E la pioggia di lacrime versate in un angolo, sono questi i semi della vita nuova? – W.H. AUDEN

 

L’Uomo deve cadere per amore
ai piedi di Qualcuno o di Qualcosa,
o cadere ammalato.

 

*

 

Persone e Posti
 

Avvolto in un’aria cedevole, accanto
alla fame silente del fiore,
vicino al montare segreto dell’albero,
vicino a una febbre elevata d’uccello,
chiassoso nella speme e nell’ira,
eretto intorno al suo scheletro,
ecco l’amante espressivo,
ecco l’uomo razionale.

Nell’incuranza del sole affocato,
oltre animali più forti e più belli,
pian piano egli avanza, un’arma vivente,
con armi, con lenti e con bibbia,
in militante ricerca,
l’amico, il corrivo, il nemico,
il saggista, il capace,
capace di piangere a volte.

Ignara d’odio e d’amici,
la pietra giace ovunque intorno a lui,
l’Affratellato, il Non-Solo,
l’affratellato e l’odiato
cui la famiglia ha insegnato
a opporre ai grandi e ai muti,
ai sempiterni e ai radicati
il suo denaro e il suo tempo.

Le sbiadite speranze della madre
si fanno mogli ottuse per il suo ottuso spirito
che il dito moralista della balia presto ottunde,
quel traditore ottuso e ingenuo,
ed egli eredita, infantile,
sì presto illuso dal padre legale,
la torre altissima e stupenda,
stupenda, ma serrata, ma serrata.

E suddito di morti mai incontrati,
da santa congettura fuorviato,
sul seggio del delirio collocato
o su un seggio di desolazione,
intelligente siede e micidiale;
bellezze enormi intorno a lui si muovono,
perché grandiosa è la sua visione
e grandioso il suo amore.

Sta scritto sullo scudo veritiero del Tempo,
l’agnello con la tigre deve battersi,
fedele il loro scontro mai finì,
sebbene, infedele, egli consideri
il suo sogno di epoche più vaghe,
riconciliati cacciatore e vittima,
il leone e la vipera,
la vipera e il bambino.

Amori nuovi lo tradiscono, ogni giorno
sul verde suo orizzonte
un nuovo disertore s’allontana,
e a miglia di distanza uccelli mormorano
di tradimenti e d’imboscate;
sconfitte nuove ancora proverà,
altri dolori e ancora più cocenti,
e la sconfitta del dolore.

 

*

 

II

La Legge, dicono i giardinieri, è il sole,
la Legge è quella
cui tutti i giardinieri obbediscono
domani, ieri, oggi.

La Legge è la saggezza dei vecchi
che gli impotenti nonni deprecano stizziti;
i nipoti tirano fuori una triplice lingua,
la Legge sono i sensi dei giovani.

La Legge, dice il prete con una faccia da prete,
rivolgendosi a chi prete non è,
la Legge sono le parole del mio libro da prete,
la Legge è il mio pulpito e il mio campanile.

La Legge, dice il giudice guardando dall’alto,
con voce chiara e quanto mai severa,
la Legge è come vi ho già detto prima,
la Legge è come sapete, suppongo,
la Legge è, ma lasciate che ve lo spieghi ancora,
la Legge è La Legge.

Eppure studiosi ligi alla legge scrivono:
la Legge non è errata e non è giusta,
la Legge riguarda solo delitti
puniti in un luogo e in un tempo,
la Legge è il vestito portato
in un certo posto, in un certo momento,
la Legge è il Buongiorno e la Buonanotte.

Altri dicono, la Legge è il nostro Fato;
altri dicono, la Legge è il nostro Stato;
altri dicono, altri dicono
la Legge non è più,
la Legge è svanita.

E sempre assordante la folla rabbiosa,
molto rabbiosa e molto assordante:
La Legge siamo Noi,
e sempre il buon idiota alla buona: Sono Io.

Se noi sappiamo, caro, di non sapere più
di loro sulla Legge,
se io non più di te
so quel che occorre e non occorre fare
ma tutti son d’accordo
contenti o insoddisfatti
che la Legge è
e questo tutti sanno;
se perciò pensando che sia assurdo
la Legge con un altro nome definire,
diversamente da parecchia gente
non so se ancora sia la Legge,
non più di loro noi possiamo soffocare
il desiderio universale di congetturare
o di evadere dalla nostra posizione
in un’indifferente condizione.

