze.

Dinanzi a noi abbiamo uno scopo che dobbiamo rapidamente raggiungere. Sappiamo che, tardando, faremmo la nostra rovina. La più importante crisi della nostra vita, con la voce imperiosa d’una tromba, reclama energicamente una azione immediata. Noi bruciamo, siamo consumati dall’impazienza di metterci all’opera; la pregustazione d’un glorioso risultato ci mette l’anima in fiamme. È necessario che quella faccenda sia cominciata oggi: eppure noi la rimandiamo a domani: e perché? Non v’è altra spiegazione se non che ciò è perverso. – Serviamoci della parola senza comprenderne il principio.

 

 

Arriva il domani e con esso una più impaziente ansia di fare il nostro dovere; ma con questo aumento di ansia sorge in noi un desiderio ardente, sconosciuto, di differire ancora, – desiderio positivamente terribile perché di natura impenetrabile. Più il tempo passa, più un tal desiderio aumenta di forze. Non v’è più che un’ora sola di utile per agire, e quell’ora a nostra disposizione. Noi tremiamo per la violenza del conflitto che s’agita dentro di noi, per la battaglia fra il positivo e l’indefinito, fra la sostanza e l’ombra. Ma giunta la lotta a questo punto è l’ombra che vince: noi ci dibattiamo invano. L’orologio suona e quello è il suono funebre della nostra felicità. Nello stesso tempo per l’ombra che ci ha così a lungo atterriti, quel suono è la diana mattutina, è il canto del gallo vittorioso dei fantasmi. L’ombra fugge, sparisce e noi siamo liberi. Ritorna la vecchia energia. Ora noi ci metteremo all’opera: ma, ahimè! ora è troppo tardi.

 

 

Siamo sull’orlo d’un precipizio. Guardando nell’abisso proviamo il male della vertigine.

Il nostro primo movimento è d’allontanarci dal pericolo: inesplicabilmente invece restiamo. A poco a poco il nostro male, la nostra vertigine e il nostro orrore si confondono in un sentimento nebbioso e indefinibile. Gradatamente, insensibilmente, quella nebbia prende una forma come il vapore uscente dalla bottiglia donde s’alzava il genio delle mille e una notti. Ma dalla nostra nebbia, sull’orlo del precipizio, s’alza sempre più palpabile una forma mille volte più terribile di qualunque genio, di qualunque favoloso demonio: eppure non è che un pensiero, ma un pensiero spaventoso che agghiaccia il midollo delle nostre ossa e vi cola dentro le feroci delizie del suo orrore.

E l’idea è semplicemente questa: – Quali sarebbero le nostre sensazioni durante il percorso d’una caduta fatta da una tale altezza? E noi per la semplice ragione che in ciò è rinchiusa la più spaventosa e la più odiosa di tutte le più odiose e spaventose immagini di morte e di sofferenza che si siano mai presentate alla nostra immaginazione, per questa semplice ragione noi allora, con più ardore, desideriamo quella caduta, quel fulminante annientamento.

E poiché il nostro giudizio ci allontana con violenza dall’orlo del precipizio, appunto a causa di ciò, noi con più impeto vi ci raccostiamo. Nella natura non esiste passione più diabolicamente impaziente di quella d’un uomo che, fremendo di terrore sul margine d’un precipizio, sogna di gettarvisi. Permettersi, provare un solo istante di pensare è lo stesso che perdersi inevitabilmente, imperocché la riflessione ci comanda d’allontanarci ed è appunto per ciò, ripeto, che noi non lo possiamo. Se là non si trova pronto un braccio amico per trarci indietro, o se non siamo capaci d’uno sforzo istantaneo per fuggire lontano dall’abisso, noi vi ci slanceremo, noi così saremo annientati. Esaminando questo od altri analoghi fatti, noi troveremo come essi risultino unicamente dallo spirito di perversità. Noi non operiamo solo perché sentiamo che non dobbiamo farlo. Al di qua o al di là non vi ha un principio intelligibile: e noi potremmo veramente considerare questa perversità come una diretta istigazione dell’Archidemonio, se non fosse riconosciuto che alcune volte essa serve a compiere il bene. […]
 

da Il demone della Perversità
Edgar Allan Poe

 

 

 

 

~~~~~~~~~
* in copertina locandina del
film (1934) The Black Cat di Ulmer
** i fumetti sono di Bernie Wrightson