Bruno Schulz e Attilio Zanetti Righi

Un’unica volta berrà un uomo dal calice d’oro,
e la visione dello splendore e del fulgore
mai più si ripeterà” – Bialik

L’epoca geniale

I fatti comuni sono schierati nel tempo, allineati lungo il suo corso come su un filo. Là essi hanno i loro antefatti e le loro conseguenze, che si affollano e si susseguono senza tregua né interruzione. Ciò ha la sua importanza anche per la narrazione, la cui anima sono la continuità e la successione.
Che fare, invece, degli avvenimenti che non hanno il loro posto nel tempo, degli avvenimenti verificatisi troppo tardi, quando ormai l’intero tempo è stato distribuito, suddiviso, ripartito, e che ora sono rimasti in certo modo per aria, non incolonnati, sospesi, vaganti e senza dimora? Che il tempo sia troppo ristretto per tutti gli avvenimenti? Possibile che tutti i posti nel tempo siano stati esauriti? Preoccupati, percorriamo l’intero treno degli avvenimenti, preparandoci ormai al viaggio.
Per amor del cielo, che non esista una specie di bagarinaggio dei biglietti per il tempo?… Controllore! Calma, calma! Senza fretta eccessiva, sbrigheremo la faccenda senza chiasso tra noi.
Il lettore ha mai sentito parlare di linee parallele del tempo in un tempo a doppio binario? Sí, esistono tali diramazioni secondarie,un po’ illegali a dire il vero e problematiche, ma quando si introduce di contrabbando, come facciamo noi, un avvenimento in soprannumero da non classificare, non si può fare troppo i difficili. Proviamo, dunque, a lasciar diramare a un certo punto della storia una via secondaria, un binario morto, per dirottarvi questi avvenimenti illegali. Niente paura. Ciò accadrà senza che ci se ne accorga, il lettore non avvertirà la minima scossa. Chissà, forse mentre ne stiamo parlando questa oscura manovra è già stata compiuta alle nostre spalle e noi viaggiamo ormai su un binario morto.

[..] Accadde sul finire dell’inverno. I giorni erano fatti di pozzanghere e bagliori d’incendio, e nel palato avevano il gusto infuocato del pepe. Coltelli luccicanti ritagliavano la polpa mielata del giorno in fette argentate, in prismi che nel taglio mostravano colori e spezie piccanti. Ma a mezzogiorno il quadrante concentrava in uno spazio ristretto l’intero splendore di quei giorni e indicava tutte le ore ardenti e piene di fuoco.

A quell’ora, non riuscendo a contenere l’incendio, il giorno si sfaldava in fogli di lamiera argentata, scricchiolanti come stagnola, e strato dopo strato svelava il suo nucleo dal compatto splendore. E come se questo non bastasse, i comignoli fumavano, si impennacchiavano di vapore lucente, e ogni istante esplodeva in un gran volo d’angeli, in una tempesta di ali che il cielo, mai sazio, assorbiva, sempre aperto a nuovi scoppi. Le sue chiare merlature esplodevano in bianchi pennacchi, i lontani fortilizi si schiudevano in silenziosi ventagli di scoppi sovrapposti sotto il cannoneggiare luminoso di un’invisibile artiglieria.

La finestra della stanza, colma di cielo fino ai bordi, si gonfiava di quei voli senza fine e traboccava di tende che, tutte in fiamme, fumando nel fuoco, ondeggiavano in ombre dorate e in un fremito di rivoli d’aria. Sul tappeto giaceva obliquo un rettangolo ardente, fluttuante di luce, che non riusciva a staccarsi dal pavimento. Quella colonna di fuoco mi sconvolgeva profondamente. Me ne stavo incantato a gambe divaricate e con voce alterata la coprivo di insulti strani e duri.[..]

E intanto io gridavo:
Vedete, – gridavo a mia madre, a mio fratello, – ve lo dicevo sempre che tutto è costretto, murato dalla noia, prigioniero! E ora, guardate che inondazione, che fioritura di tutto, che beatitudine!… E piangevo di felicità e di impotenza. – Svegliatevi, – urlavo, –affrettatevi ad aiutarmi! Posso io solo affrontare questa alluvione, posso contenere questo diluvio? Come posso, da solo, rispondere al milione di abbaglianti domande con cui Dio mi sommerge?
E poichè tacevano, gridavo furibondo:
– Affrettatevi, raccogliete a secchi questa abbondanza, fate provvista.
Ma nessuno poteva mettersi al mio posto, se ne stavano attonite, si guardavano l’un l’altro [..]

