Tra il possibile e il reale: Corpi idrici – Gerald Murnane

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Dopo aver dato una spiegazione esaustiva di quello che era il mio scopo, comprai da loro due grandi terreni – più o meno 600.000 acri – e consegnai loro a mo’ di pagamento coperte, coltelli, specchi, tomahawk, perline, forbici, farina e via discorrendo, e accettai anche di pagare loro un tributo, o affitto, annuale.
John Batman, 1835

 

 

 

 

 

 

 

 

Accordo fondiario
 

Non avevamo certo motivo di lamentarci all’epoca. Gli uomini d’oltremare ci avevano spiegato con garbo tutti i dettagli del contratto prima che lo firmassimo. Ovviamente c’erano delle questioni di minor conto che avremmo dovuto discutere. Ma anche il più esperto dei nostri negoziatori si era distratto alla vista del pagamento che ci veniva offerto.
I forestieri avevano certo pensato che le loro merci ci fossero poco familiari. Ci guardavano con indulgenza mentre affondavamo le mani nei sacchi di farina, ci avvolgevamo nelle coperte e provavamo le lame dei coltelli sui rami più vicini. E quando se ne erano andati noi ci stavamo ancora baloccando con i nostri nuovi averi. Ma ciò che più ci stupiva non era la novità. Avevamo riconosciuto una corrispondenza quasi miracolosa fra l’acciaio, il vetro, la lana e la farina dei forestieri e quei metalli, quegli specchi, quei vestiti e quel cibo di cui avevamo così spesso postulato l’esistenza, su cui avevamo spesso fatto congetture o che avevamo spesso sognato.
È motivo di sorpresa che un popolo che usava per il legno ostinato, l’erba flessibile o la carne sanguinante null’altro di più utile che una pietra… è motivo di sorpresa che tale popolo avesse con l’idea del metallo una simile familiarità? Ognuno di noi aveva abbattuto in sogno alberi alti con lame che si insinuavano a fondo nella polpa chiara sotto la corteccia. Ognuno di noi avrebbe potuto simulare il metallo affilato sulla cote che falciava una distesa d’erba seminata o descrivere il modo esatto in cui il grasso o il muscolo si staccava sotto l’azione di un coltello conico. Conoscevamo la forza e la lucentezza dell’acciaio e la precisione del suo filo per averne invocato così spesso l’esistenza.
Lo stesso valeva per il vetro, la lana e la farina. Come avremmo potuto non inferire la perfezione dello specchio, noi che sbirciavamo così spesso nelle pozze increspate le immagini ondulate delle nostre persone? Non vi era tipo di lana di cui non avessimo ipotizzato l’esistenza mentre ci stringevamo sotto rigide pelli di opossum nelle piovose serate d’inverno. E ogni giorno le donne che pestavano indefesse sulle macine polverose ci ricordavano la ricchezza della farina di frumento che non avevamo mai assaggiato.
Ma avevamo sempre chiaramente distinto fra il possibile e il reale.Quasi tutto era possibile. Qualunque dio poteva risiedere dietro la nube temporalesca o la cascata, qualunque fatata sottospecie poteva abitare la terra sotto la superficie dell’oceano: ogni nuovo giorno poteva portarci il miracolo di un’ascia d’acciaio o di una coperta di lana. Lo spettro quasi sconfinato del possibile era limitato solo dalla manifestazione del reale. Inutile dire che ciò che esisteva in un senso non sarebbe mai potuto esistere nell’altro. Quasi tutto era possibile tranne, ovviamente, il reale.
Ci si potrebbe chiedere se le nostre storie individuali o collettive fornissero esempi di possibilità divenute reali. C’erano uomini che avevano sognato di possedere una certa arma o una certa donna e un giorno o un anno dopo avevano messo le mani sull’oggetto dei loro desideri? Era una domanda cui si poteva facilmente rispondere: nessuno di noi aveva mai sentito un altro affermare di essere in possesso di una cosa che assomigliasse anche solo vagamente a un oggetto che aveva sperato di possedere.

