.. fra le otto del mattino e le due di notte del 16 giugno 1904

(Stephen Dedalus)

[..] Le sue labbra lambivano e imboccavano le di lei scarnite labbra d’aria. Bocca su bocca del suo ventre. Ventre d’ogni grembo tomba. Lui con la bocca formava un fiatare senza parole: oooeeeaahah, tra cateratte di pianeti urlanti, globuli incandescenti, ruggenti, bastabastabasta. Pezzo di carta. In malora le banconote. La lettera del vecchio Deasy. Eccola. Ringraziando per l’ospitalità, straccia via il margine in bianco. Volgendo le spalle al sole si chinò su una tavola di roccia a scribacchiare. Due volte che scordo di prender moduli dal banco della biblioteca.
La sua ombra si stendeva scura sulla roccia mentre finiva di scrivere. Perché non infinito, fino alla più lontana stella? Le stelle sono là oscuramente dietro questa luce, tenebra risplendente nella luce, Delta di Cassiopea, mondi. Me qui seduto con la verga di frassino del vate, sandali in prestito, nella luce del giorno presso un livido mare, qui inosservato, nella notte violetta deambulando sotto un regno di desolate stelle. Io getto quest’ombra finita, forma umana ineluttabile, la richiamo a me. Infinita sarebbe la mia, forma della mia forma? Chi mi vede qui? Chi mai in un qualsiasi punto del mondo leggerà queste parole scritte? Segni apparsi in campo bianco. In un posto qualsiasi a un qualcuno qualsiasi con la tua voce più flautata. Il buon vescovo di Cloyne levò via il velo dal tempio dal suo cappello cardinalizio: quel velo uno spazio campito da emblemi colorati. Tieni forte. Colorati su fondo piatto, sì. Vedo cose piatte, poi penso la distanza, vicino, lontano: piatto io vedo, a oriente e di dietro. Ah, vedo, ora! Tutto ricade congelato nell’immagine stereoscopica. Clic, ecco il trucco. Voi trovate le mie parole oscure? L’oscurità è nelle nostre anime, non vi pare? Più flautata ancora. Le nostre anime, mortificate dai peccati nostri, s’aggrappano a noi ancora di più, come una donna che si aggrappa al suo amante, quanto più può e di più. Lei ha fiducia in me, la sua mano dolce, gli occhi con lunghe ciglia. Ora dove diavolo la sto portando al di là del velo? Nell’ineluttabile modalità dell’ineluttabile visività. Lei, lei, lei. Quale lei? La fanciulla nella vetrina di hodges, Figgis & Co. quel lunedì in cerca s’uno del libri alfabetici che voleva scrivere. Focosa l’occhiata che le hai lanciato [..] Parla delle frittelle di mele, piuttosto! Dove hai la testa?
Toccami. Occhi dolci. Morbida morbida morbida mano. Qui da solo. Oh, toccami, presto! Qual è la parola nota a tutti gli uomini, Sto bene qui da solo. Anche triste. Toccami, toccami!
Si stese supino sulla roccia sporgente, ficcandosi in tasca il pezzo di carta scribacchiato e le penna, il cappello tirato sugli occhi. Ho preso da Kevin Egan l’abitudine di fare il pisolino, il sonno sabbatico. Et vidit Deus. Et erant valde bona! Ehilà! Bonjour. Benvenuto come i fiori di maggio. Sotto l’ala del cappello, guardò il sole allo zenit, tra le ciglia agitate come ali di pavone. Colto in questa scena cocente. L’ora del dio Pan, mezzodì d’un fauno. Tra piante serpentiformi, grondanti di resina, frutti ch’essudono latte, dove le foglie si stendono larghe sull’acque fulve. Il dolore è lontano.

E mai più appartato a ruminare.