Allora capii che cosa dovevo fare, e pieno di ardore cominciai a tirar fuori dagli armadi vecchie bibbie, registri di mio padre tutti scritti e sfasciati, e li gettai sul pavimento, sotto quella colonna di fuoco che era nell’aria e ardeva. La carta non poteva bastarmi. Mio fratello e mia madre accorrevano continuamente con nuove bracciate di vecchie riviste e giornali e li gettavano a mucchi per terra. Io sedevo fra quelle carte, accecato dal bagliore, gli occhi pieni di esplosioni, razzi e colori, e disegnavo. Disegnavo in fretta, affannosamente, di traverso, di sbieco, per le pagine stampate e scritte. Le mie matite colorate volavano ispirate attraverso le colonne di testi illeggibili, correvano in geniali scarabocchi, in zig zag precipitosi, annodandosi improvvisamente negli anagrammi di una visione, nei rebus di luminose rivelazioni, e di nuovo dissolvendosi in vuoti e ciechi lampeggiamenti, alla ricerca di una traccia di ispirazione.

Oh, disegni luminosi, sgorganti come da sotto una mano estranea, oh, limpidi colori ed ombre!
Oh, azzurri così intensi da mozzare il respiro con un brivido di paura, oh, verdi piú verdi dello stupore, oh, preludi e cinguettii di colori appena intuiti, ancora in cerca di un nome!
Perchè li ho sperperati allora in tale sventata sovrabbondanza con quell’incomprensile leggerezza? Permettevo ai vicini di frugare e saccheggiare quei mucchi di disegni [..]
Era quello un disegnare pieno di crudeltà, di tranelli e di assalti. Mentre sedevo cosí, teso come un arco, immobile in agguato, e nel sole attorno a me bruciavano avvampando i fogli, bastava che il disegno, inchiodato alla mia matita, facesse il piú lieve movimento per fuggire. Allora la mia mano, nello spasimo di nuovi riflessi e impulsi, si gettava su di esso con rabbia come un gatto, e ormai estranea, inselvatichita, rapace, a morsi fulminei uccideva quel mostro che voleva sfuggire da sotto la matita. E si staccava dal foglio solo quando, ormai morte e immobili, le spoglie dispiegavano come in un erbario la loro colorata e fantastica anatomia sul quaderno.

Era una caccia micidiale, una lotta per la vita o la morte. Chi mai poteva distinguere l’attaccante dall’attaccato in quella matassa sprizzante rabbia, in quel groviglio di strida e di terrore? Poteva succedere che la mia mano si lanciasse due o tre volte all’assalto, per raggiungere la vittima al quarto o quinto foglio. [..]
Di ora in ora sempre più numerose, le visioni affluivano, si affollavano formando ingorghi, finché un bel giorno tutte le strade e i sentieri formicolarono di lunghi cortei in marcia, e il paese intero si ramifichò in migrazioni, si suddivise in sfilate trascinantisi, in interminabili pellegrinaggi di bestie e animali.
Come ai tempi di Noè, sfilavano quei cortei colorati, quelle fiumane di pelo e criniere, quelle groppe e code ondeggianti, quelle teste annienti senza fine nella cadenza del passo. [..]
Infine tutti erano passati e il silenzio tornò nella mia stanza. Ripresi a disegnare, immerso nelle mie scartoffie, che respiravano luce. La finestra era aperta e sul davanzale vibravano nell’aura primaverile tortore e colombe.
Chinando il capo, mostravano nel profilo l’occhio rotondo e vitreo, come spaventate e piene di volo. Le giornate, al calar della sera, diventavano morbide, opalescenti e luminose, e di nuovo perlacee e piene di dolcezza velata.