 

 

Quella sera, con le coperte che ci scaldavano la schiena e le lame che ancora luccicavano accanto a noi, fummo costretti a fare i conti con uno sgradevole teorema. Le merci che erano comparse fra noi in modo così improvviso potevano appartenere solo a un mondo possibile. Stavamo di conseguenza sognando. Quel sogno poteva essere il più vivido e duraturo dei sogni che avevamo conosciuto. Ma per quanto a lungo durasse restava un sogno.

Ammiravamo la sottigliezza di quel sogno. Il sognatore (o i sognatori, avevamo già riconosciuto l’eventualità di una responsabilità collettiva) aveva inventato una razza di uomini fra cui gli oggetti possibili diventavano reali. E quegli uomini erano stati indotti a offrirci la proprietà dei loro doni in cambio di qualcosa che non era di per sé reale.
Trovammo altre prove che corroboravano quella visione delle cose. Il pallore degli uomini che avevamo conosciuto quel giorno, la mancanza di scopo in molti dei loro atti, la vaghezza delle loro spiegazioni… quelli potevano benissimo essere difetti di uomini sognati in fretta. E in modo forse paradossale, le proprietà quasi perfette delle merci che ci venivano offerte parevano l’opera di un sognatore, di qualcuno che aveva profuso negli oggetti fondamentali del suo sogno tutte quelle auspicabili qualità che non si trovano mai nelle cose reali.
Era stato questo punto a farci modificare in parte la spiegazione che ci eravamo dati degli eventi della giornata. Concordavamo ancora sul fatto che ciò che era successo facesse parte di un sogno. Ma era tipico della maggior parte dei sogni che al sognatore sembrassero costituiti, all’epoca, di sostanza reale. Come facevamo, se stavamo sognando i forestieri e le loro merci, ad argomentare contro il fatto di scambiarli per uomini e oggetti veri?
Arrivammo alla conclusione che nessuno di noi aveva fatto quel sogno. Ma chi era stato, allora, a farlo? Uno dei nostri dèi, forse? Ma nessun dio aveva una tale conoscenza della realtà da riuscire a creare un’illusione della medesima che ci aveva quasi ingannati.
C’era solo una ragionevole spiegazione. I forestieri pallidi, gli uomini che avevamo visto quel giorno per la prima volta, stavano sognando noi e la nostra confusione. O meglio, i veri forestieri stavano sognando un incontro fra noi e le loro persone sognate.
Di colpo, molti rompicapi parvero risolversi. I forestieri non ci osservavano come gli uomini si osservano fra loro. C’erano momenti in cui guardavano oltre le nostre sagome sfocate verso vedute che gli era più facile riconoscere. Ci parlavano a voce curiosamente alta e richiamavano la nostra attenzione con gesti esagerati, come se una notevole distanza ci separasse o temessero di vederci svanire prima che gli fossimo serviti allo scopo per cui ci avevano permesso di entrare nel loro sogno.

 

 

Quando era cominciato quel sogno? Solo, speravamo, il giorno in cui li avevamo visti per la prima volta. Ma non potevamo negare che quelle persone di cui non sapevamo quasi nulla potessero aver sognato le nostre intere vite e il complesso della nostra storia. Ciò non ci lasciava costernati. Nelle vesti di personaggi di un sogno, potevamo risultare molto meno liberi di quanto pensavamo di essere. Ma gli autori del sogno in cui eravamo racchiusi ci avevano all’apparenza garantito almeno la libertà di riconoscere, dopo tutti quegli anni, la semplice verità che c’era dietro a quello che avevamo scambiato per un mondo complesso.
Perché le cose erano andate così? Potevamo solo presumere che quegli uomini sognassero per la stessa ragione per cui spesso noi (sognatori all’interno di un sogno) ci dedicavamo a tale attività. Volevano scambiare per un certo periodo il possibile per il reale. In quel momento, mentre noi riflettevamo sotto stelle note (già impercettibilmente cambiate ora che conoscevamo la loro vera origine), gli uomini che sognavano si trovavano in una terra lontana e reale e sistemavano le nostre riflessioni in modo tale che le loro persone sognate potessero assaporare per un po’ l’illusione di aver acquisito qualcosa di reale.
E qual era l’oggetto irreale dei loro sogni? Il documento che avevamo firmato spiegava tutto. Se non fossimo stati distratti quel pomeriggio dal loro vetro e dal loro acciaio, avremmo riconosciuto anche allora l’assurdità degli eventi della giornata. I forestieri volevano possedere la terra.