Con lo sguardo indugiò ruminando sulle proprie scarpe a punta larga [..]

settimio benedusi1
Settimio Benedusi
Con i larghi giri di un cappio, l’acqua affluiva a pieno getto dal bacino di Cock e copriva lanche color verde oro, crescendo, rifluendo. Porterà via il mio bastone di frassino. Aspetterò. No, scorrerà tutto, passando, cozzando nelle basse rocce, turbinando, passando.
Meglio finirla in fretta. Ascolta: discorso di onde in quattro parole: ssiiuu, rrrsss, rsseeei, ooosss. Vivace respiro d’acqua tra serpi di mare, cavalli impennati, rocce. Nelle coppe di roccia sgoccia: flop, plof, sciaff, poi l’acqua resta bloccata in barili. Indi, esausta, cessa il suo discorso. E fluisce gorgogliando, fluendo largo, galleggiando in schiume, fiori che si schiudono.
Sotto la marea montante vide alghe contorcersi, alzare languide e dondolare le braccia riluttanti, vacillare nell’acqua mormorante, sollevare le gonnelle, rivoltando timide fronde d’argento. Giorno dopo giorno, notte dopo notte: sollevate, sommerse, lasciate andar sul fondo. Dio, sono esauste, e sospirano a ogni sussurro. Sant’Ambrogio l’ha sentito, il sospiro di foglie e onde, nell’attesa che il loro tempio si compia, diebus ac noctibus iniurias patiens ingemiscit. Senza scopo raccolte, indi vanamente liberate, fluttuando in avanti, indietro, cardate sul telaio della luna. Anche lei, stanca di vedere amanti, uomini lascivi, donne ignude alla sua corte, prende su di sé il lavorio delle acque.
Cinque tese là al largo. A cinque braccia sul fondo tuo padre giace. All’una, ha detto. Trovato annegato. Alta marea alla barra di Dublino. Spingendo innanzi a sé detriti alla deriva, banchi di pesci disposti a ventaglio, conchiglie sciocchine. Un cadavere emerge dalla risacca, bianco di sale, sballottolato verso terra, passo a passo, un marsuino. Eccolo. Presto uncinarlo! Benché affondato sotto l’acqueo piano. Tirate. Ce l’abbiamo. Adagio adesso. [..]
Metamorfosi marina, questa, occhi castani imbluiti dal sale. Morte in mare, la più doce delle morti note all’uomo. Il vecchio padre Oceano. Prix de Paris, attenti alle imitazioni. Provàtelo e non potrete farne più a meno. Davvero ci siamo divertiti da matti.
Andiamo, ho sete. Si annuvola. Niente nubi nere all’orizzonte, eh? Temporale. Pien di luce egli cade, l’orgoglioso lampo dell’intelletto, Lucifer, dico, qui nescit occasum. Riconosce il suo amore dal cappello con le conchiglie, dal bordone e dal suo sandolo mio calzare. Dove? Verso le terre della sera. La sera ci penserà ben lei a ritrovarsi.
Impugnò l’elsa del bastone, abbozzando un affondo, gingillandosi ancora. Sì, la sera si troverà da sé, in me, senza il mio aiuto. Non c’è un giorno che non finisca. A proposito, il prossimo quand’è? Martedì sarà il giorno più lungo. Di tutto il felice anno nuovo, madre, tutùm tutù tititì tutùm [..] Perché? Chiedo. O magari c’è un senso in tutto questo?
Il mio fazzoletto. L’ha buttato, mi ricordo. Non l’ho raccolto?
La mano frugò invano nelle sue tasche. No, non l’ho raccolto.
Depose il moccio secco che s’era cavato dal naso sul ripiano di roccia, con molta cura. Qualcuno mi ha visto? Guardi pure chi vuole.
Alle spalle. Forse c’è qualcuno.
Si voltò, guardandosi indietro, sopra la spalla. Nell’aria si muovevano gli alti pennoni d’un tre alberi, vele imbrigliate sulle crocette, che entrava nel porto, controcorrente, in silenzio, silenzioso vascello. […]

dall’Ulisse di Joyce
nella traduzione di Gianni Celati

 

*in copertina
ph. Settimio Benedusi