Sebbene io possa almeno confinare
la vanità tua e mia
all’espressione timida
d’un timido confronto,
lo stesso andremo fieri:
come l’amore dico.
Come l’amore non sappiamo dove o perché
come l’amore non possiamo forzare o sfuggire
come l’amore spesso noi piangiamo
come l’amore raramente rispettiamo.

 

*

 

VIII

Addio al clamore civilizzato del salotto,
ai sensati «perché» e «percome» del professore,
alla disinvoltura del diplomatico in redingote,
ora le questioni si sistemano con il gas e la bomba.

Le opere per due pianoforti, le storie geniali
di giganti sapienti e fate eccelse,
i dipinti, gli unguenti, i fragili vasi
e i rami dell’olivo sono riposti in soffitta.

Perché il Diavolo, infranti i patti, s’è rialzato,
con la dinamite è uscito di prigione,
dal pozzo dove il suo Babbo getta
l’angelo ribelle, il reietto s’è levato.

Come l’influenza egli va all’estero,
si ferma presso il ponte, aspetta presso il guado,
come un’oca o un gabbiano s’alza in volo,
si nasconde nell’armadio e sotto il letto.

Assumendo gli aspetti più adatti a mascherare
l’odio che gli arde nei grandi occhi azzurri;
può essere un bimbo che canticchia in carrozzina,
o una cara nonnetta che sale sul tram.

Un idraulico, un dottore, poiché ha tanta abilità
da intraprendere un lavoro serio a volontà;
superbo nello hockey su ghiaccio, un principe nella danza,
è fiero come le tigri, riservato come le piante.

Oh, se dovesse trionfare, mio cuore, sai
in quali abissi di vergogna ti trascinerebbe;
ti strapperebbe a me, sì, mio amore,
ti strapperebbe e ti taglierebbe i bei capelli.

Già milioni ne sono andati in rovina,
cedendo come colombe al suo fascino viperino;
centinaia d’alberi nel bosco sono malati:
io sono l’ascia che li deve abbattere al suolo.

Poiché, dopo tutto, io sono il Fortunato,
lo Spensierato, il Terzo Figlio viziato;
per me è scritto di cacciare il Diavolo
e di liberare la terra dal genere umano.

La condotta dell’uomo è un mondo d’orrore,
una sedentaria Sodoma e una viscida Gomorra;
io devo incaricarmi del liquido fuoco
e tempestare le città del desiderio umano.

Il comprare e il vendere, il mangiare e il bere,
le perfide macchine e l’irriverente pensiero,
gli attraenti imbecilli che continuamente
ispirano l’amara ambizione dei loro uomini.

Io verrò, punirò, il Diavolo muoia,
avrò sul mio pane strati di caviale,
mi costruirò per casa una cattedrale
con un aspirapolvere in ogni locale.

Andrò in parata su un’automobile di platino,
i miei lineamenti splenderanno, il mio nome sarà Stella,
giorno e notte le campane farò risuonare,
e sulla lunga strada farò la ruota.

Così voi, Giovannino e Giovannone, Pietro e Paolo,
e tu, povero piccolo Orazio, che hai solo un testicolo,
lascerete la colazione, il tavolo e i giochi
un bel mattino d’estate per uccidere il Diavolo.

Poiché l’ordine, la tromba, l’ira, il tamburo,
il potere e la gloria vi comandano di venire;
le tombe si scoperchieranno e tutti vi accoglieranno,
e la terra si libererà dal peccato mortale.

I pesci tacciono in fondo al mare,
i cieli sono illuminati come un albero di Natale,
la stella in Occidente fa cadere il suo monito:
«L’Umanità è viva, ma l’Umanità deve morire».

Perciò addio alla casa con la tappezzeria rossa,
addio alle tiepide lenzuola del letto matrimoniale,
addio agli splendidi uccelli sul muro,
addio, sì, mio cuore, addio a tutti voi.
 

da Un altro tempo
W.H. Auden

 

 

 

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* in copertina
Sketches of Auden –
Henry Moore
** le altre litografie nel post
sono tratte da
Auden Poems Moore –
Henry Moore

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riporto un link di un articolo molto interessante, Remenbering W.H. Auden scritto da Hannah Arendt, che ho trovato nel bel blog di Auacollage