 

 

Ovviamente era pura follia supporre che la terra, indivisibile per definizione, potesse essere misurata e spartita da un mero accordo fra uomini. In ogni caso eravamo abbastanza sicuri che i forestieri non avessero ben compreso la nostra terra. Dalla goffaggine e dal disagio con cui la calpestavano, era chiaro che non riconoscevano il sostegno che forniva o il rispetto che richiedeva. Vedendoli spostarsi anche di poco su di essa, evitando posti che invitavano al passaggio e arrancando in altri in cui era palese che non si dovesse andare, sapevamo che si sarebbero persi e non avrebbero trovato la terra reale.

 

 

Eppure avevano visto una terra di qualche tipo. Quella terra era, a detta loro, un posto dove costruire fattorie e allevamenti e anche, forse, un villaggio. Sarebbero stati più coerenti con il sogno che li circondava se avessero detto di voler fondare, sulla terra in cui si trovavano, una città di cui non si era mai sentito parlare. Ma dal nostro punto di vista i loro schemi erano tutti uguali. I villaggi o le città si trovavano tutti nel regno del possibile e non avrebbero mai potuto avere un’esistenza reale. La terra sarebbe rimasta la terra, concepita per noi eppure, allo stesso tempo, teatro dei sogni di un popolo che non avrebbe mai capito né la nostra terra né altre terre di cui sognava.

 

 

Cosa potevamo fare ora che sapevamo ciò che sapevamo? Sembravamo impotenti come quei personaggi che in sogno cercano di correre con le gambe stranamente fiacche. Ma anche se l’unica scelta che avevamo era quella di portare a compimento gli eventi del sogno, potevamo ancora ammirare, di quel sogno, l’incredibile inventiva. E potevamo chiederci all’infinito che tipo di gente fosse nel suo lontano paese, quella che sognava di una terra possibile in cui non avrebbe mai potuto abitare, quella che sognava di un popolo come il nostro che aveva un’unica debolezza, quella che sognava di acquisire da noi la terra che non sarebbe mai potuta esistere.
Decidemmo, com’è ovvio, di rispettare l’accordo così accuratamente congegnato. E anche se sapevamo che non ci saremmo mai davvero potuti svegliare da un sogno che non ci apparteneva, confidavamo che un giorno ci saremmo, almeno ai nostri occhi, svegliati.

 

 

Alcuni di noi, ricordando come dopo un sogno di lutto si fossero destati versando lacrime reali, speravano che ci saremmo svegliati convinti dell’autenticità dell’acciaio nelle nostre mani e della lana che ci cingeva le spalle. Altri insistevano nel dire che per quanto potessimo cercare di gestire quegli eventi, eravamo solo personaggi del vasto sogno disceso su di noi: un sogno che non sarebbe finito sino a quando una razza di uomini di una terra a noi sconosciuta non avesse capito quanta della loro storia fosse solo un sogno che un giorno doveva finire.
 

da Corpi idrici
Gerald Murnane

 

 

 

 

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* tutte le opere del post, compresa la copertina, sono di Pierre Huyghe
** l’ultimo video è tratto dal film Sirat di Oliver Laxe
*** il primo video è tratto dalla colonna sonora del film Sirat e le musiche sono di Kangding Ray