Giunsero le feste di Pasqua e i miei genitori mi lasciarono per una settimana da mia sorella. Fui lasciato solo in casa, in preda alle mie ispirazioni. [..]
Proprio durante le feste di Pasqua, alla fine di marzo o agli inizi di aprile, Szoloma, figlio di Tobiasz, usciva di prigione, dove lo si rinchiudeva durante l’inverno, dopo le bravate e le follie dell’estate e dell’autunno. [..]
– Szoloma – chiamai dalla finestra del primo piano.
Szoloma mi vide, sorrise col suo sorriso gentile e salutò militarmente.
– Siamo soli adesso in tutta la piazza, io e te – dissi a bassa voce, poiché il globo rigonfio del cielo suonava come una notte.
– Io e te – ripeté con un sorriso triste, – come è vuoto oggi il mondo. [..]
– Sono disegni fantastici, – disse allontanandoli da sé con gesto da intenditore. Il suo viso si era rischiarato al riflesso dei colori e delle luci.
– Si potrebbe affermare, – disse, – che il mondo è passato attraverso le tue mani per rinnovarsi, per mutare pelle e squamarsi come una lucertola meravigliosa. Oh, credi che avrei rubato e commesso migliaia di follie se il mondo non fosse stato così consunto e in disfacimento, se le cose non vi avessero perduto la loro doratura, pallido riflesso della mano divina? Che mai si può fare in un mondo come questo? Come non dubitare, come non perdersi d’animo, quando tutto è ermeticamente chiuso, murato nel suo significato, e tu da ogni parte vai a battere contro una parete, come in una prigione? Ah, Józef, avresti dovuto nascere prima.

Stavamo in quella stanza semioscura, profonda, prolungantesi in prospettiva verso la finestra aperta sulla piazza. Di là giungevano fino a noi in dolci pulsazioni ondate d’aria che si allargavano come macchie di silenzio. Ogni ondata ne portava un nuovo carico, intriso dai colori della lontananza, come se il precedente fosse consunto ed esaurito. [..]
– A te, Szloma, – dissi, – posso rivelare il segreto di questi disegni. Fin dall’inizio mi è sorto il dubbio di esserne davvero l’autore. Talvolta mi sembrano un plagio involontario, qualcosa che mi è stato suggerito, indicato… Come se qualcosa di estraneo si fosse servito della mia ispirazione per scopi a me ignoti. Perché devo confessarti, – aggiunsi a bassa voce, guardandolo negli occhi, –perché ho trovato l’Autentico…
– L’Autentico? – domandò col volto illuminato da un lampo improvviso. – È così, guarda tu stesso, del resto, – dissi inginocchiandomi davanti a un cassetto del comò.
Tirai fuori dapprima un abito di seta di Adela, una scatola di nastri, le sue pantofole nuove dai tacchi alti. Un odore di cipria e profumo si sparse nell’aria. Sollevai ancora qualche libro: sul fondo giaceva ancora l’amata scartoffia, da molto tempo non vista, e riluceva.
– Szoloma, – dissi commosso – guarda, qui c’è ..
Ma lui era immerso in meditazione con una pantofola di Adele in mano e mi osservava con immensa serietà.

mare - 1971
Mare
– Questo, Dio non l’ha detto, – disse. –  Eppure come mi convince profondamente, mi mette al muro, mi toglie l’ultimo argomento. Queste linee sono irrefutabili, sconvolgentemente giuste, definitive, e colpiscono come il fulmine proprio al centro delle cose. Dietro a che cosa ti nasconderai, che mai potrai contrapporre loro, dal momento che tu stesso sei già corrotto, messo in minoranza e tradito dai più fedeli alleati? Sei giorni della creazione furono divini e chiari. Ma il settimo giorno Dio crollò. Il settimo giorno Egli si sentì una materia estranea sotto le mani e, spaventato, ritrasse la mano dal mondo, benché il suo ardore creativo fosse calcolato per ancora molti giorni e notti. Oh, Józef, fa’ attenzione al settimo giorno…
E sollevando con orrore la snella pantofola di Adela diceva, come ammaliato dalla scintillante, ironica espressione di quella vuota scaglia di vernice:
Ma capisci il mostruoso cinismo di questo simbolo al piede di una donna, la provocazione della sua andatura libertina sopra questi tacchi raffinati? Come potrei lasciarti in balia di questo simbolo? Dio mi guardi dal farlo…
Cosí dicendo, con gesti abili si fece scivolare in seno le pantofole, il vestito, i coralli di Adela.
– Che fai, Szloma? – dissi sbalordito. Ma egli si allontanava velocemente verso la porta, zoppicando leggermente nei suoi cortissimi calzoni a quadretti. Sulla porta girò ancora una volta il viso grigio, poco chiaro e sollevò la mano in un gesto tranquillizzante. Era già fuori della porta.

da L’epoca geniale –
Bruno Schulz

requiem 2010
Requiem I
* tutti i dipinti sono del pittore Attilio Zanetti Righi